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La torcia in mano alle celebrità è la resa dello sport

Nel weekend la torcia olimpica è arrivata in Italia per iniziare il suo ultimo viaggio verso Milano-Cortina e già a molti è venuto il nervoso. Non per il freddo, non per la solita retorica del “grande evento che unisce tutti”, ma per quella sfilata di tedofori che con lo sport, in molti casi, hanno poco o niente a che fare. Cantanti, attori, chef, personaggi televisivi vari. Tutti molto noti, tutti molto fotogenici, tutti perfetti per qualche story sui social.

Il problema non è personale. Nessuno vuole processare il singolo cantante che sorride davanti ai fotografi o l’attrice che corre per pochi metri con la torcia in mano. Molti di loro sono persino simpatici, magari appassionati di sport nel privato. Il punto è un altro: che idea di sport stiamo mettendo in scena?

Da anni viviamo dentro un gigantesco processo di spettacolarizzazione permanente. Qualsiasi cosa accada deve diventare contenuto. Ma le Olimpiadi non sono una campagna o un lancio in prima serata.

La torcia olimpica ha un significato chiaro anche senza grandi parole. È un segno di continuità tra edizioni diverse e tra generazioni di atleti. Non è un premio personale per chi la porta per pochi metri. Riguarda chi allo sport dedica anni, spesso senza certezze di successo. Riguarda anche chi sostiene lo sport dietro le quinte, come allenatori, volontari e dirigenti locali che tengono aperte palestre e campi quando le luci delle grandi occasioni sono spente.

Ora invece sembra che il racconto si sia spostato altrove. Non conta più chi incarna davvero i valori olimpici, ma chi garantisce più copertura mediatica. È il trionfo della logica per cui tutto deve diventare contenuto, preferibilmente con un volto riconoscibile. Il tedoforo non è più il simbolo della comunità sportiva, ma il gancio per un comunicato stampa o un format televisivo. E in questo passaggio si consuma una piccola resa culturale.

Perché poi, parliamoci chiaro, le Olimpiadi non hanno alcun bisogno di diventare più spettacolari. Sono già, per loro natura, la forma più alta di spettacolo possibile. Corpi che sfidano il proprio limite, storie di riscatto, sconfitte brucianti, vittorie impreviste, lacrime vere. È un teatro naturale, che non ha bisogno di effetti speciali aggiunti. Quando si sovrappone un ulteriore strato di spettacolo artificiale, si manda il messaggio che quello che abbiamo non basta, dobbiamo aggiungere qualcosa di più brillante, più pop.

Così, lentamente, il centro si sposta. Non sono più gli atleti a guidare il racconto, ma le celebrità, gli sponsor, i partner strategici, le figure che non competono ma “rappresentano”. Il rischio è che la torcia finisca nelle mani di chi ha già mille palcoscenici, mentre resta invisibile chi lo sport lo fa davvero, spesso nel silenzio.

Si dirà che coinvolgere personaggi noti aiuta a “portare lo sport alle persone”. Ma a chi vogliamo raccontarlo, lo sport, se non partiamo da chi lo pratica? Possibile che non si trovino tedofori tra ex atleti che hanno fatto la storia, maestre di ginnastica che da quarant’anni tengono insieme generazioni di bambine, infermieri che hanno fatto turni massacranti e poi la sera continuano ad allenare ragazzini in campi spelacchiati? Quante storie autentiche potrebbero attraversare il Paese con quella torcia in mano e invece il copione sembra già scritto in un ufficio lontano da ogni spogliatoio.

La verità è che stiamo trasformando lo sport in un semplice contenitore, una piattaforma su cui appoggiare tutto il resto, dal marketing a un identità nazionale di cartone e a una vuota retorica istituzionale. L’atleta è quasi un dettaglio, una figura tecnica, nulla di più.

Intendiamoci, lo sport è sempre stato anche spettacolo e business. Ma c’è una differenza tra riconoscere questa dimensione e lasciare che lo spettacolo divori tutto. Il giorno in cui la torcia olimpica smette di parlare il linguaggio degli atleti e inizia a parlare quello dei palinsesti, qualcosa si rompe, anche se non lo ammettiamo.

Forse basterebbe poco per invertire la rotta. Non grandi proclami, non campagne sulla “centralità dello sport”, ma scelte simboliche coerenti. Mettere quella fiamma in mano a chi lo sport lo abita ogni giorno, non solo quando c’è una telecamera. Far correre insegnanti di educazione fisica, giovani delle società dilettantistiche, campionesse dimenticate, tecnici che hanno visto passare mezzo secolo di Olimpiadi. Restituire alla torcia la sua funzione originale, che non è promuovere un format, ma ricordare che dietro ogni gioco olimpico esiste una comunità reale.

Le Olimpiadi di Milano-Cortina si stanno già portando dietro abbastanza contraddizioni con costi fuori controllo, cantieri discussi e promesse di legacy tutte da verificare. Non c’era davvero bisogno di aggiungere anche l’ennesima dimostrazione che lo sport è diventato solo una scenografia per altri protagonisti.

La torcia non è un gadget, non è un premio fedeltà e soprattutto non è un accessorio per celebrità. È un simbolo che parla ancora, se lo si lascia parlare. Dice che lo sport è spettacolo proprio perché è vero, perché nasce da corpi che faticano, senza filtri e senza trucco. Di questo abbiamo bisogno. Non di un volto truccato, con il fuoco in mano e lo sguardo rivolto all’obiettivo.

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