L’abisso che c’è fra la certezza che io ho della mia esistenza e il contenuto che tento di dare a questa sicurezza non sarà mai colmato.
Il mito di Sisifo, Albert Camus
Viviamo in una società il cui mantra è quello di non arrendersi mai; stringere i denti e andare avanti è il nostro modus operandi, come dei moderni Sisifo. La rinuncia è vista come un fallimento, una mancanza, una colpa. Ma è davvero così? È per questo che abbiamo così tanta paura del cambiamento?
Il cambiamento, in qualunque ambito, viene spesso ostacolato da tre meccanismi psicologici profondamente radicati. Il primo di questi è il rinforzo intermittente, una tecnica di manipolazione che si può applicare non solo alle relazioni tossiche, ma anche al mondo del lavoro e ad altre dinamiche della vita quotidiana. Questa forma di rinforzo alterna momenti positivi e gratificanti con situazioni frustranti o dolorose. Quando si riceve un rinforzo positivo, il cervello produce dopamina, creando una sensazione di benessere e motivando a ripetere l’azione che ha portato a quella sensazione. Tuttavia, quando la gratificazione non arriva, l’individuo si ritrova a cercare disperatamente di tornare a quello stato di euforia, creando un ciclo di dipendenza. Il legame tra successo e fallimento diventa ancora più forte quanto più imprevedibile è il rapporto tra i due. Un esempio tipico è quello dei ludopatici che dopo una vincita inaspettata al primo tentativo continuano a giocare nonostante le sconfitte successive.
Burrhus Skinner, uno dei padri del Comportamentismo, ha studiato questo fenomeno sugli animali. Nel suo esperimento, noto come Skinner box, i topi imparavano che, premendo una levetta, ottenevano del cibo. Ma quando il cibo veniva distribuito in modo casuale e imprevedibile, i topi iniziavano a premere la levetta in maniera ossessiva, nonostante non ci fosse più un rapporto logico tra azione e ricompensa.
Il secondo meccanismo che frena il cambiamento è la paura dell’incertezza. Le persone tendono a ricercare la sicurezza e a evitare situazioni che comportano rischi. Questo si riflette nel classico detto “si è sempre fatto così”, che spesso viene utilizzato per evitare di mettere in discussione le soluzioni consolidate. Ma la certezza è un’illusione: il mondo cambia costantemente e non sapersi adattare può rivelarsi pericoloso. L’incertezza genera ansia, e le persone tendono a sovrastimare l’intensità e la durata delle emozioni negative associate al cambiamento. In realtà, le emozioni che proviamo di fronte a una decisione difficile sono spesso meno intense e durature di quanto ci aspettiamo.
Infine, il terzo fattore che ostacola il cambiamento è quello dei costi non recuperabili. Le persone tendono a portare avanti un progetto fallimentare solo perché hanno già investito troppo tempo, denaro o energia. La logica suggerisce che, al momento di prendere una decisione, i costi passati non dovrebbero influenzare il giudizio, ma è difficile accettare che un progetto che sembrava promettente possa essere stato un errore. Bisogna accettare il fatto che in molti casi, i fattori che portano al fallimento sono esterni e non dipendono dalle proprie capacità o scelte.

Oliver Burkeman, nel suo libro Meditations for Mortals: Four Weeks to Embrace Your Limitations and Make Time for What Counts, non propone una visione semplicistica della rinuncia come atto di debolezza, bensì come una forma di saggezza necessaria per vivere meglio. A differenza di molte narrazioni contemporanee che spingono a un controllo esasperato di ogni aspetto della nostra vita, Burkeman ci invita a un atto di resa consapevole, un’accettazione serena dei nostri limiti.
Non si riferisce solo ai grandi sogni o alle ambizioni spropositate, ma alle situazioni quotidiane che ci vedono impegnati in una lotta costante per avere tutto sotto controllo: lavorare senza sosta, crescere i figli, contribuire alla società, essere amici perfetti. Questa ricerca del controllo assoluto trasforma la vita in un compito monotono, privo di reale significato e spesso esasperante. L’essere umano, nell’intento di perfezionare ogni aspetto del suo esistere, si trova intrappolato in una sorta di ruota perpetua, sempre alla ricerca di una completezza che non arriverà mai.
Burkeman evoca l’insegnamento del maestro zen Houn Jiyu-Kennett, che spingeva i suoi allievi al limite, fino a farli sentire completamente sopraffatti dal peso delle loro responsabilità. Solo in quel momento di resa totale, quando la situazione sembrava “irrecuperabile”, gli studenti trovavano il coraggio di deporre il fardello e smettere di lottare. Questo è il paradosso che Burkeman propone: accettare la propria incapacità di gestire tutto, la propria imperfezione, non solo come una sconfitta, ma come una via per liberarsi da una vita fatta di imposizioni e aspettative impossibili.
