Verso la metà del Settecento la popolazione di alcune zone dell’Europa centrosettentrionale prese ad aumentare a ritmo sostenuto, dando inizio a una crescita impetuosa che si estese prima al resto del continente e poi in tutto il globo. Fino ad allora c’erano voluti quattro secoli affinché il numero degli europei si duplicasse, da allora ne bastò uno per un nuovo raddoppio. La durata media della vita, che non superava i 40 anni, in Occidente è salita a 75-80 e il numero medio dei figli è calato da 5 a 1-2 per donna. Questo passaggio da un antico regime di alta natalità e alta mortalità a un regime moderno di bassa natalità e bassa mortalità viene chiamato “transizione demografica”.
Oggi questo trend è ancora più netto che in passato.
Nel 1989, il Giappone sembrava essere una superpotenza economica inarrestabile. Le sue aziende stavano sorpassando i concorrenti e divorando icone americane come il Rockefeller Center. Ma all’interno del Paese, il governo aveva identificato una crisi incombente: il tasso di fertilità era sceso a un minimo storico. I responsabili politici definirono questa situazione come lo “shock 1,57”, facendo riferimento al numero medio di figli che una donna giapponese avrebbe avuto durante la sua vita fertile. Le proiezioni erano inquietanti: se il declino delle nascite fosse continuato, le conseguenze sarebbero state disastrose. Le tasse sarebbero aumentate per sostenere il sistema previdenziale, le casse della sicurezza sociale si sarebbero prosciugate, e i bambini giapponesi avrebbero avuto meno interazioni con i coetanei, compromettendo la vitalità della società. Di fronte a questa prospettiva, era evidente la necessità di intervenire.
Negli anni Novanta, dunque, il Giappone cominciò a introdurre una serie di politiche volte a incoraggiare le nascite. Il governo impose ai datori di lavoro di garantire congedi parentali fino a un anno, ampliò l’offerta di asili nido sovvenzionati, promosse la partecipazione degli uomini ai lavori domestici e li incentivò a prendere congedi di paternità. Inoltre, vennero ridotti gli orari di lavoro per favorire una maggiore conciliazione tra vita privata e lavorativa. Nel 1992 poi il governo iniziò a pagare indennità per la nascita del primo figlio, ampliando successivamente i sussidi a tutti i bambini, con pagamenti bimestrali.
Niente di tutto questo ha funzionato. Nel 2023 il tasso di fertilità del Giappone era pari a 1,2, addirittura a Tokyo il dato era sceso al di sotto di uno. Il numero di nascite registrate nel 2022 è stato il più basso mai documentato dal 1899, anno in cui il governo iniziò a raccogliere queste statistiche. Ora il resto del mondo sviluppato assomiglia sempre di più al Giappone. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, metà della popolazione mondiale vive in Paesi in cui il tasso di fertilità è sceso al di sotto del “tasso di sostituzione” di 2,1 nascite per donna.

La demografia mondiale si è trasformata. Le proiezioni sono chiare: entro il 2050, in alcune parti dell’Asia e dell’Europa, le persone di età pari o superiore a 65 anni rappresenteranno quasi il 40% della popolazione. Un numero straordinario di pensionati dipenderà da una popolazione attiva sempre più ridotta che dovrà sostenerli. Mai, nella storia documentata, un Paese è stato così anziano come si prevede diventeranno queste nazioni. Secondo gli esperti, aspetti dati per scontati nei Paesi più ricchi, come pensioni, età pensionabili e politiche migratorie rigide, dovranno essere rivisti per mantenere la sostenibilità.
Questo cambiamento radicale riguarderà non solo l’Europa e gli Stati Uniti, ma anche la Cina e altre grandi economie, che in passato hanno potuto contare su una delle più vaste popolazioni attive al mondo. Tutti questi Paesi stanno già perdendo terreno. Presto, le forze lavoro più equilibrate saranno concentrate soprattutto nel sud-est asiatico, in Africa e in Medio Oriente, secondo le previsioni delle Nazioni Unite. Un cambiamento che potrebbe rimodellare non solo la crescita economica, ma anche gli equilibri geopolitici.
Per molti Paesi meno sviluppati, l’opportunità è enorme: quando i tassi di natalità diminuiscono, possono sfruttare un “dividendo demografico”, un periodo in cui una crescente quota di popolazione in età lavorativa e un numero ridotto di popolazione anziana favoriscono la crescita economica. Le famiglie più piccole offrono agli adulti più tempo per l’istruzione e per investire nel futuro dei figli. Oltre al fatto che più donne tendono a entrare nel mercato del lavoro, dando un ulteriore impulso all’economia. Ma la demografia non è un destino ineluttabile e il dividendo demografico non è garantito. Senza occupazione, un’ampia popolazione in età lavorativa può causare instabilità invece di crescita. Senza le giuste politiche può rivelarsi un rischio piuttosto che una risorsa: se un gran numero di giovani adulti non ha accesso a istruzione o lavoro, la disoccupazione giovanile potrebbe minacciare la stabilità sociale.
