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Il mostro di Guillermo del Toro e l’eleganza del fallimento

C’era una volta un bambino di Guadalajara che a sette anni, incantato e terrorizzato, vide per la prima volta il Frankenstein del 1931 diretto da James Whale. Rimase ipnotizzato dal volto scavato di Boris Karloff, dalla sua andatura spezzata, dalla malinconia muta di un essere creato per essere odiato. Quel bambino era Guillermo del Toro. E in quel momento nacque un’ossessione per il diverso, per l’incompreso, per il confine sottile tra orrore e meraviglia.

Oggi, mezzo secolo dopo, quel bambino è diventato uno dei cineasti più visionari del nostro tempo, e ha finalmente portato sullo schermo il suo Frankenstein. Ma il film che ne è nato non è l’horror che ci si aspetterebbe. È piuttosto una meditazione dolente, una partitura lunga e visionaria sul desiderio di creare e sull’inevitabilità del fallimento. Non si chiede semplicemente che cosa accade quando l’uomo gioca a essere Dio, ma perché, alla fine, quel gioco è destinato a ferire proprio chi lo ha iniziato.

Del Toro affronta il romanzo di Mary Shelley — quel capolavoro scritto a soli diciannove anni, nato tra fantasmi e incubi sulle rive del Lago di Ginevra — con una devozione febbrile. Il suo Frankenstein è gotico, sontuoso, denso, affollato di simboli e citazioni, innamorato delle sue stesse ombre. È un film che si muove con la lentezza e la gravità di una processione funebre. E proprio come il romanzo, porta con sé il peso di un’ambizione titanica: quella di restituire al mostro la sua anima, e alla creazione il suo dramma morale.

Ma è anche un’opera che sa di essere fragile, imperfetta, quasi troppo grande per il contenitore che la ospita. Come la Creatura stessa, anche questo film è un organismo straordinario e incompleto, animato da tensioni opposte: bellezza e grottesco, empatia e crudeltà, poesia e disfacimento. Una macchina narrativa costruita con amore e ferocia, che non sempre funziona come previsto. Eppure, è proprio in questi squilibri che si rivela la sua umanità.

Oscar Isaac interpreta un Victor Frankenstein segnato dal tempo, smagrito, in fuga nell’Artico; un uomo braccato dal suo stesso sogno — o dal suo stesso errore — incarnato da un Jacob Elordi sorprendente, ieratico come una scultura greca, eppure attraversato da un dolore quasi infantile. Il film si apre nel ghiaccio, alla fine di tutto, e da lì, come in ogni tragedia che si rispetti, ci riporta lentamente all’origine del peccato. C’è un padre chirurgo e tiranno (Charles Dance, che dosa la crudeltà come un veleno lento), una madre eterea e fragile (Mia Goth, in una delle sue incarnazioni), un fratello morto e una promessa fatta nel silenzio: sconfiggere la morte con la scienza.

Del Toro conosce bene il cuore pulsante del mito; sa che il vero mostro, da sempre, è lo sguardo che giudica. Sa anche che il cinema vive ancora nei minimi gesti. Lo crede con tutta la forza di chi ha dedicato la carriera a raccontare l’anomalia e il desiderio di bellezza nell’orrore. Eppure, in questo Frankenstein, qualcosa resta sospeso.

Non è l’emozione a mancare, ma la sua carne. È come se il film, pur ricco di immagini potenti e tenerezze mostruose, fosse rinchiuso in una scatola troppo liscia per contenerlo davvero. La distribuzione limitata, la cornice digitale, l’effetto plastificato di certe sequenze frenano quello che dovrebbe essere un inno visivo alla materia e alla decomposizione. Come la Creatura che anima, anche il film sembra pulsare sotto la pelle, ma senza riuscire a strappare del tutto i suoi legacci.

Il film è pieno di immagini bellissime, ma spesso fluttuano come fantasmi su uno sfondo di plastica. La neve sembra plastilina, i cieli sembrano screensaver. Il confronto con The Shape of Water o Il labirinto del fauno è inevitabile, ma qui manca quella profondità tattile che rendeva quei mondi credibili. Dan Laustsen firma ancora la fotografia, ma è come se Netflix ne avesse lisciato le asperità, reso tutto troppo nitido, troppo levigato.

Eppure, c’è cuore. C’è la scena, meravigliosa, in cui il mostro incontra un vecchio cieco che lo accoglie come un figlio. C’è l’eco lontana de Il labirinto del fauno, la malinconia storica de La spina del diavolo, e c’è anche una riflessione mai didascalica sul potere, il controllo e l’illusione dell’uomo-creatore.

E poi c’è Harlander, il finanziatore viscido e sornione interpretato da Christoph Waltz, una presenza inquieta che sembra arrivare direttamente dal mondo siliconato dei venture capitalist: un Thiel, un Musk, un’ombra elegante dietro il vetro. Non è un cattivo, ma qualcosa di peggiore. È il sistema. È l’industria che paga la creazione ma non ne sopporta l’imprevedibilità.

Del Toro, ancora una volta, non ci parla solo di scienza. Victor Frankenstein, nel suo film, è un artista, un autore. Un uomo che crea per amore e per delirio. Che costruisce la sua opera pezzo per pezzo, e poi, quando finalmente respira, la guarda con disincanto. Troppi errori, troppa realtà. È in quel gesto, in quella delusione che del Toro si riflette. Perché anche lui, come Victor, è un maniaco del dettaglio, uno che crede che la bellezza stia nelle giunture, negli inserti, nei piccoli squilibri. E che proprio per questo, non riesce a lasciar andare ciò che ha costruito.

Nel secondo tempo, la voce narrante cambia. È la Creatura a parlare, e il film cambia pelle. La sua versione dei fatti è frammentata, dolce, rabbiosa. Cita Il Paradiso perduto, cammina nei boschi ghiacciati, impara a leggere, viene rifiutata. Ma, soprattutto, capisce di essere nata non per scelta, ma per il capriccio di qualcun altro. E questa consapevolezza è ciò che lo rende tragicamente umano.

Come si giudica, allora, un Frankenstein del XXI secolo? Forse non per la sua coerenza narrativa, né per la sua precisione stilistica. Forse nemmeno per la sua capacità di spaventare. Ma per la sua malinconica sincerità. Del Toro ha realizzato il film che inseguiva da una vita. È imperfetto, sbilanciato, talvolta persino goffo. Ma non finge mai di essere qualcos’altro. E questo, nel nostro tempo saturo di filtri e simulazioni, è già un atto di coraggio.

Frankenstein non è solo un mostro. È un sogno mal riuscito. Ed è per questo che ci somiglia tanto.

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