Parlare di Stefano Benni è un po’ come bussare a un bar di provincia a mezzanotte e trovare dentro gente che beve, parlando la lingua dei sogni. C’è il vecchio che ricorda partite mai giocate, il gatto filosofo che cita Aristotele, il politico che inciampa su una buccia di banana e chiama una conferenza stampa, il ragazzino che sogna di volare. Tutti insieme, nello stesso spazio, come se la realtà fosse un jazz che non finisce mai.
Nei suoi libri ci entravi dentro. Bar Sport era un condominio di umanità tragicomica, Saltatempo un orologio che invece di segnare le ore raccontava la vita, Margherita Dolcevita una favola nera che sapeva di zucchero bruciato. Ogni frase ti lasciava addosso la sensazione che ridere fosse un atto serio, quasi politico. «Chi non ride mai non è una persona seria», diceva. E non era una battuta, ma una filosofia.
Benni era un creatore di complici. Ricordi quella frase di Saltatempo? «Le cose muoiono: questa è la prima cosa che non puoi cancellare, una volta che l’hai davvero scoperta. Le cose guariscono, le cose ricominciano, le cose tornano. Questa è una cosa bella da tenere in testa, ma non la puoi avere sempre, la speranza fa il gioco del sole nel bosco, sparisce, riappare un attimo, poi di nuovo è ombra e scuro.». Ecco, lui faceva così con le parole: ne nascondeva il senso originale, le mimetizzava, le lasciava rimbalzare fino a farcele esplodere in testa come coriandoli.
Oggi ci manca questo coraggio. La letteratura sembra intrappolata tra l’autobiografia ossessiva e il romanzo da scaffale perfetto, senza sbavature. I social hanno ridotto l’ironia a una battuta da dieci secondi, mentre lui costruiva romanzi interi per una risata che ti restava nel cuore. Il suo era un mondo dove perfino la malinconia sapeva sorridere, dove un bambino che correva nei campi aveva più verità di un discorso parlamentare. E infatti in Margherita Dolcevita scrive: «La vita non è fatta di giorni, è fatta di momenti. I giorni sono solo carta da parati». Frasi così non si dimenticano, si portano dietro come piccole preghiere laiche.
Quando saliva su un palco, condivideva lo stesso respiro del pubblico. E accanto a lui potevano esserci Dario Fo o Ascanio Celestini, ma la sensazione era che Benni fosse sempre in qualche modo altrove, in una dimensione tutta sua, in cui la parola non era mai neutra, mai innocua.
Il “nuovo Benni” non arriverà mai, ed è giusto così. Perché era irripetibile l’alchimia tra il suo talento e il tempo in cui ha scritto. L’Italia che prendeva in giro era ancora naif, viva, a tratti grottesca. I bar erano piazze, la televisione un idolo ridicolo, la politica un circo di clown inconsapevoli. Oggi i bar sono deserti, la tv l’ha inghiottita l’algoritmo, la politica ha smesso perfino di sembrare ridicola, ora è solo tragica. E così lo stile di Benni appare come un dinosauro fantastico, che nessun paleontologo troverà più.
La sua vera eredità non sta nel provare a copiarlo, ma nel ricordare che la fantasia è un posto dove ci piove dentro — lo diceva lui. Che la letteratura, se vuole essere viva, deve osare, inciampare, mischiare i registri. Deve trasformare la lingua in un’orchestra dove ognuno può suonare la sua nota, anche stonata. E allora forse il modo migliore per leggerlo oggi non è rimpiangerlo, ma lasciarsi contagiare ancora da quella musica. Perché in fondo, come avrebbe detto lui, la realtà è un’enorme barzelletta cosmica: sta solo a noi decidere se ridere o restare muti.







