Nella luccicante cornice della Trump Tower, nuova sede della FIFA a Manhattan, Gianni Infantino ha definito il Club World Cup un successo “immenso”. Su Instagram, il presidente della federazione ha celebrato un torneo che, a suo dire, ha “unito le persone nella gioia” e conquistato simbolicamente gli Stati Uniti.
Il momento culminante è arrivato con la netta vittoria del Chelsea sul Paris Saint-Germain per 3-0, davanti a oltre 81mila spettatori al MetLife Stadium. Un evento seguito da 2.49 milioni di persone sugli spalti, applaudito anche dal presidente Donald Trump, sempre più protagonista in questa gigantesca macchina da spettacolo globale.
Ma dietro le luci, gli inni e le foto con le star, il Mondiale per Club ha rappresentato anche un test fondamentale in vista dell’appuntamento vero: il Mondiale 2026. Un torneo che si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico, ma che vedrà oltre il 75% delle sue 104 partite disputarsi negli stadi statunitensi, dai quarti di finale in poi.
Cosa ha funzionato davvero? E cosa invece è stato un campanello d’allarme? Ecco cosa abbiamo imparato da questo antipasto mondiale.
Caldo soffocante, temporali e prati da golf
Uno dei nodi più discussi del torneo è stato il clima. Le partite in programma a mezzogiorno o nel primo pomeriggio — orari pensati per soddisfare le esigenze delle tv europee e mediorientali — si sono trasformate in vere e proprie sfide fisiche, soprattutto in città roventi come Miami e Charlotte.
Trent Alexander-Arnold, difensore del Real Madrid, ha raccontato che era difficile persino “pensare con lucidità”, mentre Enzo Fernandez ha definito quelle temperature “pericolose”. Le squadre hanno fatto il possibile: ventilatori giganti a bordo campo, spray refrigeranti, pause di raffreddamento. Ma l’intensità delle partite ne ha inevitabilmente risentito. Niko Kovac, allenatore del Borussia Dortmund, è stato tra i più espliciti:
In certe condizioni, non si dovrebbe nemmeno uscire di casa.
Nemmeno i terreni di gioco sono stati all’altezza. In alcuni stadi l’erba era così corta e secca da sembrare un campo da golf. In diversi impianti, il prato naturale era stato posato sopra un fondo artificiale, generando una superficie rigida, poco elastica e rischiosa per muscoli e articolazioni. Un mix che ha fatto storcere il naso a molti e sollevato dubbi sulla preparazione degli stadi per il Mondiale.

Spettacolo sì, ma fino a che punto?
In perfetto stile americano, le partite si sono trasformate in veri e propri show: fuochi d’artificio, presentazioni individuali dei giocatori alla maniera dell’NBA, e spettacoli musicali da milioni di dollari. Solo per la finale si arrivati a una spesa superiore ai 10 milioni, tra pre-partita e halftime show, con una lineup da festival internazionale: Robbie Williams, Chris Martin, Doja Cat e J Balvin.
Un’esperienza inedita per molti calciatori. Alcuni, come Romeo Lavia, l’hanno trovata “divertente e diversa dal solito”. Altri invece hanno storto il naso, lamentando ritardi che compromettevano la concentrazione e la routine pre-gara. Per chi è abituato a entrare in campo con precisione svizzera, dover aspettare tra luci, coriandoli e annunci scenografici non è stato proprio l’ideale.
Prezzi dinamici e stadi mezzi vuoti
La FIFA ha sperimentato il modello del “dynamic pricing”: prezzi dei biglietti fluttuanti in base alla domanda. Ma il mercato americano si è mostrato meno recettivo del previsto. Il risultato? Partite con migliaia di sedie vuote e tagli di prezzo drastici all’ultimo minuto.
Ne è un esempio emblematico la semifinale tra Chelsea e Fluminense, inizialmente venduta a oltre 470 dollari, era disponibile a 13 dollari poco prima del fischio d’inizio. In altri casi, i biglietti sono stati regalati ai volontari o distribuiti con offerte tipo “paghi uno, prendi cinque”.
Ha sicuramente influito sulla poca presenza anche la situazione dei controlli migratori negli Stati Uniti. In Paesi come Colombia, Ecuador o Costa Rica, ottenere un semplice visto turistico può richiedere oltre un anno di attesa. E avere in mano un biglietto per una partita non basta; ogni richiedente deve dimostrare legami solidi con il proprio Paese per convincere i funzionari consolari di non avere intenzione di restare illegalmente negli USA.
A complicare ulteriormente la situazione c’è la linea dura dell’amministrazione Trump. Se da un lato il presidente ha stanziato oltre 600 milioni di dollari per garantire sicurezza e infrastrutture ai Mondiali, dall’altro ha reintrodotto restrizioni ai viaggi da alcuni Paesi, tra cui l’Iran. Una contraddizione che rischia di mettere a dura prova uno dei principi fondanti della Coppa del Mondo 2026: accogliere, senza barriere, tifosi da ogni angolo del Pianeta.
Nonostante tutto, la finale ha comunque superato gli 80mila spettatori, segno che l’interesse c’è, ma va coltivato meglio.

Fan festival e comunità locali
Una delle lezioni più evidenti riguarda il coinvolgimento del pubblico. Il Mondiale, a differenza di altri grandi tornei, non ha offerto fan festival né eventi collaterali fuori dagli stadi. Il risultato? Un’atmosfera più tiepida del previsto, priva di quel senso di festa collettiva che trasforma una competizione in un’esperienza memorabile.
Per il Mondiale 2026, le città ospitanti vogliono cambiare rotta. Al Liberty Park è previsto un fan fest da 45mila persone, e l’obiettivo è chiaro: rendere l’evento accessibile, diffuso e partecipato. Le comunità diasporiche, in particolare quelle sudamericane e mediorientali, saranno fondamentali per riempire le tribune, animare le strade e dare all’evento quel calore che finora è mancato.
Trump e Infantino
Il Mondiale ha segnato anche l’inizio di un’alleanza spettacolare tra Donald Trump e Gianni Infantino. Il presidente americano ha presenziato alla finale, partecipato alla premiazione, rilasciato interviste e persino istituito una task force dedicata al Mondiale. Nel frattempo, la FIFA ha preso in affitto spazi nella Trump Tower, suggellando un rapporto che mescola sport, politica e puro intrattenimento.
Una partnership strategica che guarda a trasformare il Mondiale 2026 nell’“evento più seguito della storia dell’umanità”, per usare le parole del presidente americano.

In definitiva, il Mondiale per Club non è stato un fallimento, ma nemmeno un successo travolgente. È stato, piuttosto, un test generale. Ha messo in evidenza i punti di forza (la potenza logistica degli Stati Uniti, l’efficienza mediatica e l’interesse del pubblico più giovane), ma ha anche fatto emergere criticità: condizioni climatiche estreme, scarsa comunicazione, prezzi inaccessibili e ostacoli burocratici per i tifosi stranieri.
Il Mondiale del 2026 sarà un evento di dimensioni molto più grandi, sotto gli occhi del mondo. Per funzionare davvero, dovrà capitalizzare ogni lezione imparata da questo assaggio d’anteprima.
Come ha sottolineato Meg Kane, responsabile per la città di Philadelphia:
Se c’è una lezione da portarsi a casa, è questa: sono i tifosi a fare la differenza. Bisogna partire da loro. Il resto seguirà.







