nina simone

Come si diventa Nina Simone: un ritratto in cinque canzoni

C’è una linea sottile tra il canto e il grido così come tra la preghiera e la rivolta. Nina Simone visse su quella linea per tutta la vita. Nessun’altra artista del Novecento ha incarnato con tanta lucidità la contraddizione tra talento ed esclusione. Pianista classica mancata, voce dell’anima afroamericana, profeta del dolore e della dignità, Simone è stata tutto questo insieme e qualcosa di più: una coscienza inquieta.

Nata Eunice Kathleen Waymon nel 1933, a Tryon, una piccola città della Carolina del Nord, crebbe nel profondo Sud segregazionista, dove le regole non scritte del razzismo dettavano la vita quotidiana. Figlia di una predicatrice metodista e di un operaio, scoprì la musica come rivelazione e rifugio. A tre anni già suonava il pianoforte a orecchio; e a sei accompagnava i canti della chiesa. Il suo talento prodigioso commosse tanto la comunità nera locale che gli abitanti organizzarono una colletta per permetterle di studiare con un’insegnante bianca. Era un gesto di fede, ma anche un atto di resistenza, perché in quella bambina si vedeva la possibilità di un riscatto collettivo.

Alla Juilliard School di New York perfezionò la sua tecnica, nutrendosi di Bach e Chopin, ma il sogno di diventare la prima pianista concertista nera di musica classica si infranse quando il Curtis Institute of Music di Philadelphia la respinse. Non le fu mai detto apertamente, ma lei capì subito che non era un problema di talento, ma di colore. Quella ferita restò aperta per sempre, e sarà, paradossalmente, la matrice di tutta la sua arte.

La mia rabbia è nata quel giorno”, scriverà più tardi nelle sue memorie. Tutto ciò che Nina Simone canterà da quel momento nascerà da quella rabbia primordiale, la consapevolezza che il genio non basta se la pelle è sbagliata.

Costretta a mantenersi, Eunice cominciò a suonare nei bar di Atlantic City. Per nascondere quella vita “profana” alla madre, adottò un nome nuovo: Nina, piccola in spagnolo, e Simone, in omaggio all’attrice francese Simone Signoret. Nei club fumosi dove il jazz si mescolava al sudore e alla birra, imparò ciò che nessuna accademia avrebbe potuto insegnarle: l’improvvisazione, il ritmo, la vulnerabilità di chi deve conquistare ogni ascoltatore.

Eppure, la sua formazione classica non la abbandonò mai. Bach restò la sua grammatica segreta, nascosta sotto le pieghe del blues. Nelle sue esibizioni, le fughe e i contrappunti diventavano strumenti per costruire tensione emotiva; le sue mani correvano sui tasti con una precisione quasi liturgica, mentre la voce, un contralto profondo e imperfetto, raccontava la fatica di vivere. Era come se ogni nota portasse con sé un frammento della storia nera d’America, sospesa tra la grazia del gospel e la violenza della segregazione.

Nacque così una voce che non apparteneva a nessun genere. “Non sono una jazzista”, ripeteva con irritazione a chi cercava di incasellarla. Aveva ragione. In lei convivevano il rigore europeo e l’istinto africano, il sacro e il profano, l’intellettuale e la donna ferita. Nina Simone non suonava per intrattenere, suonava per rivelare.

I Put a Spell on You

In questo brano del 1965, reinterpretazione della canzone di Screamin’ Jay Hawkins, Simone ribalta il gioco dei ruoli. La donna non è più quella che implora, ma quella che detta le regole del desiderio. La sensualità diventa linguaggio politico, un atto di sovversione in un mondo che voleva le donne — e le donne nere, soprattutto — silenziose, docili, decorative.

Il pianoforte costruisce una tensione quasi barocca: arpeggi che si arrampicano, pause improvvise, un rigore classico che contiene e amplifica la furia. Poi la voce lacera la superficie come un colpo di frusta. È una delle prime canzoni in cui Nina sembra dire, a sé e agli altri, che la vulnerabilità può essere una forma di potere.

È l’inizio della sua poetica più profonda: trasformare il dolore in comando, e il sentimento in coscienza.

