Spa-Francorchamps

Spa-Francorchamps, il tempio belga della Formula 1

Tra le foreste delle Ardenne si snoda uno dei tracciati più iconici e insidiosi della Formula 1: il Circuit de Spa-Francorchamps. Non è soltanto uno dei sette circuiti presenti nella stagione inaugurale del Mondiale nel 1950, ma un vero e proprio luogo di culto per appassionati e piloti. La sua storia, lunga oltre un secolo, si intreccia con momenti di gloria assoluta e tragedie indelebili.

Un circuito che sfida il meteo e l’ingegneria

Spa-Francorchamps è il tracciato più lungo dell’intero calendario di Formula 1: sette chilometri e quattro metri di pura adrenalina, distribuiti lungo 19 curve leggendarie. La sua estensione è tale da creare, all’interno dello stesso giro, vere e proprie zone climatiche diverse. In un settore può piovere copiosamente, mentre in un altro splende il sole: una sfida micidiale per i team, che devono decidere quale gomma montare in un contesto così imprevedibile.

Questa combinazione di curvoni ad alta velocità e lunghi rettilinei ha reso Spa un banco di prova unico per i piloti, ma anche un simbolo di rischio. Nato come intreccio di strade pubbliche, il circuito si è trasformato nel tempo in una moderna struttura permanente, adattandosi alle esigenze della sicurezza dopo una lunga serie di incidenti, alcuni dei quali tragici.

Negli anni Settanta, la sua fama di tracciato pericoloso gli costò la permanenza nel calendario. Fu escluso dal Mondiale di F1, per poi rientrare solo nel 1983 con una configurazione ridotta. Eppure, nonostante le modifiche, le polemiche non si sono mai sopite: nel 2023, la morte del giovane pilota olandese Dilano van ’t Hoff ha riaperto con forza il dibattito sulla sicurezza del circuito belga.

Dilano van ’t Hoff spa
Il tragico incidente di Dilano van ’t Hoff

Una storia adrenalinica iniziata nel 1921

Tutto cominciò nel 1921, quando due pionieri dell’automobilismo, Jules de Thier e Henri Langlois van Ophem, tracciarono un circuito utilizzando le strade pubbliche che collegavano Francorchamps, Malmedy e Stavelot, un triangolo stradale lungo 14,9 chilometri, immerso nel cuore delle Ardenne.

Solo tre anni dopo, nel 1924, il circuito ospitò la prima edizione della 24 Ore di Spa, che si sarebbe imposta nel tempo come sorella minore, ma non meno affascinante, della 24 Ore di Le Mans. E l’anno seguente, il circuito accolse la sua prima gara internazionale del Gran Premio d’Europa del 1925. Solo sette vetture si presentarono al via, e vinse Antonio Ascari, padre del futuro campione del mondo Alberto Ascari.

Già in quei primi anni, una sezione del tracciato iniziò a costruirsi un’aura mitica: la combinazione in salita sinistra-destra-sinistra divenne presto nota con il nome di Eau Rouge (anche se, in realtà, da un punto di vista tecnico, solo la seconda curva dell’attuale sequenza porta davvero quel nome).

Il secondo dopoguerra segnò un’altra fase importante per il circuito. Durante il conflitto, il tracciato fu pesantemente bombardato, tanto da rendere necessarie lunghe opere di ricostruzione, completate nel 1947. Ma fu con l’aumento delle velocità medie in pista che arrivarono anche le prime tragedie. Nel 1958, Archie Scott-Brown perse la vita. Due anni dopo, nel 1960, il fine settimana fu devastato da un doppio lutto: Chris Bristow e Alan Stacey morirono in due incidenti distinti.

Fu allora che la sicurezza diventò un tema centrale. A guidare questa battaglia fu Jackie Stewart, che nel 1969 guidò i piloti al boicottaggio della gara. La Formula 1 tornò a Spa solo nel 1970, ma di lì a poco il Gran Premio del Belgio venne spostato su altri tracciati.

Nel frattempo, Spa continuò a ospitare competizioni di durata e motociclistiche. Ma il pericolo rimaneva. Tra il 1971 e il 1975, durante diverse edizioni della 24 Ore di Spa, persero la vita altri piloti. Era chiaro che serviva una rivoluzione.

