“Nessuno è profeta nella propria terra“, ammoniva Gesù nel Vangelo di Luca. E sembra che neppure un Papa faccia eccezione. Sebbene Francesco abbia riscosso ampi consensi a livello globale, specialmente tra i progressisti, negli ultimi anni della sua vita la sua popolarità ha iniziato a vacillare. Negli Stati Uniti è calata sensibilmente, complice la crescente ostilità dei conservatori; in America Latina – dove in Paesi come Colombia, Brasile, Messico e Perù superava ancora il 70% di approvazione – anche lì il suo seguito mostrava segni di erosione. Ma il calo più marcato si è registrato proprio in Argentina, la sua patria, dove il favore dell’opinione pubblica è crollato di ventisette punti rispetto al picco del 91% raggiunto al momento della sua elezione, dodici anni prima.
Chi ha familiarità con l’elevato grado di polarizzazione politica che caratterizza l’Argentina non troverà sorprendente questa dinamica. In un contesto tanto teso, anche Papa Francesco è diventato un simbolo di divisione. In un Paese profondamente cattolico, ha incarnato una Chiesa che, nel corso della storia, si è spesso allineata con le élite conservatrici, finendo per scontrarsi con quasi tutte le amministrazioni succedutesi negli ultimi vent’anni. Tant’è che dopo la sua elezione, a differenza dei suoi predecessori, non ha mai messo piede nella terra natale. Eppure, persino a distanza, ha continuato a suscitare contrasti – stavolta, sorprendentemente, posizionandosi a sinistra dello spettro politico.

Jorge Mario Bergoglio, nato a Buenos Aires nel 1936, ha mosso i primi passi nel sacerdozio in un’Argentina segnata da tensioni profonde. A trentasei anni, nel 1973, fu nominato superiore dei Gesuiti per Argentina e Uruguay, guidando l’ordine durante la dittatura militare. Il suo operato in quegli anni, come quello di molti altri esponenti della Chiesa, è stato al centro di polemiche, in particolare per il caso del sequestro e delle torture subite da due gesuiti, Orlando Yorio e Franz Jalics, poi liberati. Non furono trovate prove dirette contro di lui, ma non pochi gli imputarono un’eccessiva prudenza, accusandolo di non aver fatto abbastanza per proteggere chi rischiava la vita.
Sul piano politico, Bergoglio si identificava con un peronismo di stampo conservatore: fedele ai valori tradizionali, ma vicino agli ultimi e con uno stile di vita sobrio. Anche dopo essere diventato cardinale, non rinunciava a sedersi nelle periferie di Buenos Aires per condividere un mate con gli abitanti delle villas miserias. Nel 1979 lasciò la guida dei Gesuiti per assumere la direzione del seminario della capitale. Quando nel 1990 un suo detrattore fu messo a capo dell’ordine, fu trasferito in una posizione marginale a Córdoba. Due anni dopo, però, l’arcivescovo di Buenos Aires, Antonio Quarracino – figura conservatrice e amica del Presidente Carlos Menem, simbolo del peronismo neoliberale – lo chiamò come vescovo ausiliare. Quarracino conduceva una vita agiata e amava ostentare i suoi legami politici, ma Bergoglio, pur non condividendo certi atteggiamenti, non lo smentì mai pubblicamente. Alla sua morte, nel 1998, ne raccolse l’eredità, diventando arcivescovo. Tre anni più tardi, Papa Giovanni Paolo II lo elevò al rango di cardinale.
Nel ruolo di arcivescovo, Bergoglio assunse un atteggiamento sempre più critico, in particolare verso le politiche economiche neoliberiste di Menem. Secondo il giornalista Washington Uranga, esperto di religione per Página/12, Bergoglio incarnava una concezione radicata nella cultura politica latinoamericana: quella di un’autorità ecclesiastica chiamata ad intervenire direttamente nel dibattito pubblico. Uranga racconta un episodio emblematico: quando gli riferì che il Presidente desiderava incontrarlo, Bergoglio rispose con fermezza: “Che venga lui“. Alla replica del giornalista, che gli ricordava trattarsi del Capo dello Stato, il futuro Papa rispose con una frase rimasta celebre: “E io sono l’arcivescovo di Buenos Aires“.
Durante gli anni di governo della coppia Néstor e Cristina Kirchner, mantenne una posizione apertamente critica. Pur condividendo con loro le radici peroniste, le divergenze su temi sociali e sul ruolo dello Stato furono evidenti sin dall’inizio. In particolare, condannò duramente l’introduzione di una tassa sulle esportazioni agricole voluta dal governo, misura che riaccese tensioni storiche sulla redistribuzione della ricchezza. Il confronto fu tanto acceso che il Presidente arrivò a bollare Bergoglio come “il capo spirituale dell’opposizione“.
