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Da Lookman a Jashari, il paradosso dei calciatori che non possono dimettersi

Il calcio professionistico vive da sempre su un equilibrio fragile tra diritti e doveri, ma negli ultimi anni questo bilanciamento sembra diventato ancora più complesso. Il calciatore, formalmente, è un lavoratore subordinato: ha obblighi di fedeltà, obbedienza e diligenza, deve mantenere la forma fisica, rispettare le direttive tecniche e comportarsi in modo da non danneggiare il club. Allo stesso tempo gode di tutele contrattuali precise, come il diritto a non essere escluso arbitrariamente da allenamenti o ritiri, e la possibilità di ricorrere al Collegio Arbitrale in caso di comportamenti lesivi. Tuttavia, a differenza di qualsiasi altro dipendente, non può dimettersi. Un calciatore che vuole cambiare squadra non ha la possibilità di presentare un preavviso e chiudere il rapporto: deve ottenere il consenso del club, trovare un accordo o affidarsi a clausole rescissorie e cavilli regolamentari.

Questa peculiarità, concepita per proteggere gli investimenti economici delle società, si traduce spesso in un vincolo psicologico e contrattuale che spinge i giocatori scontenti a cercare soluzioni indirette. Nascono così i casi di “sciopero silenzioso”, quando l’atleta smette di presentarsi agli allenamenti o si isola dal gruppo per forzare una cessione. Le cronache recenti hanno raccontato episodi eloquenti.

Il caso Lookman, oggi, è quasi un manuale vivente di come una trattativa possa degenerare in stallo e tensioni. L’attaccante dell’Atalanta vuole a tutti i costi trasferirsi all’Inter per la stagione 2025-26. L’accordo con i nerazzurri è già pronto, un quinquennale da 4,5 milioni di euro a stagione, ma il nodo è la volontà della società bergamasca, contraria a una cessione interna in Serie A. La dirigenza sostiene che la promessa di facilitare la partenza valesse solo per un trasferimento all’estero, e nel frattempo valuta offerte fuori dall’Italia, con l’Arsenal interessato ma senza proposte concrete.

La tensione è salita di livello quando Lookman ha deciso di non presentarsi agli allenamenti a Zingonia senza alcuna giustificazione, preferendo allenarsi in solitaria in Portogallo. Un gesto che ha portato a sanzioni disciplinari e a un inasprimento del rapporto con il club. Sul fronte nerazzurro, l’Inter non ha intenzione di rilanciare alla cieca: attende un segnale dall’Atalanta, osserva l’evolversi della situazione e intanto valuta alternative, come Jadon Sancho.

Il risultato è un muro contro muro che assomiglia sempre più a una “serie tv” di mercato, fatta di colpi di scena, silenzi strategici e mosse calcolate.

Situazione simile anche per il nuovo acquisto milanista: Ardon Jashari. Il centrocampista svizzero classe 2002, aveva deciso già da tempo che il suo futuro sarebbe stato al Milan. I rossoneri lo corteggiavano, lui aveva scelto, ma il Club Brugge inizialmente non cedeva. Ne è seguita una rottura totale: ha saltato tre partite ufficiali consecutive, a partire dalla Supercoppa contro l’Union Saint-Gilloise, passando per la gara d’esordio di campionato contro il Genk e infine la trasferta di Mechelen. Nel frattempo, il suo profilo Instagram si era trasformato in un muro virtuale di incoraggiamenti dei tifosi milanisti, che lo consideravano già “uno di loro”. Lui, tra un viaggio in Macedonia del Nord per il matrimonio del fratello e allenamenti individuali, è rimasto fermo nella sua posizione, deciso a non tornare in campo finché non fosse arrivato il via libera per Milano. Alla fine, dopo settimane di trattative e tensioni, il trasferimento è avvenuto, mettendo fine a un braccio di ferro che ha tenuto banco per gran parte dell’estate.