Così, nel 1979, il tracciato fu profondamente ridisegnato. Negli anni Ottanta, la Formula 1 tornò finalmente a Spa, su un circuito nuovo, lungo la metà dell’originale, ma ancora formidabile. Il fascino non si era perso: anzi, la nuova configurazione esaltava le doti di guida in un contesto di altissima velocità e precisione tecnica.

Nel 2004, il pilota Jarno Trulli descrisse così l’esperienza:

Serve concentrazione totale, ma anche ritmo. Devi essere al limite per tutto il giro. E qui parliamo di un minuto e quaranta, non di uno e quindici. Quel limite, a Spa, è più difficile da trovare.

Eppure, nel 2005, il destino del circuito tornò incerto. L’allora CEO della F1, Bernie Ecclestone, chiese ulteriori migliorie. Il promotore locale fallì, ma fu il governo della Vallonia a salvare Spa, stanziando i fondi necessari per modernizzare l’impianto. Venne allungato il rettilineo fino alla curva La Source e, ancora una volta, fu rivista la chicane del celebre Bus Stop.

Ma nonostante le trasformazioni, la sezione Eau Rouge–Raidillon continuò a rappresentare uno dei punti più pericolosi. Nel 2021, Lando Norris perse il controllo sul bagnato e finì violentemente contro le barriere. Due anni prima, nel 2019, Anthoine Hubert perse tragicamente la vita in un incidente multiplo scaturito proprio all’uscita di Raidillon.

Dopo quell’episodio, furono apportati alcuni cambiamenti: in vista del Gran Premio del Belgio 2022, fu ampliata l’area di fuga nella sezione di Raidillon e spostata l’area spettatori che dominava quella parte della pista. Ma nel 2023, la morte del giovane van ’t Hoff ha messo nuovamente tutto in discussione.

Il pilota Zhou Guanyu, oggi collaudatore Ferrari, ha proposto di reintrodurre la chicane all’Eau Rouge, che era stata utilizzata nel 1994 in seguito alle morti di Ayrton Senna e Roland Ratzenberger a Imola. Quell’anno, la FIA aveva inserito chicane in diversi tracciati per rallentare le vetture nei punti più pericolosi. Ma, già nel 1995 la chicane di Spa fu rimossa.

Il problema, però, non è solo la velocità. Spa è immerso in una foresta densa, e quando il cielo si chiude, la visibilità si riduce a livelli critici, soprattutto in condizioni di pioggia. La combinazione di curve cieche, velocità estreme e meteo imprevedibile continua a rappresentare una minaccia concreta. Questo lo rende uno dei circuiti tecnicamente più complessi dell’intero calendario. Per i piloti è una prova continua di precisione, coraggio e adattamento, mentre per gli ingegneri rappresenta un incubo di compromessi tra velocità e aderenza, su un tracciato che alterna lunghi rettilinei e curve ad altissimo carico aerodinamico.

Il fascino intatto

Nonostante le sue insidie, però, Spa rimane uno dei tracciati più amati nel paddock. Un circuito “vecchia scuola”, che mette in risalto le qualità del pilota e lo obbliga ad affrontare curve rapide, variazioni altimetriche e condizioni meteo imprevedibili.

Stoffel Vandoorne, belga e collaudatore Aston Martin, lo descrive così:

È un circuito impegnativo, che premia i più audaci. È molto lungo e presenta molti dislivelli. Attraverso le sue curve veloci e fluenti si percepisce la vera performance della macchina.

Ma anche il fascino delle sue curve leggendarie ha iniziato a mutare sotto l’effetto delle tecnologie moderne. Eau Rouge, un tempo simbolo del brivido assoluto, oggi viene affrontata senza il minimo sollevamento. L’aerodinamica e il grip delle vetture hanno reso quella curva quasi “domata”.

Alex Albon, pilota Williams, ha detto:

Eau Rouge, dopo il primo giro non sembra nemmeno più una curva. È tutto il resto del tracciato a fare la differenza. Ha un bel flusso. I cordoli sono ben disegnati. L’inclinazione e la pendenza delle curve danno carattere alla pista.

La vera incognita, però, resta il meteo. A Spa il cielo cambia in un attimo e, soprattutto durante le qualifiche in condizioni miste, individuare il momento giusto per scendere in pista può fare la differenza tra il disastro e la pole position. È il regno dell’imprevedibilità.

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