Negli ultimi anni, il calcio femminile ha guadagnato visibilità, investimenti e una crescente attenzione mediatica. Ma c’è un aspetto fondamentale che spesso passa inosservato: i campi da gioco. In un momento in cui le calciatrici subiscono un numero sempre più alto di infortuni gravi, in particolare alle ginocchia, una domanda inizia a farsi strada anche nei vertici dei club: le donne dovrebbero giocare su campi diversi rispetto a quelli progettati per gli uomini?
La riflessione arriva direttamente dall’Inghilterra, dove Paul Barber, amministratore delegato del Brighton & Hove Albion, ha sollevato il tema pubblicamente. Il club ha infatti in programma la costruzione di uno stadio dedicato esclusivamente alla squadra femminile entro il 2027-28 e intende basare il progetto su studi scientifici avanzati. Uno degli interrogativi è proprio questo: i campi progettati per il calcio maschile sono davvero adatti anche per il corpo femminile?
Oggi la maggior parte dei campi da calcio professionistici è composta da superfici ibride, ovvero una combinazione di erba naturale e fibre sintetiche, con una base sabbiosa che garantisce drenaggio e resistenza. Sono terreni performanti, pensati per reggere un calendario fitto di partite. Ma da sempre questi standard sono stati costruiti su esigenze maschili. Il punto è: possono andar bene anche per le donne, che hanno una fisiologia diversa, con caratteristiche biomeccaniche e ormonali che influiscono sul modo in cui si muovono e si infortunano?
In Italia, dove il calcio femminile è diventato ufficialmente professionistico soltanto nel 2022, la situazione infrastrutturale resta piuttosto disomogenea. Secondo i dati della FIGC, solo metà delle squadre della Serie A femminile gioca regolarmente in impianti stabili o dedicati; molte utilizzano campi secondari, condivisi con altre realtà sportive, spesso con standard qualitativi inferiori rispetto alle controparti maschili. Questo, unito a una minore manutenzione e a un uso intensivo, può contribuire a una maggiore incidenza di infortuni. Alcuni studi condotti in ambito universitario hanno stimato che le calciatrici italiane hanno da 4 a 6 volte più probabilità di subire lesioni al legamento crociato rispetto ai colleghi uomini.
Anche nel Regno Unito, il dibattito è acceso. Neil Rodger, esperto di superfici sportive dello STRI Group, ha dichiarato che non esistono ancora abbastanza dati per stabilire una correlazione diretta tra tipo di campo e rischio di infortunio per le donne, ma ha ammesso che il tema va approfondito con urgenza. Il campo, dice, è certamente una componente tra le tante: carichi di allenamento, condizioni ormonali, qualità del riposo e, appunto, la superficie di gioco.
Chi è scesa in campo conosce bene il problema. Claire Rafferty, ex difensore del Chelsea e della nazionale inglese, ha subito due gravi infortuni al legamento crociato e oggi riconosce che la tipologia di campo potrebbe aver avuto un ruolo: l’altezza dell’erba, la sua secchezza, il grip degli scarpini… ogni dettaglio può incidere sulla biomeccanica del movimento. Anche Jen Beattie, che ha giocato con regolarità all’Emirates Stadium con l’Arsenal, ammette che il tema va discusso, pur esprimendo qualche perplessità sull’idea di separare uomini e donne: secondo lei, potrebbe accentuare le distanze invece che colmarle.
La stessa Ellen White, ex attaccante della nazionale inglese, ha sottolineato quanto sia importante condurre studi specifici sul corpo femminile:
Le donne hanno una struttura diversa, fianchi più larghi, legamenti più lassi, e questi fattori vanno considerati nel design delle superfici e delle calzature.
Non si tratta di fragilità, ma di fisiologia. Alcuni club monitorano oggi anche i cicli mestruali delle atlete, dopo che alcune ricerche hanno ipotizzato un collegamento tra alcune fasi ormonali e l’aumento del rischio di lesioni.
Quello che oggi sembra un semplice interrogativo tecnico, in realtà apre la strada a una riflessione molto più ampia: se davvero vogliamo uno sport equo, bisogna ripensare anche gli spazi in cui le atlete si allenano, giocano e rischiano. Perché parlare di uguaglianza nello sport non significa soltanto dare le stesse maglie o gli stessi stipendi. Significa garantire condizioni realmente adatte, pensate anche per chi ha un corpo diverso. E forse, come suggerisce il progetto del Brighton, questo vuol dire anche iniziare a costruire campi che siano progettati anche per le giocatrici.







