Hong Kong proteste
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Hong Kong, la generazione cancellata: ecco che fine hanno fatto i ragazzi delle proteste del 2019

Tratto da un articolo di Tiffany May per il New York Times

Nel 2019 le strade di Hong Kong si riempirono di ombrelli e speranze. Studenti, giovani lavoratori, professionisti appena formati: tutti chiedevano una cosa semplice e potente, la democrazia. Sei anni dopo, ciò che resta non è un cambiamento politico, ma le cicatrici personali e collettive lasciate dalla repressione. Molti di quei ragazzi oggi hanno visto svanire carriere, amicizie e prospettive. Più di 10mila persone sono state arrestate durante le proteste, iniziate pacificamente ma degenerate in violenti scontri con la polizia. Un quarto di loro è stato condannato, spesso con accuse gravi come rivolta o cospirazione contro la sicurezza nazionale. La legge imposta da Pechino nel 2020 ha ridotto al silenzio quasi ogni forma di dissenso pubblico. Chi ha potuto, è andato via. Chi è rimasto, spesso lotta per ricominciare.

Hong Kong proteste
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Fung era un’assistente sociale. Con cinque anni di esperienza e un master, si era costruita una carriera. Fu arrestata durante una manifestazione pacifica e condannata per rivolta. In carcere, mentre il padre si spegneva a causa di un tumore, le fu concessa una visita di dieci minuti. Ammanettata, cercò di stringergli la mano, ma le guardie lo impedirono. Dopo il rilascio, ha provato a riottenere la licenza per lavorare di nuovo, ma le autorità hanno sempre detto no, nonostante il sostegno di professori e colleghi. “Ho pagato il mio debito“, dice oggi. Lavora come concierge in un hotel di lusso, mentre molti dei suoi amici hanno lasciato la città. Ma lei vuole restare.

Ho un legame profondo con Hong Kong. Spero ancora che qualcosa possa cambiare.”

Nel 2019 Hong Kong fu teatro di una delle mobilitazioni popolari più imponenti della sua storia recente. Milioni di cittadini, in gran parte giovani, scesero in piazza per opporsi a un disegno di legge che avrebbe permesso l’estradizione verso la Cina continentale, temendo che ciò avrebbe compromesso l’autonomia giudiziaria della città e messo a rischio i diritti civili conquistati dopo il passaggio dal dominio britannico a quello cinese nel 1997.

Quelle che inizialmente erano manifestazioni pacifiche si trasformarono rapidamente in un movimento di massa, articolato, resistente, alimentato dal desiderio di salvaguardare le libertà civili e lo stato di diritto. Le strade si riempirono di cortei, slogan, bandiere nere con la scritta “Liberate Hong Kong, revolution of our times”. La protesta si fece sempre più creativa e diffusa: flash mob, catene umane, appelli internazionali, murales e post digitali animarono una mobilitazione che rivendicava non solo il ritiro della legge, ma anche un’inchiesta sulla brutalità della polizia, l’amnistia per gli arrestati, il suffragio universale e il riconoscimento delle proteste come legittime.

La repressione, però, fu severa. La polizia rispose con lacrimogeni, idranti, proiettili di gomma e arresti di massa. Le stazioni della metropolitana divennero teatro di violenti scontri, mentre Pechino intensificava la pressione politica. A fine anno, il governo locale ritirò formalmente la proposta di legge, ma ormai le richieste della piazza erano cresciute: non si trattava più solo di una norma, ma del futuro politico di un’intera generazione.

Nel 2020, l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale segnò un punto di svolta: manifestazioni vietate, oppositori incarcerati, media indipendenti chiusi. La protesta fu silenziata, ma non dimenticata.

Le immagini delle strade invase da ombrelli, caschi gialli e maschere antigas restano impresse nella memoria collettiva come simbolo della lotta di una città per la libertà, la democrazia e la dignità.

Anche Chan Chi Sum, arrestato a vent’anni per cospirazione alla sovversione, ha visto la sua vita deviare. Faceva parte di un gruppo studentesco che distribuiva volantini criticando una app governativa di tracciamento Covid, accusata di sorveglianza. Dopo due anni di carcere, ha scoperto che molti amici avevano preso altre strade, e non tutti volevano più vederlo.

Loro sono diventati ciò che volevano essere. Io no”, racconta.

Per pagarsi gli studi, ha fatto ogni tipo di lavoro: facchino, cameriere, montatore video. Ha preso anche la licenza da operaio edile, nel caso nessuna università l’accettasse. Ora studia media e cultura, e sogna di raccontare la sua città con dei documentari.

Posso mostrare agli altri la Hong Kong che vedo con i miei occhi.

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Tsui, studente di ingegneria informatica, ha scontato due anni e mezzo per rivolta. Al ritorno in libertà, ha trovato una città diversa, più silenziosa. All’inizio voleva denunciare le condizioni del carcere, ma gli amici lo hanno sconsigliato. Ora lavora in una grande azienda come sistemista. Non parla mai della prigione, evita argomenti politici, si sente un estraneo quando i colleghi discutono film e canzoni usciti mentre lui era detenuto. Quando qualcuno scherza paragonando il lavoro al carcere, a lui non fa ridere. Ha imparato a nascondere il passato e a misurare ogni parola.

Abbiamo tutti imparato a danzare tra le linee rosse“, dice.

Secondo Human Rights Watch, almeno 1.700 persone sono ancora sotto processo o detenute per reati legati alle proteste del 2019. E mentre la versione ufficiale del governo parla di ritorno all’ordine, le storie di Chan, Fung e Tsui raccontano tutt’altro. Raccontano una generazione spezzata, che ha pagato cara la propria richiesta di libertà. E che, nonostante tutto, continua a cercare un modo per appartenere di nuovo a questa città.

Non ho potuto diventare chi volevo essere“, dice Chan. “Ma non ho rimpianti” – aggiunge Fung – “E Hong Kong è ancora casa mia.”

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