Etty Hillesum

Eros e Dio all’ombra di Auschwitz: il diario di Etty Hillesum

Non cercava la salvezza, né la gloria. Cercava un senso, una voce che potesse parlare anche per gli altri nel cuore della tragedia. Etty Hillesum non fu soltanto una delle figure più intense del Novecento europeo, ma un enigma spirituale, una donna che decise di abitare il proprio tempo fino in fondo, anche quando quel tempo si faceva sterminio.

Nata nei Paesi Bassi all’interno di una famiglia ebrea colta e assimilata, cresciuta tra libri e tensioni familiari, Etty fu una studentessa brillante e inquieta, divisa tra l’intelligenza analitica e il bisogno profondo di armonia tra corpo e spirito. Sembrava destinata a una vita fatta di studio, ma l’arrivo del nazismo in Olanda cambiò tutto. Il suo diario, cominciato come uno strumento terapeutico, si trasformò in un laboratorio dell’anima dove dolore e grazia, Dio e Auschwitz si sfiorano senza tregua.

Scrivere per vivere, scrivere per comprendere

Non c’è narrazione letteraria o testimonianza documentaria che possa davvero contenere la complessità di Etty. Nel suo diario non c’è solo il racconto della guerra. C’è il desiderio di diventare una scrittrice, la voglia di amare, l’esplorazione dell’erotismo come via verso la verità. Ma soprattutto c’è la consapevolezza crescente che il proprio destino è legato indissolubilmente a quello di un intero popolo, a una tragedia collettiva che non si può evitare né eludere.

Scrivere diventa, giorno dopo giorno, una forma di resistenza. Non contro il nemico, ma contro la tentazione di cedere all’odio e alla disperazione. Etty sceglie di non odiare, di non scivolare nella vendetta. Vuole rimanere “il cuore pensante della baracca”, capace di registrare ogni dolore e ogni gesto di bellezza, anche nel campo di transito di Westerbork, da cui partivano i treni per Auschwitz.

Un Dio da salvare

In un tempo che molti hanno vissuto come il silenzio assoluto di Dio, Etty non lo interroga come accusatrice, lo protegge come una creatura fragile, lo ospita dentro di sé. Non è Dio a doverla salvare, ma lei a dover salvare Dio, conservandone la traccia più umana: la compassione.

Questa giovane donna non apparteneva a nessuna religione dogmatica. Era ebrea, ma profondamente laica. Leggeva Sant’Agostino, Rilke, Dostoevskij, si appassionava alle filosofie orientali. Aveva una relazione carnale con la vita e al tempo stesso una tensione mistica verso l’invisibile. Era libera e devota, sensuale e contemplativa. E quando tutto avrebbe giustificato il ritiro o la fuga, Etty fa il contrario. Rifiuta di nascondersi. Rifiuta di salvarsi. Si fa carico del dolore del suo tempo.

Sappilo, Dio: farò del mio meglio. Non mi sottrarrò a questa vita. Continuerò ad agire e a tentare di sviluppare tutti i doni che ho, se li ho. Non saboterò nulla. Di tanto in tanto, però, dammi un segno. E fa’ in modo che esca da me un po’ di musica, fa’ in modo che trovi una forma ciò che è in me, che lo desidera così tanto.

Odio come malattia dell’anima

Per Etty, il male non è altro da noi. Non è il “mostro” nazista da esorcizzare. È qualcosa che può crescere anche dentro chi si ritiene innocente. Il suo sguardo lucido e impietoso anticipa la riflessione di Hannah Arendt sulla banalità del male. Laddove la maggior parte delle testimonianze della Shoah insistono sull’abisso, sullo sterminio come sospensione dell’umano, Etty osa un’altra via; cerca la radice di senso, la possibilità di mantenere la dignità anche nel fango.

Se un soldato delle SS l’avesse presa a calci, lei avrebbe comunque cercato nei suoi occhi il riflesso di un’umanità perduta, si sarebbe chiesta che cosa avesse potuto spezzarlo così. Non per giustificare, ma per comprendere. Non per perdonare, ma per rifiutare la logica dell’odio.

A ogni nuovo orrore – scrive – dobbiamo rispondere con un nuovo pezzetto di amore e di bontà conquistati dentro di noi.

Una mistica dell’esperienza

Il cammino di Etty è anche un percorso di autoformazione estrema. Inizia come analisi personale (grazie anche al rapporto ambiguo e spiritualmente fecondo con Julius Spier) e si trasforma in uno sforzo costante per accordare vita interiore e realtà esterna. Non si tratta di fuga. Si tratta di accogliere tutto, anche l’incomprensibile. Scrive:

La vita e la morte, il dolore e il gelsomino dietro casa, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto.

Una spiritualità del quotidiano, nutrita di silenzio. Anche nel campo, Etty si prende cura degli altri, dei malati, dei bambini; scrive lettere, ascolta. E continua a leggere Rilke, a cercare Dio nei dettagli. Anche il profilo di una nuvola e il giallo dei lupini, possono essere un’offerta. “Aiutare Dio” significa per lei non permettere che scompaia del tutto dalla vita degli uomini.

Il diario di Etty, pubblicato tardi e accolto inizialmente con cautela è un documento esistenziale, un grido sommesso che attraversa la storia senza gridare vendetta. È poesia che nasce dal dolore, non per sublimarlo, ma per viverlo fino in fondo. In un tempo in cui l’uomo rischiava di diventare una cifra, un numero su un registro, lei ha continuato a raccontare le singolarità. Ha salvato la memoria degli anonimi.

Etty voleva essere scrittrice. Lo è diventata, in un modo che nessuno avrebbe potuto prevedere. La sua voce ci parla ancora, come una preghiera che non chiede nulla se non di essere ascoltata. È difficile classificarla. Non fu una martire né una ribelle, non una mistica canonica né una resistente in armi. Eppure, la sua forza interiore ha lasciato un’impronta più profonda di molte azioni armate.

Una donna che scelse di restare

Quando avrebbe potuto salvarsi, Etty ha scelto di restare. Non per vocazione al sacrificio, ma per fedeltà a un’intuizione. Non si può salvare il mondo senza abitare anche il suo dolore. La sua è stata una scelta radicale, incomprensibile per molti. Ma è proprio in quella scelta che Etty Hillesum è diventata pienamente se stessa.

Morì ad Auschwitz nel novembre del 1943. Aveva 29 anni. Prima di partire, consegnò i suoi diari all’amica Maria Tuinzing con l’incarico di affidarli a uno scrittore, se lei non fosse tornata. In quelle pagine, Etty aveva lasciato il meglio di sé. Non un grido, ma una carezza. Non una condanna, ma un’offerta. Un testamento spirituale per un mondo che, ancora oggi, fatica ad ascoltare.

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