Lo scontro raggiunse l’apice nel 2010, quando Cristina Kirchner, ormai Presidente, si fece promotrice della legge sul matrimonio egualitario. In una lettera destinata a un convento di suore carmelitane – poi divenuta pubblica – Bergoglio definì la proposta legislativa “una guerra contro Dio” e la attribuì all’”invidia del Diavolo“, intento a distruggere l’immagine divina dell’unione tra uomo e donna. Ma nonostante la veemenza della sua opposizione, la legge fu approvata tre settimane più tardi.
Lo stesso anno, dopo la morte improvvisa di Néstor Kirchner, Bergoglio fu chiamato a testimoniare sul caso del rapimento dei due gesuiti, avvenuto trent’anni prima. Anche se il tribunale non trovò prove contro di lui, Bergoglio era convinto che il governo avesse cercato di screditarlo. “Volevano tagliarmi la testa“, avrebbe detto a un gruppo di sacerdoti ungheresi nel 2023.
Quando, nel marzo 2013, Jorge Mario Bergoglio venne eletto Papa, Cristina Kirchner era ancora alla guida dell’Argentina. L’intero Paese accolse la notizia con entusiasmo: il primo Papa latinoamericano era argentino. In modo sorprendente, anche l’ostilità che aveva segnato i rapporti tra Francesco e la Presidente sembrò dissolversi. Ormai indebolita da scandali e crisi economica, la Kirchner non esitò a celebrare pubblicamente il nuovo pontefice. Nei due anni successivi si incontrarono ben sette volte, scambiandosi anche doni carichi di significato: una calabaza da mate da parte di lei, scarpette e calzini per il primo nipote di Cristina da parte di lui. Durante il suo ultimo mandato, la Kirchner frenò inoltre l’iter per la legalizzazione dell’aborto, interpretato da molti come un gesto di distensione nei confronti del Papa.

Ma Francesco, agli occhi degli argentini, sembrava ormai una persona diversa. Se da arcivescovo appariva severo e intransigente, da Papa si mostrava aperto e sorridente. Lui stesso riconobbe questa trasformazione. Anche un arcivescovo italiano notò il cambiamento:
Avevo un solo dubbio su Bergoglio: non rideva mai… ora ride sempre.
Francesco spiegò questo mutamento come il passaggio da una fase di ansia e autocontrollo a una nuova serenità interiore. Nel 2015, terminato il ciclo di Cristina Kirchner, fu eletto Mauricio Macri, esponente del centro-destra. In passato Bergoglio e Macri avevano mantenuto rapporti cordiali, ma da Papa, Francesco criticò apertamente le sue politiche economiche, giudicate insensibili verso i più vulnerabili. I loro incontri furono rari e brevi: il primo durò appena venti minuti. Macri, deluso, accusò il Papa di mancata empatia e di lanciare messaggi destabilizzanti contro il suo governo. Un sondaggio del 2016 registrò che il 44% degli argentini percepiva il loro rapporto come “distante”. Francesco, spostatosi ormai più chiaramente a sinistra, vide la sua popolarità scendere dal 93% registrato nel 2014 al 75%.
Nel 2019, Cristina Kirchner tornò al potere, stavolta come vicepresidente accanto ad Alberto Fernández, ex capo di gabinetto di Néstor Kirchner. I rapporti tra il Papa e il nuovo esecutivo rimasero cordiali, nonostante l’Argentina precipitasse in una grave crisi economica. Durante il mandato, Cristina fu condannata per corruzione (accusa che continua a respingere) e fu bersaglio di un fallito attentato. Intanto, il movimento femminista argentino conquistò le piazze, spingendo il Parlamento ad approvare, nel 2020, la legge sulla legalizzazione dell’aborto.
Nel 2023, mentre l’economia era ormai fuori controllo, emerse la figura di Javier Milei, economista libertario di estrema destra. Con una campagna feroce contro la “casta politica”, vinse le elezioni promettendo tagli drastici alla spesa pubblica. Nonostante una visione condivisa sull’aborto, Milei non risparmiò insulti al Papa, definendolo pubblicamente “idiota“, “lurido comunista” e persino “rappresentante del Male sulla Terra“. Dopo la vittoria, tentò una riconciliazione andando in visita in Vaticano, dove avvenne un abbraccio pubblico tra i due. Tuttavia, le divergenze rimasero profonde. A settembre, Francesco ha criticato apertamente la gestione delle proteste in Argentina, accusando il governo di aver preferito “comprare spray urticante di altissima qualità” piuttosto che investire nella giustizia sociale.
Durante il suo pontificato, Francesco ha visitato sette Paesi sudamericani, ma mai l’Argentina. Come ha spiegato Washington Uranga: “la sua presenza avrebbe attirato folle, ma avrebbe anche spaccato il Paese“. L’unico contatto fisico con la patria avvenne nel 2018, quando sorvolò l’Argentina diretto in Cile. In quell’occasione, rispettando il protocollo vaticano, inviò un messaggio formale al Presidente argentino: “Invio i miei più sentiti auguri a tutto il popolo della mia patria.” Era breve, distaccato, e scritto in inglese — quasi a voler marcare una distanza ancora più profonda.







