C’è un’immagine che ritorna ossessiva nel cinema di Kiyoshi Kurosawa: personaggi che si chiedono, o vengono messi di fronte, a una domanda spiazzante: chi sei davvero?. È questo l’interrogativo che attraversa l’opera di uno dei più prolifici registi giapponesi contemporanei, maestro di un cinema inquieto e psicologico che sfugge alle etichette di genere. Kurosawa, oggi settantenne e con oltre trenta lungometraggi all’attivo, è spesso definito il David Cronenberg della paura mentale. Dai thriller ipnotici degli anni Novanta fino alle più recenti riflessioni sulla tecnologia e sull’alienazione, le sue storie hanno sempre lo stesso punto di partenza: l’identità come enigma.
Il film che lo impose sulla scena internazionale fu Cure (1997), thriller cupo in cui un misterioso giovane sembra spingere le persone a commettere omicidi sotto ipnosi. L’attore Koji Yakusho, destinato a diventare un suo feticcio, interpretava un detective tormentato che finiva per smarrire i confini tra bene e male, vittima anch’egli di quel meccanismo di perdita del sé. Due anni dopo, con Charisma, Kurosawa raccontava di una comunità ossessionata da un albero solitario, metafora di un eterno dilemma: cosa rende alcuni individui “speciali” e altri solo anonimi? Poco dopo, nel 2001, arrivava Pulse, inquietante ghost story digitale in cui spettri provenienti dall’aldilà cercavano contatto attraverso i computer. Oggi considerato un capolavoro visionario sulla solitudine online, il film ispirò persino un remake hollywoodiano nel 2006 con Kristen Bell, incapace però di replicarne l’intensità.

Il nuovo capitolo della sua carriera, Cloud (2025), ci porta dentro un mondo dominato dal capitalismo digitale. Il protagonista Yoshii (Masaki Suda) è un operaio che, per guadagnarsi una scalata sociale, si reinventa come rivenditore online senza scrupoli, truffando fornitori e clienti. Ma la vendetta di chi è stato danneggiato non si limita al risarcimento: Yoshii viene punito anche per il modo in cui ha fatto sentire gli altri, rivelando ancora una volta che in Kurosawa la vera condanna nasce da un giudizio morale collettivo, non solo dall’atto criminale. Se in Pulse la tecnologia era un varco verso l’aldilà, qui diventa il campo di battaglia di un conflitto generazionale: Yoshii si scontra con un datore di lavoro ancora convinto che la lealtà alla stessa azienda sia la via onesta per emergere. Una tensione che racconta, in fondo, lo scontro tra il Giappone disciplinato del dopoguerra e il presente precario e spietato del digitale.
Il tema dell’identità fratturata ritorna in molte delle sue opere. In Doppelgänger (2003), Yakusho interpreta un ingegnere la cui vita viene usurpata dal proprio sosia; in Retribution (2006) veste i panni di un investigatore che indaga su un omicidio di cui potrebbe essere colpevole. Ogni storia diventa una variazione sulla fragilità dell’io e la facilità con cui può essere manipolato o corrotto. Ma Kurosawa non si limita al thriller psicologico. In Tokyo Sonata (2008), la crisi di una famiglia giapponese mette a nudo il divario tra aspirazioni e realtà; in Bright Future (2003), la violenza di un crimine inspiegabile mostra il lato oscuro della gioventù; in To the Ends of the Earth (2019), una donna che lavora come conduttrice di viaggi coltiva in segreto il desiderio di cantare, prigioniera del conflitto tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere.

Nella seconda metà degli anni Novanta, in concomitanza con lo sbocciare del fenomeno del cosiddetto J-horror, Kurosawa cominciò ad affacciarsi e a farsi conoscere anche al pubblico internazionale, specialmente attraverso lavori come Cure e Charisma, grazie a una poetica che unisce i codici del genere a riflessioni filosofiche. La sua carriera era iniziata nel decennio precedente con alcuni cortometraggi, seguiti dalla realizzazione di pink eiga (il cinema softcore), per poi continuare nel mercato del V-Cinema, ovvero le produzioni destinate direttamente all’home video. Il suo cinema rimane volutamente imprevedibile. Ogni storia può deviare all’improvviso verso l’assurdo, lo spettrale, l’inquietante. Non sorprende che persino un cortometraggio come Chime (2024), storia di un insegnante di cucina perseguitato da un suono, sia stato distribuito come NFT, accessibile a pochi eletti. Un gesto paradossale, che riflette però perfettamente la sua visione ironica e sfuggente della modernità.
In più di trent’anni di carriera, Kiyoshi Kurosawa ha raccontato spie, alieni, apparizioni e vendette. Ma al cuore delle sue storie c’è sempre la stessa rivelazione: la paura più grande non viene dai fantasmi, bensì dal riconoscere che non siamo chi credevamo di essere. È forse per questo che il suo cinema continua a inquietare, perché mette lo spettatore davanti a uno specchio e gli restituisce un’immagine disturbante, capace di insinuarsi nella mente molto più a lungo dei suoi mostri.