Le nazioni più sviluppate si trovano in una fase critica di trasformazione, rischiando un declino progressivo del loro benessere e del potere economico. Ad esempio, il numero di persone in età lavorativa in Italia e in Corea del Sud, due Paesi destinati a diventare tra i più anziani al mondo, dovrebbe diminuire rispettivamente di 10 e 13 milioni entro il 2050. Si prevede inoltre che la Cina avrà 200 milioni di lavoratori in meno. Per affrontare questa sfida, gli esperti sostengono che questi Paesi dovranno rivedere il sistema pensionistico, le politiche sull’immigrazione e il modo in cui viene vissuta la terza età. Secondo la Banca Mondiale, l’invecchiamento sarà particolarmente rapido nei Paesi asiatici, che stanno affrontando questo fenomeno molto più velocemente di altre regioni. Un cambiamento della struttura demografica che ha richiesto oltre 100 anni alla Francia e più di 60 agli Stati Uniti è stato osservato in soli 20 anni in molte nazioni dell’Asia.
Il cambiamento però non sarà privo di ostacoli. In Francia, oltre un milione di persone è sceso in piazza per protestare contro l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni. E i timori legati all’immigrazione stanno rafforzando il consenso verso candidati di destra in tutti questi Paesi.
Politiche fallimentari per incentivare la natalità
Simili preoccupazioni sorgono anche in Italia, dove la popolazione in età lavorativa è meno numerosa degli anziani, le città si svuotano, molti lavori importanti restano vacanti e l’innovazione aziendale fatica a progredire. L’immigrazione potrebbe rappresentare un rimedio immediato, ma accettare un elevato numero di immigrati è diventato politicamente difficile.
A volte si pensa che offrire congedi parentali retribuiti o asili nido gratuiti possa far risalire i tassi di natalità in modo significativo. Ma il Giappone, che da circa 30 anni è un laboratorio per queste politiche, ha dimostrato che anche le iniziative più generose producono solo modesti incrementi. Nonostante anni di dibattito politico e un crescente ventaglio di misure governative, le famiglie moderne sembrano meno propense a voler crescere figli.
Le evidenze dimostrano che i governi possono influenzare i tassi di fertilità, ma solo in una direzione: verso il ribasso. In Asia, molti Paesi che oggi registrano una fertilità estremamente bassa avevano inizialmente imposto restrizioni demografiche: per oltre tre decenni, la Cina ha adottato la politica del figlio unico; dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone ha incentivato l’uso della contraccezione e depenalizzato l’aborto per ridurre la popolazione; allo stesso modo, la Corea del Sud ha legalizzato l’aborto negli anni Settanta, scoraggiando le famiglie dall’avere più di due figli.
In Europa e negli Stati Uniti, i tassi di fertilità sono calati con l’aumento delle donne nel mondo del lavoro, la diminuzione dell’influenza religiosa, in particolare quella cattolica, e gli spostamenti dei giovani dalle comunità in cui erano cresciuti.
I tassi di natalità più bassi riflettono un progresso: la riduzione della mortalità infantile ha ridotto la necessità di avere molti figli, mentre la transizione delle economie da prevalentemente agricole a industriali ha fatto sì che le persone si concentrassero su altre aspirazioni. Le donne hanno avuto l’opportunità di perseguire obiettivi di carriera oltre alla maternità, grazie anche alla diffusione del controllo delle nascite, che ha permesso loro di decidere se e quando rimanere incinte.
Parallelamente sono aumentati anche gli ostacoli ad avere più figli. Il costo della vita, in particolare per quanto riguarda gli alloggi, è cresciuto notevolmente, mentre l’insicurezza finanziaria legata alla gig economy preoccupa sempre più i giovani. Inoltre, i costi per garantire un’istruzione adeguata e preparare i figli per un mercato del lavoro sempre più competitivo sono in continuo aumento. I figli non rappresentano più un valore economico diretto, né una “polizza assicurativa” per i genitori in vecchiaia, come avveniva in passato. Secondo Poh Lin Tan, ricercatore senior dell’Institute of Policy Studies di Singapore, “siamo giunti al punto in cui avere figli è una scelta legata esclusivamente alla gioia personale, che richiede sacrifici in termini di tempo libero e avanzamento di carriera“.
Nonostante i cambiamenti nel mondo del lavoro e nelle dinamiche familiari, le aspettative tradizionali su chi debba prendersi cura dei bambini rimangono sorprendentemente resistenti alle nuove politiche. Come osserva Matthias Doepke, economista della London School of Economics, “le aspettative culturali sono ancorate a uno stile di vita che non esiste più, e questa è la causa principale dei tassi di fertilità estremamente bassi che osserviamo nei Paesi ricchi“.
