Fëdor Cherenkov

Fëdor Čerenkov, il genio del calcio sovietico che l’Occidente non conobbe mai

Ci vogliono avvelenare!”, gridò Fëdor Čerenkov rifiutando di toccare la minestra. Era il marzo del 1984 e lo Spartak Mosca si trovava a Tbilisi per il ritorno dei quarti di finale di Coppa Uefa contro l’Anderlecht. Nella sala da pranzo, i compagni lo fissavano increduli. Il loro numero 10, il simbolo più amato del calcio sovietico, stava vivendo un improvviso e inspiegabile delirio. Solo pochi mesi prima aveva incantato l’Europa con una doppietta contro l’Aston Villa, compreso un gol all’ultimo minuto che aveva eliminato gli inglesi e conquistato la stampa britannica. Si parlò perfino di un’offerta dall’Inghilterra, ma era pura fantasia perché nell’Unione Sovietica di allora nessun giocatore, e tantomeno un’icona come Čerenkov, avrebbe mai potuto attraversare il Muro.

Nel 1983 Čerenkov era al vertice. Miglior giocatore dell’Urss, idolo dello Spartak, protagonista anche in nazionale, dove aveva segnato due gol contro il Portogallo in un roboante 5-0. Ma la pressione lo stava logorando. Quella notte a Tbilisi fu il punto di rottura: visioni, allucinazioni, la paura del veleno e il tentativo di gettarsi dalla finestra dell’hotel. Fu ricoverato d’urgenza, e solo mesi dopo tornò in campo. Nessuno seppe mai davvero spiegare che cosa gli stesse accadendo. “Fyodor aveva momenti di depressione e angoscia, ma nessuno comprese la natura dei suoi problemi. I geni non si possono diagnosticare, si possono solo intuire”, dirà anni dopo il suo amico e compagno Sergej Rodionov.

Chi lo aveva visto giocare continua ancora oggi a parlarne come di un genio. “Un artista che dribblava, passava e tirava con la stessa grazia”, ricorda il difensore Vagiz Khidijatullin. Sottile, elegante, fragile e visionario, Čerenkov sembrava più un poeta che un atleta. Nel gioco corto e raffinato dello Spartak di Konstantin Beskov trovò la sua dimensione ideale. I tifosi lo veneravano, anche quelli delle squadre rivali. Lo chiamavano “il calciatore del popolo”, e la sua popolarità superava confini e appartenenze. Era il volto umano di un calcio spesso prigioniero della propaganda; un uomo timido e generoso che firmava autografi per tutti, parlava piano e regalava doni non solo ad amici e familiari, ma anche a sconosciuti. “Si chiedeva sempre perché lo amassero tanto. Non capiva di essere speciale”, ricordò il compagno Sergej Šavlo.

La figlia Anastasija, che negli anni Ottanta era ancora bambina, lo descrive come un padre tenero e modesto: “Quando la gente lo fermava, rispondeva con calma, senza mai sentirsi una star. Detestava i complimenti”. Dietro quella dolcezza si nascondeva però una forza straordinaria. Rodionov lo sapeva bene:

Tornare a giocare dopo settimane di ospedale, e farlo a quei livelli, richiedeva un coraggio che pochi possiedono. Non era debole, era indomabile.

Eppure, per quanto brillante, il mondo non ebbe mai modo di conoscerlo. Considerato il miglior calciatore sovietico del decennio, Čerenkov non partecipò a nessun grande torneo internazionale. Restò escluso dai Mondiali del 1982, 1986 e 1990, e persino dall’Europeo del 1988. Aveva solo vent’anni quando segnò al Maracanã in un’amichevole contro il Brasile, stupendo i tifosi carioca. Sembrava l’inizio di una carriera globale, ma nel 1982, nonostante la presenza del suo mentore Beskov nello staff tecnico dell’Urss, venne inspiegabilmente escluso dalla spedizione mondiale. Nel 1986, dopo aver superato un primo crollo mentale, tornò in forma per le qualificazioni, ma durante il ritiro in Messico ricaddero i disturbi. Quando Lobanovskij prese il posto del commissario tecnico Eduard Malofeev, preferì costruire la squadra intorno ai giocatori della Dinamo Kiev, simbolo di quel calcio meccanico e disciplinato che Čerenkov, con la sua imprevedibilità poetica, non incarnava. “Il suo calcio era emotivo, libero, impossibile da addestrare. In un sistema che chiedeva controllo e rigore, l’intuizione faceva paura”, spiegò Rodionov.

Nello Spartak, però, continuò a brillare come un astro che rifiutava di spegnersi. Vinse il campionato nel 1989, due anni dopo una storica doppietta campionato-coppa che consacrò la squadra di Mosca come il cuore estetico del calcio sovietico. Čerenkov era ancora il simbolo di un modo di giocare che cercava la bellezza anche nella fatica, ma il 1990 segnò la fine delle illusioni. A trent’anni, escluso per l’ennesima volta dal Mondiale, comprese che la sua parabola internazionale era finita. Decise allora di provare un’ultima avventura all’estero, insieme all’amico inseparabile, Rodionov. Li accolse soltanto il Red Star, una piccola squadra della seconda divisione francese. Per un uomo abituato alle folle moscovite e alla lingua familiare degli spalti sovietici fu un trauma. La solitudine, l’alienazione, la nostalgia divennero insopportabili. Le crisi mentali tornarono, più forti, e dopo pochi mesi Fëdor fece ritorno a casa.

Continuò a giocare sporadicamente fino al 1994, ma era ormai un’ombra. Quando si ritirò la sua fragile architettura interiore cominciò a crollare. Seguì un lungo periodo di silenzio, ricoveri, ricadute e tentativi di suicidio. Poi, nell’ottobre del 2014, crollò davanti alla porta di casa. Un tumore al cervello lo portò via a cinquantacinque anni.

Ai funerali, Mosca intera si fermò. Migliaia di persone riempirono le strade, unite in un lutto che superò le rivalità di sempre. C’erano le sciarpe dello Spartak, ma anche dello Zenit, del CSKA, della Dynamo Kiev. Per un giorno, il calcio sovietico ritrovò la propria anima. “Solo dopo la sua morte ho capito quanto amore lo circondasse” — ha ricordato la figlia Anastasija — “Molti mi dissero che con lui era morta una parte della loro anima.

In quella folla silenziosa, tra bandiere e volti in lacrime, si piangeva un modo di intendere il calcio, poetico, fragile, umano. Rodionov, che fu l’amico più vicino, lo ricordò con parole che oggi suonano come un epitaffio:

Fëdor ha donato luce, e la luce gli è tornata indietro. Ogni suo tocco era una cura. Era un genio, e come molti geni, ebbe un destino tragico.

Fëdor Čerenkov fu il volto più puro del calcio sovietico. Un talento che la politica non poté esportare, un uomo che la medicina non seppe capire e un poeta del pallone che il mondo non poté conoscere. Nella sua mestizia c’era la malinconia di un Paese che stava scomparendo; nei suoi dribbling, la nostalgia di un’utopia. Giocava come si scrive una poesia, con grazia e disperazione, come se sapesse che ogni bellezza, nel suo mondo e nel nostro, è destinata a durare troppo poco.

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