Immaginate un giovane impiegato che, alle prese con una correzione del capo, scoppia in lacrime e chiama la madre per farsi difendere. È un’immagine che sembra tratta da una satira, eppure riflette una tendenza che si sta diffondendo in molte società occidentali: l’incapacità di affrontare le responsabilità dell’età adulta e la difficoltà di abbracciare l’indipendenza. Keith Hayward, criminologo dell’Università di Copenaghen, in un articolo pubblicato sull’Economist, definisce questo fenomeno infantilizzazione e accusa la cultura contemporanea di esserne complice.
Un panorama culturale che glorifica l’immaturità
Secondo Hayward, la cultura pop gioca un ruolo fondamentale nell’alimentare questa tendenza. Film come Ted e School of Rock, insieme agli innumerevoli remake di supereroi come Spider-Man, celebrano personaggi che rifuggono le responsabilità e rimangono ancorati a una visione adolescenziale della vita. Anche le pubblicità, come la campagna Vivi giovane di Evian, spingono l’idea che essere adulti significhi perdere qualcosa di prezioso, favorendo così una nostalgia permanente per l’infanzia.
Questa narrativa non si limita all’intrattenimento, ma si riflette anche nelle istituzioni educative. Università e scuole, con la crescente enfasi su “safe spaces” e “trigger warnings“, proteggono gli studenti da idee scomode, privandoli della possibilità di sviluppare la resilienza e affrontare i conflitti. Frasi come “puoi essere tutto ciò che vuoi” alimentano aspettative irrealistiche, allontanando i giovani dalla realtà delle sfide e dei compromessi necessari per crescere.

Ritardi nei traguardi della vita adulta
I dati mostrano chiaramente un cambiamento nei tempi di transizione verso l’età adulta. In Gran Bretagna, l’età media per il matrimonio è salita a 33 anni per gli uomini e 31 per le donne, un decennio in più rispetto agli anni Sessanta. Negli Stati Uniti, oltre il 50% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, superando per la prima volta quelli che vivono con un partner. In Italia, questa tendenza è ancora più accentuata: secondo l’ISTAT, quasi il 70% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive con i genitori, con punte che sfiorano l’80% nel Meridione.
Non si può, certo, ignorare che dietro questi numeri si nascondono delle condizioni economiche che alimentano il fenomeno dell’infantilizzazione. In Italia, la precarietà lavorativa e i salari stagnanti impediscono a molti giovani di raggiungere l’indipendenza economica. Con un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 20%, lasciare la casa dei genitori diventa un obiettivo sempre più lontano. Questa situazione, unita all’aumento del costo della vita e alla scarsa disponibilità di alloggi a prezzi accessibili, crea un ambiente in cui i giovani rimangono bloccati in una sorta di limbo tra l’adolescenza e l’età adulta.
Secondo Byung-Chul Han, nel suo libro La società della stanchezza, questa condizione è aggravata dalla pressione per raggiungere il successo personale e professionale. La paura di fallire spinge molti a rifugiarsi in attività che ricordano l’infanzia, come i videogiochi o i cartoni animati, alimentando quella che Zygmunt Bauman ha definito “modernità liquida“, ovvero di come l’incertezza dei tempi moderni porti i giovani a evitare impegni duraturi come il matrimonio o la genitorialità, favorendo invece una perpetua adolescenza.
L’inversione di ruoli tra giovani e adulti
Un altro aspetto cruciale evidenziato da Hayward è l’inversione di ruoli tra giovani e adulti. Da un lato, figure giovani come Greta Thunberg, attivista per l’ambiente, sono elevate a simboli di saggezza e autorità morale, nonostante la loro limitata esperienza; dall’altro, giovani come Shamima Begum, che si unì allo Stato Islamico, sono considerati facilmente condizionabili e troppo ingenui per essere ritenuti responsabili delle loro azioni. Questa ambivalenza culturale mina il concetto stesso di responsabilità personale, contribuendo a una confusione generale sui confini tra adolescenza e maturità.
Non tutti, però, concordano con l’idea che l’infantilizzazione sia colpa esclusiva della cultura pop o dei giovani stessi. Jonathan Haidt e Jean Twenge, autori di ricerche sul benessere mentale delle nuove generazioni, evidenziano come i fattori esterni, come l’uso massiccio dei social media e la pressione economica, abbiano un impatto significativo. I loro studi mostrano che molti giovani affrontano livelli elevati di ansia e depressione, spesso legati alla paura di fallire in un mondo percepito come sempre più competitivo e instabile.
Anche l’aumento degli anni d’istruzione ha un ruolo nel ritardo verso l’età adulta. Il numero di laureati in Italia negli ultimi 10 anni è aumentato notevolmente, passando da poco più di 300 mila a quasi 400 mila. Secondo Almalaurea, per portare a termine un corso triennale sono necessari in media 5,1 anni, mentre per una laurea quinquennale 7,1 anni. Più anni trascorsi a studiare significano un ingresso ritardato nel mondo del lavoro e una maggiore difficoltà a raggiungere l’indipendenza economica. In Italia, la situazione è aggravata dal fenomeno dei neet (giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione), che rappresentano circa il 23% della popolazione giovanile.
Come invertire la rotta?
Affrontare l’infantilizzazione richiede uno sforzo collettivo. In primo luogo, le istituzioni educative devono tornare a preparare i giovani per il mondo reale, insegnando competenze pratiche e promuovendo il pensiero critico. La cultura pop potrebbe bilanciare i suoi messaggi, celebrando anche modelli di responsabilità e maturità. In Italia, sarebbe essenziale un intervento strutturale per affrontare la precarietà lavorativa e la crisi abitativa, rendendo l’indipendenza economica più accessibile.
Infine, è importante un cambiamento culturale che incoraggi i giovani ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni e a sviluppare una maggiore resilienza. Come sottolinea Hayward, essere adulti non significa rinunciare al divertimento, ma accettare le sfide e le responsabilità della vita con determinazione e consapevolezza.







