Ozzy Osbourne

Ozzy Osbourne ha provato ad evocare il male. E noi l’abbiamo amato per questo.

Il frontman dei Black Sabbath voleva far paura. È finito per diventare un’icona popolare e un padre televisivo. E forse non c’è niente di più metal di così.

All’inizio era solo un ragazzo di Birmingham, figlio di operai, con una passione per i Beatles e una voce che sembrava uscita da un incubo psichedelico. Ma quando Ozzy Osbourne e il chitarrista Tony Iommi si trovarono a immaginare un nuovo suono per la loro band, scelsero una strada allora impensabile: perché non provare a suonare come un film horror? Così nacquero i Black Sabbath, e con loro una delle rivoluzioni più durature della musica del Novecento.

L’idea era semplice, quasi ingenua: se la gente va al cinema per spaventarsi, perché non farlo anche con la musica? Basta con il blues, dissero. Meglio evocare il diavolo, le tenebre, l’angoscia della guerra. Il primo disco, pubblicato nel 1970, sembrava davvero uscito da un incantesimo oscuro: atmosfere plumbee, riff ossessivi e testi che parlavano di Satana, guerra e dannazione. Era il contrario esatto del flower power, e funzionò benissimo.

Tutta quella roba dei figli dei fiori e dei love-in a Haight-Ashbury… ma che cazzo è Haight-Ashbury?

I Black Sabbath furono la sua risposta a quel mondo: croci rovesciate sulle copertine, versi come “Satan’s coming ’round the bend”, riff ciclonici e testi cupi, scritti in gran parte dal bassista Geezer Butler. Ma dietro la maschera dell’orrore, Ozzy cantava con una voce a volte tenera, quasi commossa, come se il male lo vedesse davvero e gli facesse paura.

Black Sabbath
Black Sabbath

Ozzy non era un teorico del male. Anzi, più che al diavolo, sembrava interessato agli alcolici. “I miei spiriti malvagi si chiamano whisky, vodka e gin,” amava dire. Eppure, la sua voce nasale e spettrale, la sua presenza scenica disarticolata e quella patina di follia rendevano tutto incredibilmente credibile. Non era recitazione, era qualcosa di più profondo: la sensazione che quell’uomo avesse davvero visto l’inferno – o almeno una versione chimica di esso. Osbourne non era solo una rockstar, ma una figura mitologica: il Prince of Darkness, il padrino del metal, colui che ha aperto le porte dell’inferno musicale da cui sarebbero poi emersi decine di sottogeneri, varianti e aberrazioni sonore.

La sua morte, a 76 anni, è arrivata dopo una lunga battaglia con il Parkinson. Ma la sua trasformazione era già avvenuta molto tempo prima. Negli anni Ottanta, Ozzy Osbourne era l’incarnazione dell’incubo rock: una figura disturbante, capace – si diceva – di staccare la testa a morsi a creature vive sul palco. E non era solo leggenda metropolitana: una volta lo fece davvero con una colomba, nel bel mezzo di un incontro con una casa discografica; un’altra volta con un pipistrello lanciato da un fan, che Ozzy pensava fosse un giocattolo. L’immaginario collettivo lo collocava sotto il letto, tra i mostri della notte. Ma il tempo ha operato la sua magia, e quella maschera demoniaca si è trasformata in un padre di famiglia, spaesato ma adorabile, protagonista di The Osbournes, il reality di MTV che nei primi Duemila lo ha catapultato nel salotto di milioni di spettatori. In pantofole, balbettante, circondato da cani rumorosi, figli ribelli e una moglie, Sharon, che era insieme il suo pilastro e la sua manager, Ozzy è diventato un’icona pop dal cuore tenero.

Certo, la biografia di Ozzy non è priva di episodi oscuri. Nel 1989 fu arrestato dopo aver aggredito Sharon in uno stato di alterazione psicotica. Lei scelse di non denunciarlo, lui entrò in riabilitazione. E da allora, nonostante i colpi ricevuti, Ozzy non è mai scomparso. Anzi, ha saputo restare sorprendentemente in sintonia con lo spirito del tempo. Nel 2019 ha sorpreso tutti con una collaborazione esplosiva insieme a Post Malone e Travis Scott: Take What You Want, entrata in classifica tra i primi dieci singoli. Il mostro sotto il letto era diventato, alla fine, un vecchio zio che non si può non amare.

Dopo l’uscita burrascosa dai Black Sabbath nel 1979 (conseguenza diretta di eccessi ormai fuori controllo, come quella volta in cui scomparve per giorni dopo un trip di cocaina, ritrovandosi addormentato nella stanza sbagliata di un hotel), Ozzy Osbourne tornò in scena da solista con un’energia rinnovata. Ma anche con un tono diverso. Il brano Crazy Train, diventato il suo cavallo di battaglia, affrontava temi come la paranoia e la tensione globale, ma lo faceva con una melodia insolitamente luminosa e un riff talmente orecchiabile da sembrare quasi allegro. Se nei Sabbath Ozzy evocava l’oscurità, da solista più che spaventare divertiva con l’assurdo.

E mentre Ozzy diventava una star del piccolo schermo grazie al suo reality domestico, in Francia prendeva piede una deriva ben più inquietante. Una band chiamata Peste Noire, nata nei primi anni Duemila, univa l’aggressività del black metal a contenuti politici apertamente reazionari. Il suo fondatore, noto con lo pseudonimo di Famine, è stato accusato di simpatie neonaziste. Un’evoluzione estrema che mostra quanto sia cambiato il senso stesso della trasgressione nel tempo. Se Ozzy giocava con il male come se fosse un travestimento da Halloween, per altri il “male” è diventato un programma ideologico. Ma forse è proprio per questo che il suo caos, con tutte le sue contraddizioni, continua a sembrarci più umano.

In un mondo in cui la blasfemia può assumere tinte pericolose, la parabola di Ozzy appare quasi rassicurante. Il suo flirt con l’“evil” era teatrale, caricaturale, a volte dolcemente ridicolo. Il suo successo finale ci dice qualcosa di profondo: a volte, ciò che amiamo è proprio ciò che ci è stato detto di temere. E forse è proprio questo che ha reso Ozzy immortale: essere stato, una volta, il mostro. Ma un mostro che chiedeva aiuto. E che, alla fine, abbiamo salvato.

La sigla di The Osbournes era una versione swing di Crazy Train cantata da Pat Boone, cantante gospel e vicino di casa a Beverly Hills. Un dettaglio grottesco e geniale, come tutta la vita di Ozzy. Perché solo chi è stato davvero all’inferno può tornare e farci ridere del buio.

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