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Carrère e il disincanto: come si smette di amare la Russia

Il 24 febbraio 2022, mentre i primi missili russi colpivano l’Ucraina e Mosca sprofondava nel suo nuovo isolamento internazionale, Emmanuel Carrère, uno degli scrittori francesi più noti e tradotti al mondo, saliva su un volo diretto proprio verso la capitale russa. Lo aveva già programmato, certo, ma era soprattutto spinto dall’urgenza di capire cosa fosse diventata quella Russia che aveva amato a lungo e a cui aveva dedicato pagine memorabili.

Per dieci giorni, rimase in una città disorientata, silenziosa. Vide amici preparare la fuga, leggi repressive moltiplicarsi, e soprattutto vide un popolo, in gran parte, voltarsi dall’altra parte. O peggio, approvare. Fu in quel momento che qualcosa, dentro di lui, si ruppe.

Il mio amore per la Russia ha subito un duro colpo. Tutto ciò che mi affascinava – la letteratura, la storia tragica, le figure titaniche – sembra ora sfociare in una guerra brutale, senza giustificazioni.

Quel trauma personale è diventato il cuore pulsante del suo ultimo libro, Kolkhoze, finalista al Prix Goncourt di quest’anno. È un’autobiografia intima e inquieta, che attraversa i suoi legami familiari con il mondo russo (a partire dalla madre, Hélène Carrère d’Encausse, celebre storica e per anni volto pubblico della russistica francese) e si confronta con il peso di una fascinazione che oggi appare compromessa.

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Carrère ha sempre scritto di sé attraverso gli altri: da Limonov, il romanzo-biografia del dissidente diventato ultranazionalista, a L’Avversario, storia vera di un uomo che uccide la sua famiglia dopo anni di menzogne. Ma la Russia è stata, da sempre, un’ossessione. Un retaggio familiare giacché sua madre, figlia di una nobildonna russa e di un georgiano immigrato, parlava russo in casa. E già a tredici anni, Carrère leggeva L’Idiota di Dostoevskij.

Avevo la sensazione che in Russia si vivesse in modo più intenso.

Negli anni Duemila, mentre la Russia di Vladimir Putin consolidava lentamente la sua presa sul potere, Carrère iniziò a viaggiare con regolarità nell’ex impero sovietico, attratto da un mondo che sembrava vivere ancora in bilico tra tragedia e assurdo. In quelle terre gelate, lontane dalla razionalità europea, Carrère trovava personaggi fuori scala, figure che sembravano uscite da un romanzo di Gogol’ o Dostoevskij ma erano più che reali.

In Un roman russe (2007), racconta l’incontro con un soldato ungherese della Seconda guerra mondiale, disperso durante il conflitto e ritrovato mezzo secolo dopo in un manicomio della Russia siberiana, dimenticato da tutti e da se stesso. Una vicenda al limite dell’incredibile, che diventa metafora vivente di una Russia capace di trattenere i suoi fantasmi nel tempo, in un eterno presente che non guarisce mai del tutto.

Poi arriva Limonov (2011), il ritratto letterario di Eduard Limonov, poeta e scrittore, esule a New York, servo di oligarchi, combattente in Jugoslavia, fondatore di un partito nazional-bolscevico e icona di una Russia impossibile da classificare. Con uno stile nervoso e coinvolto, Carrère ricostruisce la vita paradossale di un uomo che ha incarnato tutte le contraddizioni dell’epoca post-sovietica: il culto dell’eroismo, l’odio per la democrazia liberale, e il fascino della forza bruta.

Eppure, in quegli stessi anni, la Russia stava già cambiando volto. Putin, salito al potere nel 2000, chiudeva televisioni indipendenti, reprimeva il dissenso, controllava gli oligarchi. Nel 2007 denunciava pubblicamente l’espansione della NATO, e nel 2008 invadeva la Georgia, strappando all’ex repubblica sovietica l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia. Segnali evidenti di un’agenda imperiale in fase di riattivazione.

Carrère (e con lui gran parte del mondo intellettuale francese ed europeo) non colse immediatamente la portata storica di quei segnali. Putin appariva come un leader cinico, certo, ma anche razionale, magari persino utile per contenere il caos post-sovietico. Limonov stesso veniva visto più come una figura letteraria che come il sintomo di un’ideologia pericolosa.

La fascinazione per il “mistero russo”, alimentata da secoli di relazioni culturali tra Mosca e Parigi, offuscava la comprensione politica. E Carrère, nella sua sete di personaggi estremi e atmosfere dense, sembrava più attratto dai margini che dalle strutture del potere. La Russia gli offriva uno specchio per esplorare i lati più oscuri e vitali dell’animo umano.

L’invasione dell’Ucraina ha cambiato tutto. Carrère, partito per Mosca con il regista Kirill Serebrennikov, per lavorare all’adattamento cinematografico di Limonov, ha visto una Russia che si chiude, si militarizza, si affida a una propaganda ossessiva. I suoi vecchi codici culturali non bastano più a decifrare ciò che ha di fronte.

Così cambia direzione. Va in Georgia, dove incontra la cugina Salomé Zourabichvili, ex presidente del Paese, e scopre un’altra narrazione: quella di un popolo che ha subito per decenni l’egemonia russa, prima zarista, poi sovietica. “Non avevo mai pensato alla Georgia come a una colonia,” ammette. “La guerra me lo ha fatto capire.”

Poi visita l’Ucraina. Nel 2023 accompagna il filosofo Volodymyr Yermolenko nelle città martoriate di Kherson e Kharkiv. Dorme in rifugi antiaerei, ascolta poesie lette al buio, discute sulla necessità per l’Ucraina di decolonizzare la propria cultura, anche a costo di rinnegare Tolstoj e Dostoevskij, i padri del nazionalismo russo.

Vedere attraverso gli occhi degli ucraini mi ha scosso. Capisco perché alcuni autori russi vengano oggi rifiutati. Anche se spero che, un giorno, questo bilancio sarà più misurato.

Kolkhoze è anche una critica affilata all’indulgenza di certi intellettuali francesi verso Mosca. Sua madre, morta nel 2023, ne è simbolo e bersaglio. Carrère scrive senza pietà:

Il suo amore per la Russia si è trasformato in compiacenza per Putin. Per vent’anni ha portato la voce del Cremlino ai presidenti francesi, sostenendo che la Russia è un grande Paese, e Putin un uomo di pace… purché non venga umiliato.

Una frase che suona oggi come una condanna, e insieme come un’amara autocritica. “Avremmo dovuto capirlo molto prima”, scrive.

Carrère ha visitato l’Ucraina e la Georgia otto volte negli ultimi due anni. Quei viaggi non sono stati soltanto reportage, ma tappe di una vera e propria catarsi.

Quel vuoto lasciato dalla fine dell’amore per la Russia, che lui stesso ha descritto come “scioccante da dire, ma reale”. non sarà riempito con una sostituzione frettolosa. Il percorso che ha intrapreso non è solo geografico, ma esistenziale. Non è escluso che torni ancora una volta a scrivere di Russia, ma sarà una Russia rivista da lontano, forse disinnescata dal mito. Intanto resta in ascolto, attraversando altre geografie e altri silenzi. In cerca, come sempre, di una verità che sia tanto personale quanto storica.

In un articolo pubblicato su Kometa nel 2023, concludeva così:

Un vuoto si è aperto. Perché amavo la Russia, e per quanto sia scioccante dirlo, si possono ancora amare alcuni russi. Ma non si può più amare la Russia.

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