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Quando parlava Pasquino

Nel cuore di Roma, da un angolo appartato del rione Parione, per secoli ha parlato una voce senza volto, ma potentissima. Era la voce di Pasquino, statua mutila dell’età ellenistica che, a partire dal Cinquecento, si trasformò in un altoparlante di pietra per la satira popolare. Anonima, spietata, irresistibilmente arguta, capace di colpire papi, cardinali, sovrani e potenti d’ogni genere.
Una tradizione che non solo ha attraversato i secoli, ma che ha generato uno dei più originali fenomeni di critica dal basso dell’intera storia europea: le pasquinate.

Il corpo e la voce di Pasquino

La statua fu riportata alla luce nel 1501 e collocata per volere del cardinale Oliviero Carafa all’angolo di Palazzo Orsini, in quella che da allora prese il nome di piazza di Pasquino. In origine rappresentava, forse, Menelao che sorregge il corpo di Patroclo, ma il suo destino mutò radicalmente: divenne il simbolo della parola che punge, del commento che smaschera.

Le prime pasquinate furono in latino, spesso erudite e pedanti, redatte per le celebrazioni, quando la statua veniva travestita con drappi e cartapesta in stile classico. Ma accanto agli epigrammi ufficiali, si diffusero sempre più testi anonimi e sferzanti, che trafiggevano i potenti con versi taglienti.

Il nome Pasquino, che indicava tanto la statua quanto l’autore immaginario dei componimenti, veniva da una figura semileggendaria: forse un maestro di grammatica, forse un barbiere, forse un sarto dal sarcasmo memorabile. Di certo, chi parlava in nome suo, parlava al posto di molti.

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La statua di Pasquino a metà del XVI secolo secondo un’incisione dell’epoca. Metropolitan Museum, New York

Pietro Aretino: la penna velenosa del Rinascimento

Tra i più celebri artefici delle pasquinate si staglia Pietro Aretino, scrittore, polemista, libertino, e vero genio della comunicazione dell’epoca. Toscano di nascita, romano per vocazione, Aretino fu maestro nella scrittura anonima e nella costruzione della reputazione attraverso la provocazione. Amico e nemico di papi, cardinali, nobili e artisti, non esitò a colpire chiunque meritasse – secondo il suo giudizio – una lezione pubblica. Fu lui a trasformare Pasquino in un’icona della contestazione; con versi feroci, spesso osceni e sempre intelligenti, si fece temere tanto quanto stimare.

Durante il pontificato di Leone X, la Roma medicea divenne bersaglio prediletto delle sue satire: nepotismo, corruzione, feste sfarzose e favoritismi erano pane quotidiano per i versi che Aretino (a volte firmando, più spesso no) faceva circolare per le vie della città. La sua abilità fu tale da guadagnargli il titolo di “flagello dei principi” e il rispetto ambiguo dei potenti: meglio tenerlo buono, magari con una pensione, che averlo contro.

I Romani diedero il nome di Pasquino a un gruppo marmoreo corroso e mutilo, copia di un originale ellenistico del III secolo a.C., raffigurante probabilmente Menelao nell’atto di sorreggere il corpo di Patroclo. La statua fu collocata nel 1501 su un piedistallo per volere del cardinale Oliviero Carafa, all’angolo dell’attuale Palazzo Braschi, nella piazza che da allora porta il suo nome (un tempo piazza di Parione). L’origine del nome “Pasquino” resta incerta: secondo tradizioni tardive, potrebbe derivare da un sarto, un barbiere, un maestro o un oste che vivevano nei pressi. Fu proprio Carafa, o forse un suo sodale, a pensare di affiggere versi su quel torso, secondo un’usanza rinascimentale ispirata alla pratica classica di comporre epigrammi da esporre in luoghi pubblici.

Ma la diffusione delle pasquinate non fu esente da rischi. Papi come Adriano VI, Sisto V e Benedetto XIII tentarono di reprimere con durezza il fenomeno: chi veniva sorpreso ad affiggere o scrivere libelli poteva finire al rogo, al patibolo o in galera. La vicenda del poeta Niccolò Franco ne è un esempio tragico. Accusato di aver redatto un libello contro Paolo IV, fu impiccato a Roma nel 1570. Lo stesso capitò in Spagna con il nobile Francisco de Mendoza, marchese di Mondéjar, il quale fu imprigionato nel 1608 per aver scritto alcuni pamphlet contro Filippo III.

Eppure, nessuna repressione riuscì a estirpare davvero la satira pasquinesca. Anzi, l’effetto era spesso inverso: più la censura colpiva, più la voce di Pasquino si faceva insistente.

Pietro Aretino
Pietro Aretino, autore di alcune pasquinate contro la curia romana. Palazzo Pitti, Firenze | Foto: AKG / Album

Un’Europa piena di pasquini

Il fenomeno delle pasquinate travalicò i confini papali. A Venezia, il Gobbo di Rialto divenne un punto privilegiato per affiggere satire in dialetto contro le autorità della Serenissima. A Firenze, nei vicoli dove il potere mediceo aveva occhi ovunque, le pasquinate giravano di mano in mano come fogli clandestini. In Spagna, chiamate pasquines, papeles o cedulones, queste satire volanti si moltiplicarono a partire dal 1503 contro le tasse, contro l’Inquisizione e contro la monarchia assoluta. Il Pasquín del Infierno, opera anonima che attaccava l’Inquisizione con immagini demoniache e raccapriccianti, è uno degli esempi più noti e letti.

Nel contesto della Riforma, le pasquinate divennero uno strumento strategico anche per i protestanti. Il più brillante fu forse Celio Secondo Curione, umanista italiano convertito alla fede riformata e per questo costretto all’esilio. A Basilea, nel 1544, Curione pubblicò una raccolta intitolata Pasquillorum Tomi Duo, in cui raccoglieva satire anticattoliche, in gran parte attribuite a Pasquino. L’opera, mascherata da gioco erudito, fu in realtà una durissima accusa al potere temporale e spirituale della Chiesa di Roma.

Pasquino, da semplice statua, era ormai diventato la voce anonima che sfidava l’autorità e rompeva il silenzio dell’obbedienza.

Nell’anno del Signore è un film del 1969, scritto e diretto da Luigi Magni, con protagonista Nino Manfredi nei panni di Pasquino

Giuseppe Gioachino Belli: l’erede poetico di Pasquino

Nel XIX secolo, la tradizione pasquinesca trovò un nuovo, potente interprete in Giuseppe Gioachino Belli. Con i suoi celebri Sonetti romaneschi, Belli trasformò la lingua del popolo in poesia colta e feroce. Come Pasquino, anche lui diede voce a una Roma marginale, scettica e disincantata. I suoi versi, seppur non affissi su statue, portavano avanti lo stesso spirito, ovvero criticare l’ipocrisia, deridere il potere ed esprimere la verità della strada.

Se Pasquino era il volto anonimo della satira, Belli ne fu il poeta riconosciuto. E non è un caso che tra i due si crei una continuità ideale; entrambi appartenevano a un mondo dove la parola, anche nella sua forma più rozza, era strumento di resistenza.

Le pasquinate non sono mai davvero scomparse. Riappaiono ogni volta che l’ironia diventa l’unica arma contro l’arroganza. Durante la visita di Hitler a Roma nel 1938, quando la città era tirata a lucido per nascondere il dissenso, fu proprio Pasquino a ricordare che Roma non dimentica. E che sa ridere, anche amaramente, di chi la vorrebbe addomesticare.

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