Robert Redford si è spento a 89 anni, nella sua casa tra le montagne dello Utah. “Nel luogo che amava, circondato da chi amava”, ha detto la sua portavoce. Una fine coerente con la vita di un uomo che non fu solo divo, ma un regista amaro, un fondatore di un festival di cinema indipendente e un ambientalista convinto. Il suo cinema non si limitava a intrattenere, ma raccontava storie capaci di pesare sulla cultura e, qualche volta, di cambiare la realtà.
Per molti resterà il Sundance Kid che insieme a Paul Newman corre verso un fermo-immagine di bellezza e morte. Per altri sarà Bob Woodward, il giornalista che in All the President’s Men portò il Watergate sul grande schermo trasformandolo in un thriller morale. Per altri ancora, l’uomo solo in All Is Lost, volto scavato e quasi muto, in lotta con il mare e con il tempo. Tre ruoli, tre decenni diversi, ma sempre la stessa eleganza ostinata.


Il suo percorso da attore fu un movimento ascendete. Dalla leggenda western di Butch Cassidy and the Sundance Kid (1969) alla truffa raffinata di The Sting (1973), dal thriller politico Three Days of the Condor (1975) fino a All the President’s Men (1976), che trasformò il Watergate in cinema popolare. Poi l’Africa romantica accanto a Meryl Streep in Out of Africa (1985) e, più tardi, il successo di Indecent Proposal (1993). Quell’aspetto da ragazzo amaricano con i capelli color grano e il sorriso luminoso sembrava seguire una rigida disciplina, attraverso la quale imparò a non sovrastare le partner femminili —Jane Fonda, Barbra Streisand, Meryl Streep. Anzi, le faceva risplendere. Così portò il grande pubblico dentro storie di politica, disincanto ed etica, senza mai ridurle a vuoto intrattenimento.
A quarant’anni decise di passare dietro la macchina da presa. Ordinary People (1980) fu un esordio che non sembrava un esordio. Raccontare un lutto familiare senza retorica, dirigere Mary Tyler Moore contro-ruolo, dare forma al non detto di un’America borghese che implode; arrivarono quattro Oscar, tra cui miglior film e miglior regia. Da lì Redford non scelse scorciatoie: The Milagro Beanfield War (1988) fu un inciampo commerciale, ma poi arrivarono A River Runs Through It (1992)—la natura come scuola morale, Brad Pitt come promessa—e Quiz Show (1994), autopsia elegante di un Paese sedotto dalla televisione e disposto a truccare la verità in prima serata. Cinema “medio” solo in apparenza; in realtà, laboratori di coscienza civile.


La vera rivoluzione, però, ha un nome: Sundance. Tutto comincia nel 1981 con il Sundance Institute e, poco dopo, con il festival che trasforma una rassegna di provincia nello snodo globale del cinema indipendente. Da lì in avanti, quello che era “fuori sistema” smette di essere un sottobosco per pochi appassionati e diventa un’industria parallela, capace di lanciare autori come Steven Soderbergh, Quentin Tarantino, Darren Aronofsky, Ava DuVernay e Chloé Zhao. Redford costruì un santuario per le nuove voci, ma non smise mai di difenderlo: quando inveiva contro i “gift-bag people” e il circo delle sponsorizzazioni, non era un brontolio da veterano, ma un modo per proteggere quella libertà creativa. Sundance fu la sua più grande eredità culturale, un luogo dove l’indipendenza non è solo stile, ma metodo e destino.
È facile raccontare Redford come il “bello e impegnato”, ma sembra più una scorciatoia giornalistica. Il suo ambientalismo (le battaglie contro autostrade e centrali a carbone nello Utah, mezzo secolo al fianco del Natural Resources Defense Council), ad esempio, non fu mai un vezzo da copertina. Anzi, spesso gli attirò feroci critiche in certi ambienti, anche ad Hollywood.
La sua biografia (Santa Monica, un’adolescenza che lui stesso raccontava come irrequieta; gli studi d’arte in Europa; i primi passi tra Broadway e la tv; il matrimonio precoce, i figli, i lutti familiari) è fatta di ripartenze. Ma soprattutto, è fatta di revisioni. Redford fu uno di quei rari attori che non smettono mai di ritarare la propria maschera, La levigò quando serviva la grazia, la incrinò quando serviva l’ombra. In Downhill Racer mise in scena l’arroganza pura, in The Candidate la disperazione lucida della politica spettacolo; in The Natural e Jeremiah Johnson restituì l’epica americana—lo sport, la frontiera—come mitologie fallibili, già piene di crepe.

Che cos’è rimasto, allora? Una filmografia che attraversa più di sessant’anni e un’architettura culturale, il Sundance, che continua a resistere. Ma soprattutto un’idea chiara: il cinema è anche responsabilità. Non rinnegò mai l’intrattenimento, ma rifiutò la banalità calcolata. Sapeva divertire e insieme costringere a pensare. Scelse spesso storie “di mezzo”—non estreme, non accomodanti—e in quel centro mise nervi, inquietudine e tensione etica. Non fu un ribelle incendiario come Brando né un istrione instabile come Nicholson. Era un costruttore di equilibri, un architetto di sguardi capace di dare al cinema popolare una densità morale.
Negli ultimi anni affrontò il tempo con coraggio quasi testardo. All Is Lost (2013) lo escluse dagli Oscar e lui non lo digerì; Our Souls at Night (2017), al fianco di Jane Fonda, fu una carezza malinconica; The Old Man & the Gun (2018) sembrava il sigillo finale con il ladro gentiluomo che congeda il pubblico con un sorriso. Non era semplice nostalgia, ma la prova che anche la vecchiaia, se raccontata con grazia, può diventare racconto e persino alleata.

Per capire perché la sua figura resti centrale oggi, basta guardare al cinema americano dopo Sundance: un ecosistema dove il rischio è diventato possibile, e le voci personali hanno trovato spazio senza chiedere permesso ai vecchi feudi. È un’eredità fatta di contraddizioni—tra autenticità e mercato, tra laboratorio e passerella—che Redford non solo ha accettato, ma ha abitato consapevolmente. L’attore più bello della sua generazione che prendeva sul serio il pubblico; il regista “classico” capace di produrre film corrosivi; il divo che fuggiva da Hollywood per riscriverne le regole.
Gli Oscar, i record al botteghino, i poster iconici restano, ma sono ornamenti. Ciò che conta davvero è la sua convinzione che il cinema sia un lavoro di responsabilità, e che un’immagine valga solo se riesce a sporcarsi di realtà.
Se oggi piangiamo un’icona, domani dovremmo chiederci come tenere acceso il suo fuoco. Perché il modo migliore per ricordare Robert Redford non è fissare l’ultimo fermo-immagine, ma rimettere in moto la sequenza: rischiare nuove storie, difendere gli autori, credere che il pubblico sia pronto a seguirle. A differenza di molti a Hollywood, Redford cercava qualcosa di più grande di sé, e lo ha trovato.