Mississippi Goddam

E arrivò la rabbia. Era il 1963, e l’attentato alla chiesa battista di Birmingham aveva ucciso quattro bambine afroamericane. Nina scrisse Mississippi Goddam in una notte.
La presentò per la prima volta al Carnegie Hall, davanti a un pubblico bianco. Quando cantò “Alabama’s gotten me so upset, Tennessee made me lose my rest, and everybody knows about Mississippi Goddam”, nella sala cadde il gelo. Alcuni dischi vennero distrutti in diretta radio.

Eppure, quella fu la nascita della Nina Simone militante.
La canzone suona come un musical, ma le parole sono veleno. Usa la leggerezza come trappola e l’ironia come lama. È l’urlo di una generazione che non chiede più pietà ma giustizia. Da quel momento, Nina non sarà più solo un’artista, ma diventerà una voce del movimento per i diritti civili accanto a Martin Luther King, Malcolm X e Lorraine Hansberry. “L’arte non serve se non parla del tempo in cui vivi”, dirà anni dopo.

Sinnerman

Dieci minuti di trance e redenzione.
Sinnerman è un tradizionale spiritual afroamericano, ma Nina lo trasforma in un rito sciamanico. Il pianoforte martella, la voce rincorre Dio e il peccato, il ritmo cresce fino al delirio. È un brano che parla della fuga e della certezza che nessuno può sfuggire al proprio destino.

La versione registrata nel 1965 è un’odissea sonora che sembra anticipare la trance elettronica, ma con la forza di un gospel apocalittico. Ogni volta che il brano sembra finire, ricomincia, più incalzante. È il suono di una donna che ha conosciuto il caos dentro di sé e lo restituisce a tutti noi. Simone aveva cominciato a soffrire di sbalzi d’umore già negli anni Sessanta; solo più tardi le sarebbe stato diagnosticato un disturbo bipolare. Sinnerman è il suo autoritratto nascosto.

To Be Young, Gifted and Black

Questa è la canzone del riscatto.
Scritta in memoria della sua amica Lorraine Hansberry, autrice di A Raisin in the Sun, divenne l’inno di una generazione. “To be young, gifted and black / is where it’s at.” Era un tempo in cui l’orgoglio nero non era ancora mainstream, e Nina offriva agli afroamericani un nuovo specchio in cui riconoscersi.

Nel testo e nella melodia c’è un senso di vittoriosa calma, di fierezza senza rancore.
Per la prima volta, Simone canta la gioia non come evasione, ma come forma di resistenza. La canzone attraversa scuole, chiese, comizi, e viene ripresa da Aretha Franklin e Donny Hathaway. È il momento in cui la sua voce diventa comunità, in cui l’individuale si dissolve nel collettivo.

Non si può vivere in questo mondo e non essere coinvolti”, dirà in un’intervista del 1970.
Questa canzone è la sua risposta definitiva: l’arte come educazione morale.

Everything Must Change

Negli anni Settanta, dopo le persecuzioni fiscali e la delusione per la politica americana, Nina lasciò gli Stati Uniti. Visse tra Liberia, Svizzera e infine nel Sud della Francia. La sua salute peggiorava e la sua voce diventava più scura, più stanca, più vera.

In Everything Must Change canta con una calma che è resa. “Everything must change / nothing remains the same.” Non c’è rabbia, solo consapevolezza. È un canto del tramonto, ma anche un testamento spirituale.

Non è più la sacerdotessa del soul, ma una creatura fragile che accetta la propria transitorietà. Come se la furia di Mississippi Goddam e la fede di Sinnerman avessero finalmente trovato una tregua.

Morì nel 2003, in una casa affacciata sul Mediterraneo.
Due giorni prima, il Curtis Institute, la scuola che l’aveva rifiutata, le aveva concesso una laurea honoris causa.
Era ormai troppo tardi, forse era anche inutile, perché Nina Simone… beh era diventata Nina Simone.

E se ancora oggi, ascoltando la sua voce, sentiamo tremare qualcosa dentro di noi, è perché Nina Simone non ci ha mai chiesto di amarla.
Ci ha chiesto, semplicemente, di svegliarci.

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