Le recenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto le tifoserie di Milan e Inter testimoniano la gravità della situazione, dove i tifosi organizzati operano spesso al di fuori dei valori sportivi, influenzando negativamente le società calcistiche e mettendo in pericolo la sicurezza pubblica. Gli episodi di estorsione, traffico di droga e violenza organizzata mostrano che la gestione di questi gruppi rappresenta una sfida sempre più complicata per le autorità, ma anche per i club, stretti tra l’esigenza di mantenere una base di tifosi appassionata e il controllo delle frange più pericolose.
Per comprendere appieno il fenomeno ultras, è necessario considerare la sua evoluzione nel contesto calcistico e sociale degli ultimi decenni. Partiamo dal presupposto che non si tratta né di un fenomeno nuovo né limitato ai confini italiani. James Montague, nel suo libro 1312: Among the Ultras, esplora questo mondo complesso, viaggiando tra Sudamerica, Europa dell’Est e Asia per documentare le dinamiche che legano questi gruppi al calcio e alla politica. Montague descrive come, in Paesi come l’Argentina, ad esempio, i barras bravas esercitino un’influenza politica e sociale che va ben oltre lo stadio, gestendo operazioni illegali e controllando le decisioni dei club attraverso la violenza e l’intimidazione. Il quadro che viene fuori da questo reportage è di un ecosistema fatto di gruppi di tifosi politicizzati estremamente ermetico. Per citare Gianni Montieri: “Gli ultras che siano di destra o di sinistra, cattolici o meno, indonesiani o croati, non ti includono, ti lasciano guardare, magari rispondono alle domande, ma poi ti danno le spalle come al campo. Tu fai parte del sistema, noi no, tu sei dentro le regole generali, noi abbiamo le nostre, tu tornerai a guardarti le tue partite in tribuna, noi la curva non la lasceremo mai.”

L’inchiesta, che ha portato all’arresto di diciannove esponenti delle tifoserie milanesi, ha fatto luce su business illeciti degli ultras, contestando l’associazione per delinquere, in un caso aggravata dal metodo mafioso, e le infiltrazioni della ’ndrangheta, oltre ad estorsioni e pestaggi. In Italia c’è già chi ha invocato a gran voce il Metodo Thatcher, una serie di severe restrizioni che colpirono il fenomeno hooligans nel Regno Unito alla fine degli anni Ottanta. Nello specifico le diverse norme del modello inglese, dal Sporting Events Act al Football Spectators Act, prevedevano che si poteva entrare negli stadi solo se in possesso di documento di identità, che le persone condannate per reati aventi a che fare con eventi calcistici non potessero entrare negli impianti, e venne creata una sezione speciale delle forze dell’ordine chiamata a combattere il fenomeno hooligan. Nel 1991, poi, venne inoltre consentito l’arresto ed il processo per direttissima dei tifosi colpevoli anche solo di violenza verbale e di atti legati al razzismo, e si iniziò inoltre ad utilizzare le telecamere a circuito chiuso in tutti gli impianti. Ma più di tutto si puntò a responsabilizzare tifosi e squadre. Allora in Inghilterra, la questione hooligans fu affidata ad una commissione della Camera dei Lord, guidata dal giudice Peter Taylor. In Italia, invece, fa riflettere che mai è stata voluta la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta e le uniche note di discussione sul tema sono sempre emerse dalla commissione antimafia.
E mentre alcuni club lottano per tenere sotto controllo i loro ultras, altri hanno sperimentato modelli alternativi per coinvolgerli in modo più costruttivo. Un esempio notevole è quello del St. Pauli, club di Amburgo che ha adottato un approccio progressista nella gestione del rapporto con i tifosi. In un’iniziativa rivoluzionaria, il St. Pauli ha deciso di vendere il proprio stadio ai tifosi, permettendo loro di diventare azionisti e di avere voce nelle decisioni strategiche del club. Questo modello non solo rafforza il legame tra tifosi e società, ma riduce anche la possibilità che gruppi ultras estremisti possano prendere il controllo della curva, lasciando spazio a una tifoseria più partecipativa e pacifica.
In Italia, questo modello è stato preso come esempio durante le recenti discussioni in Senato sulla possibilità di inserire rappresentanti dei tifosi nei consigli di amministrazione delle società calcistiche. La proposta di legge, voluta dal ministro Giorgetti, ha trovato una forte opposizione di chi, come Claudio Lotito, senatore di FI e presidente della Lazio, vede nella norma solo un modo per delegittimare dei criminali:
Basta con quelli che vogliono fare i tifosi per professione, è arrivato il momento di non legittimare più i delinquenti. Io ho passato di tutto, adesso ho dovuto rafforzare anche la mia sicurezza, sono scampato a bombe e a ogni tentativo di intimidazione…
Non solo Lotito. Alcuni club temono che dare troppo potere ai tifosi possa portare a decisioni emotive, dettate dalla passione piuttosto che dalla razionalità economica. Un esempio si può riscontrare in Grecia, dove i tifosi del Panathinaikos sono entrati a far parte della governance del club, ma l’iniziativa ha finito per destabilizzare la società, aggravando i problemi finanziari.
La violenza, però, rimane il problema principale associato agli ultras, ma, come evidenziato da Montague, essa spesso scaturisce da un forte senso di appartenenza e difesa del gruppo. Molti ultras vedono la curva come un’estensione della loro identità e sono pronti a difenderla con ogni mezzo, anche a costo di commettere atti estremi. “È una fratellanza basata sulla violenza,” scrive l’autore, “e chiunque si opponga a questo gruppo diventa automaticamente un nemico.“
È evidente, dunque, la necessità di un approccio multidisciplinare. La repressione da sola non basta: occorre anche lavorare sul coinvolgimento dei tifosi. Solo attraverso un cambiamento culturale, supportato da nuove politiche di inclusione e trasparenza, sarà possibile riportare il calcio al suo ruolo originario di passione sportiva e di aggregazione sociale.






