rashford barcellona
Foto: JOSEP LAGO | Ringraziamenti: AFP

Il dibattito infinito sul tetto salariale della Liga

Il 23 luglio 2025 il Camp Nou ha fatto da cornice alla presentazione ufficiale di Marcus Rashford, arrivato in prestito dal Manchester United. Il sorriso del fuoriclasse inglese e la maglia blaugrana alzata verso i tifosi sembravano l’immagine perfetta di un colpo di mercato di prestigio. In realtà, dietro quella scena patinata si nascondeva un complicato intreccio di cavilli regolamentari e fideiussioni bancarie. Per renderlo eleggibile, infatti, la dirigenza del Barça ha dovuto garantire 7 milioni di euro, dopo aver già sfruttato una deroga del regolamento che aveva permesso di registrare Joan García al posto dell’infortunato Marc-André ter Stegen.

Quello di Rashford, però, non è un caso isolato; è solo l’ultimo episodio di una disputa che da oltre un decennio accompagna il calcio spagnolo. Al centro c’è il salary cap, il sistema di controllo dei costi introdotto da La Liga nel 2013. Una misura dura, ma inevitabile all’epoca, quando metà dei club di prima e seconda divisione navigava in acque pericolose, tra fallimenti in serie e un indebitamento monstre che superava i due miliardi di euro, di cui ben 750 milioni mai versati al fisco.

Il concetto del salary cap è molto semplice: ogni club può spendere in stipendi solo ciò che incassa dai propri ricavi annuali. Superare quel tetto significa sbattere contro un muro invalicabile, perché la federazione blocca automaticamente la registrazione di nuovi acquisti. In altre parole, puoi anche presentare un campione in conferenza stampa, ma non potrà scendere in campo finché i conti non tornano.

Il Barcellona è diventato l’emblema di questa rigidità, costretto da anni a un delicato gioco di equilibrismi e “leve” finanziarie per restare competitivo. E non è stato l’unico. Alla vigilia della stagione 2025-26, oltre cento giocatori acquistati da club di prima e seconda divisione erano ancora in attesa di essere registrati.

Il paradosso è che, mentre molti arrancano, i giganti continuano a muoversi con relativa libertà. Il Real Madrid, spinto da ricavi record e da una gestione solida, ha potuto investire circa 180 milioni di euro, portando a casa Trent Alexander-Arnold e il giovane talento argentino Franco Mastantuono. Anche l’Atletico Madrid non è rimasto a guardare, spendendo oltre 170 milioni per rinforzare il centrocampo con Johnny Cardoso e Alex Baena.

Il divario è lampante. I grandi club, forti della loro macchina economica, riescono a manovrare senza troppi ostacoli, mentre le realtà intermedie come Villarreal o Betis, invece, per comprare devono prima vendere, sacrificando spesso giocatori che avrebbero voluto trattenere.

Una “necessità” che divide

Per Javier Tebas, presidente de La Liga, il salary cap è il simbolo stesso della sua gestione. «Oggi il calcio spagnolo è sostenibile — rivendica —. I club pagano stipendi, tasse e fornitori, non accumulano più debiti. Prima era una vergogna, adesso siamo diventati un modello che ci invidiano in tutto il mondo».

Molti dirigenti, anche quelli di realtà medio-piccole, gli danno ragione: senza regole, dicono, il sistema sarebbe imploso sotto il peso di salari gonfiati e bilanci fuori controllo. A Valencia come a Elche, il giudizio è unanime: la disciplina finanziaria ha evitato il collasso. Persino chi definisce il tetto salariale un “male necessario” ammette che, grazie a queste norme, il calcio spagnolo ha conquistato una stabilità che sembrava impensabile appena dieci anni fa.

Eppure, non mancano le crepe. Un dirigente dell’Alavés ha fatto notare che «ogni regola ha un trucco, e alcuni club sanno come aggirarla con le famose leve finanziarie». Altri sottolineano un rischio più grande: l’austerità imposta da La Liga, pur garantendo i conti in ordine, rischia di tradursi in una perdita di competitività sul mercato internazionale, dove altri campionati, più permissivi, possono attirare giocatori e investimenti che alla Spagna sfuggono.

Il confronto con l’Inghilterra è impietoso. Nella stessa estate in cui le tre neopromosse spagnole — Levante, Elche e Real Oviedo — hanno potuto investire complessivamente appena 16 milioni di euro, le pari grado della Premier League — Sunderland, Leeds e Burnley — hanno superato i 300 milioni. Una sproporzione che fotografa meglio di qualsiasi grafico la distanza tra i due campionati.

Le conseguenze si vedono subito. Giovani talenti spagnoli, che in passato sarebbero rimasti a maturare in Liga, oggi prendono la via dell’estero. Cristhian Mosquera è passato dal Valencia all’Arsenal, Yeremy Pino ha lasciato il Villarreal per il Crystal Palace, Miguel Gutiérrez ha salutato il Girona per volare al Napoli. È un esodo silenzioso, ma costante, che impoverisce il campionato e alimenta la percezione di un divario sempre più difficile da colmare.

Il caso più emblematico è quello del Getafe, costretto a vendere due titolari nel giro di pochi giorni solo per poter registrare i nuovi arrivi. Omar Alderete è finito al Sunderland per 11,6 milioni, mentre Christantus Uche ha raggiunto il Crystal Palace per 17,5 milioni nell’ultimo giorno di mercato. «Non è giusto che ci obblighino a svendere i nostri migliori giocatori», ha denunciato con amarezza un dirigente del club.

Successi e contraddizioni

Eppure, nonostante i vincoli e le difficoltà, il calcio spagnolo continua a raccogliere risultati. Le squadre iberiche restano protagoniste nelle coppe europee, la nazionale ha inaugurato un nuovo ciclo vincente e i settori giovanili, pur depauperati dalle fughe all’estero, continuano a produrre talenti di alto livello. Anche il pubblico risponde: gli stadi registrano presenze record, segno che la passione non si è spenta.

Resta però un nodo che pesa come un macigno: la distribuzione dei diritti televisivi. Nella stagione 2023-24 il Barcellona ha incassato 162,5 milioni di euro, il Real Madrid 159,6 e l’Atletico Madrid 117,9. Sul fondo della classifica, invece, club come Almeria, Las Palmas e Alavés non hanno superato i 44 milioni. Una forbice enorme, che costringe le realtà più piccole a giocare un campionato parallelo, ben lontano dalle possibilità dei giganti.

Per questo Sempre più dirigenti invocano un cambio di passo. C’è chi suggerisce di chiudere il mercato prima dell’inizio del campionato, così da impedire ai grandi club di fare shopping last minute depredando le medio-piccole. Altri puntano il dito contro la distribuzione dei diritti tv, chiedendo criteri più equi che non penalizzino chi ha bacini d’utenza più ridotti ma rappresenta comunque una parte vitale del tessuto calcistico spagnolo.

Un dirigente dell’Osasuna lo ha riassunto con lucidità:

Le regole non sono perfette, ma senza regole torneremmo al caos. Se vogliamo migliorarle, non serve chiedere più libertà di spesa: bisogna aumentare i ricavi e distribuirli meglio.

Il dibattito resta quindi sospeso tra due esigenze inconciliabili: da un lato garantire la solidità economica di un sistema che in passato è stato sull’orlo del collasso, dall’altro restituire competitività a un campionato che rischia di restare indietro rispetto alle grandi leghe europee. Nel frattempo Marcus Rashford sorride con la maglia del Barcellona, i tifosi applaudono e lo spettacolo va avanti. Ma dietro le quinte, la battaglia tra i club è tutt’altro che conclusa.

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