Ma questo non implica il rinunciare alle proprie ambizioni o progetti, piuttosto porta ad un riconoscimento dei propri limiti per concentrare le energie su ciò che davvero conta. Essere realistici non significa essere passivi, bensì consapevoli.
C’è un aneddoto interessante che riguarda Carl Jung. Da giovane, lo psicoanalista soffriva di svenimenti e faticava a concentrarsi sui suoi studi, un problema che stava preoccupando gravemente la sua famiglia. In particolare, un giorno sentì suo padre lamentarsi della situazione, esprimendo la sua preoccupazione per il futuro economico del figlio, soprattutto a causa delle ristrettezze finanziarie della famiglia. Jung, ascoltando queste parole, ebbe una sorta di illuminazione: comprese in un attimo che la sua priorità doveva essere il successo scolastico, e che questa era la sua missione in quel momento. Capì che quello era il suo “compito di vita”.
Il compito di vita non è né la vocazione né quello che chiamiamo “destino”: nasce dall’incontro tra le nostre capacità e le circostanze esterne, poiché è radicata nel presente, nelle situazioni concrete che ci troviamo ad affrontare. Non tutto deve essere dominato o completato. Alcune cose possono essere lasciate incompiute, altre possono essere modificate lungo il cammino.
Ma come e quando dovremmo rinunciare? Burkeman suggerisce che dovremmo farlo quando la nostra vita ottimizzata e frenetica diventa opprimente, quando ci troviamo bloccati in modelli che ci limitano più di quanto ci arricchiscano. Solo allora, abbandonando l’illusione di poter controllare ogni cosa, possiamo veramente godere del nostro tempo, che è limitato.
Gli fa eco Adam Phillips che nel suo libro On Giving Up esplora ulteriormente il tema della rinuncia, sottolineando che essa non è sempre un segno di sconfitta, ma può rappresentare una scelta pragmatica o addirittura un atto di lutto. Rinunciare, secondo Phillips, può significare scambiare qualcosa per un futuro più promettente, o semplicemente accettare che una parte del passato non ci appartiene più. Abbiamo un pregiudizio contro la rinuncia; la associamo al fallimento, alla mortalità e persino al suicidio, come se ogni atto di rinuncia fosse un passo lontano dalla vita. “Eroi ed eroine sono persone che non si arrendono“, scrive. Eppure gli eroi tragici sono tragici proprio perché non si arrendono mai; ostinati nei loro scopi, li perseguono fino a distruggersi. Desideriamo ardentemente essere intrepidi e le persone intrepide “sono persone che non possono interrompersi o essere interrotte“:
Sono persone che hanno rifiutato i benefici della resa, o persino dell’esitazione, persone per le quali arrendersi significa rinunciare a tutto. Non essere capaci di arrendersi significa non poter accettare la perdita, la vulnerabilità; non riuscire ad accettare il passare del tempo e le revisioni che esso porta con sé.
L’incapacità di rinunciare, scrive Phillips, può essere vista come un rifiuto di accettare l’incertezza e il cambiamento. Eppure, la vita è fatta di continui cambiamenti, di revisioni e adattamenti. Non c’è nulla di definitivo nel nostro percorso, e cercare di mantenerlo tale è una mera illusione. Rinunciare non significa perdere tutto, ma accettare che alcune cose non possono più essere parte della nostra vita. In tal senso, la rinuncia diventa una porta verso nuove possibilità, non una fine definitiva. Dovremmo accettare, come scrive Phillips, che, sebbene “arrendersi richieda un senso di conclusione” non sempre “implica un senso di compimento.” È il momento di lasciare Milano? Cambiare lavoro? Divorziare? Possiamo piangere queste cose senza piangere noi stessi. Sono loro a finire, non noi.
Se accettiamo questa visione, allora la rinuncia non è più un atto di disperazione, ma una scelta deliberata, un modo per fare spazio a nuove opportunità. Forse, come sostengono Burkeman e Phillips, dovremmo imparare a vedere la rinuncia come una manifestazione di immaginazione e saggezza, non di fallimento. Ma la rinuncia è anche un modo di abbracciare l’incertezza, e non sempre di esercitare il controllo, per questo non può essere facilmente addomesticato. Ci avvicina troppo a chiederci: e se?