Nel 1995, la Svezia introdusse una politica innovativa, nota come “mese del papà”, che concedeva un mese di congedo parentale riservato al coniuge, solitamente il padre, che non aveva ancora usufruito del congedo dopo la nascita di un figlio. Se il coniuge non usufruiva di questo mese, la coppia lo perdeva. Negli anni successivi, con l’aggiunta di un secondo e terzo mese, sempre più padri hanno cominciato a beneficiare del congedo di paternità. Secondo Ylva Moberg, ricercatrice in economia e sociologia presso l’Università di Stoccolma, questa misura ha portato a un cambiamento nelle aspettative culturali su cosa significhi essere un buon padre. Eppure, nonostante questo cambiamento, i tassi di fertilità in Svezia non sono aumentati. Gli economisti sottolineano che ciò non significa necessariamente un fallimento delle politiche adottate. I tassi di fertilità in Svezia rimangono infatti più alti rispetto a quelli dell’Asia.
Alcuni conservatori e studiosi religiosi suggeriscono un approccio diverso: piuttosto che incoraggiare i padri a prendersi più responsabilità, i governi dovrebbero incentivare le donne a lasciare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla cura dei figli. Ma persino in Paesi come la Finlandia e l’Ungheria, che offrono generosi benefici familiari, inclusa la possibilità per un genitore di prendere fino a due o tre anni di pausa dal lavoro dopo la nascita di un figlio, non si è registrato un significativo aumento nei tassi di fertilità.
Matrimonio o qualcosa di più
Se una maggiore uguaglianza di genere tra i genitori, gli sgravi fiscali e le indennità non riescono a creare famiglie più numerose, cos’altro può fare un governo?
Alla fine, molto poco. In Cina, ad esempio, gli sforzi intrusivi del governo autoritario per incoraggiare la procreazione hanno generato una reazione negativa. La verità è che una decisione importante come quella di avere figli raramente si riduce a una mera questione economica o a chi cambierà i pannolini.
Influenzare queste scelte potrebbe essere al di là della portata della politica governativa tradizionale. Per la maggior parte delle persone nei Paesi ricchi avere figli è profondamente personale, tocca i nostri valori, il tipo di comunità di cui vogliamo far parte, il modo in cui vediamo il futuro.
Ciò non significa che alcune delle politiche implementate per stimolare tassi di natalità non siano significative. Fornire un servizio di assistenza all’infanzia sovvenzionato e di alta qualità, motivare i padri a prendere parte alla vita dei propri figli e rimodellare il posto di lavoro per consentire ai dipendenti di interagire con le proprie famiglie può contribuire a migliorare la vita di coloro che hanno già dei figli.
I Millennial non vogliono bambini ma animali domestici
Negli ultimi anni è emerso poi anche un altro trend che evidenzia e, per alcuni, rafforza la trasformazione demografica: i Millennial preferiscono gli animali domestici alla genitorialità tradizionale. Un’indagine condotta da Mintel ha rivelato che la metà dei nati tra il 1980 e il 2000 possiede gatti, mentre il 75% di loro ha cani. Secondo Jean Twenge, psicologa e autrice del best-seller Generation Me, i cuccioli stanno diventando una sorta di sostituto per i figli. Gli animali, afferma, sono meno costosi e rappresentano un’alternativa accessibile anche per chi non è pronto a sposarsi o a convivere con qualcuno. Offrono compagnia e affetto, senza le complesse implicazioni di responsabilità e impegno a lungo termine che comporta la genitorialità.
Ma i ricercatori sono cauti nell’attribuire una relazione diretta tra l’aumento della cura degli animali domestici e la riduzione dei tassi di natalità. Come sottolinea lo stesso studio, è improbabile che il crescente attaccamento ai cuccioli sia la causa principale del calo delle nascite. Piuttosto, si tratta di una dinamica di contrasto, dove la cura di un animale domestico può rappresentare un passo verso l’autonomia, senza necessariamente sostituire l’idea di avere figli. Infatti, prendersi cura di un animale può essere visto come un modo per affermare la propria capacità di gestire una vita indipendente, posticipando l’idea di genitorialità a tempi economicamente e socialmente più stabili.
La crisi economica globale, rappresentata simbolicamente dal crollo della Lehman Brothers, ha reso più difficile per molti giovani sentirsi pronti a mettere su famiglia. In questo contesto, la scelta di adottare un animale può rappresentare una sorta di grido di autonomia, un affetto a buon mercato che consente di rivendicare la propria indipendenza emotiva e logistica, in attesa di una stabilità più solida e sicura.
E questa nuova normalità ha portato a un inconsueto e curioso panorama cittadino: non più genitori che spingono carrozzine, ma adulti con cani, spesso vestiti con maglioni e trasportati in marsupi o passeggini, come fossero figli sostitutivi.