Ma i casi di Lookman e Jashari non sono eccezioni isolate. Negli anni si sono visti comportamenti simili in altri campionati: da Philippe Coutinho, che nel 2017 disertò parte della preparazione con il Liverpool per andare al Barcellona, a Pierre-Emerick Aubameyang, messo fuori rosa dall’Arsenal dopo ripetuti ritardi e assenze, fino al caso di Ousmane Dembélé, accusato di “scomparire” per spingere il Barcellona ad accettare un trasferimento. Pur diversi nei contorni, tutti questi episodi evidenziano la stessa frattura: quando il calciatore non può muoversi liberamente, sceglie di diventare “improduttivo” per aumentare la pressione.

Eppure il tema non si riduce a un braccio di ferro tra potere del club e volontà del giocatore. La storia del calcio ha già conosciuto scossoni che hanno ridefinito i rapporti di forza. La sentenza Bosman del 1995 aprì la strada alla libertà di trasferimento a fine contratto, equiparando i calciatori ad altri lavoratori nell’Unione Europea. Più di dieci anni dopo, il caso Webster permise a un giocatore di rescindere unilateralmente il contratto pagando un indennizzo, creando un precedente per svincolarsi in determinate condizioni. Sono stati passi importanti verso una maggiore libertà, ma il sistema resta ancorato a regole che privilegiano la stabilità del club rispetto all’autodeterminazione dell’atleta.

Box storico – I casi più celebri di “sciopero silenzioso”

Carlos Tevez (Manchester City, 2011) – Rifiutò di entrare in campo durante una partita di Champions League contro il Bayern Monaco e restò inattivo per mesi fino al trasferimento.

Dimitri Payet (West Ham, 2017) – Smise di allenarsi per forzare il ritorno all’Olympique Marsiglia.

Philippe Coutinho (Liverpool, 2017) – Saltò la preparazione estiva per spingere il passaggio al Barcellona.

Ousmane Dembélé (Borussia Dortmund, 2017) – Disertò gli allenamenti fino alla cessione al Barcellona.

Pierre-Emerick Aubameyang (Arsenal, 2022) – Più volte in ritardo e assente, venne messo fuori rosa prima di trasferirsi al Barcellona.

Adrien Rabiot (PSG, 2018-2019) – Escluso dal gruppo per rifiuto di rinnovare, si allenò separatamente fino alla scadenza del contratto.

Il confronto con altri sport mostra quanto il calcio sia peculiare. Nella NBA, ad esempio, il giocatore può chiedere una “trade request” ufficiale: non garantisce la cessione, ma apre un processo trasparente in cui il club valuta offerte e il giocatore continua a giocare fino a trovare una soluzione. Nell’NFL, esiste l’holdout, il rifiuto di presentarsi al training camp: comporta multe pesanti e la perdita di parte dello stipendio, ma è una pratica prevista e regolamentata. Nel tennis o nel golf, sport individuali, il concetto stesso di “vincolo” praticamente non esiste: l’atleta decide liberamente a quali tornei partecipare e quando cambiare team di supporto. Nel rugby o nel basket europeo, la rescissione consensuale è più frequente e spesso meno onerosa, anche perché i contratti sono di durata più breve e i club accettano più facilmente una separazione se il rapporto non funziona.

Queste differenze rivelano come il calcio resti ancorato a un modello che concentra il potere nelle mani delle società, rendendo il giocatore un asset economico prima ancora che un professionista con ambizioni e progetti di carriera. È legittimo che una squadra protegga un investimento da milioni di euro, ma è altrettanto legittimo che un lavoratore possa interrompere un rapporto senza dover ricorrere a gesti che minano l’armonia dello spogliatoio e l’immagine pubblica. Clausole di uscita più equilibrate, finestre di mercato più frequenti o meccanismi di mediazione obbligatoria potrebbero offrire alternative concrete ai ricatti silenziosi.

Perché il calcio è, prima di tutto, uno sport di squadra. E quando un giocatore sceglie di fermarsi per andarsene, non perde solo il club: perde l’intero gioco, che vive di equilibrio, rispetto e – almeno in teoria – della voglia di giocare.

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