Non molto tempo fa, il problema principale che affliggeva la popolazione mondiale era la carenza di cibo. Oggi, la situazione è drasticamente cambiata: il numero di persone che mangiano troppo supera quelle che soffrono di fame. Uno studio pubblicato sulla rivista medica The Lancet ha rivelato che, nel 2022, più di un miliardo di persone sono state classificate come obese, un numero che sottolinea l’entità di un problema ormai globale. Questo studio, basato su misurazioni di peso e altezza di oltre 220 milioni di persone provenienti da circa 190 Paesi, ha evidenziato un raddoppio dei tassi di obesità tra gli adulti rispetto al 1990 e un quadruplicamento tra bambini e adolescenti.
L’indice di massa corporea (BMI) è stato al centro di questo studio. Il BMI definisce obesa una persona con un valore superiore a 30. Nonostante sia uno strumento imperfetto — ad esempio, molti bodybuilder potrebbero essere classificati come obesi a causa della massa muscolare elevata — rimane un indicatore efficace per monitorare la salute pubblica. Le persone con un BMI superiore a 30 hanno maggiori probabilità di sviluppare patologie come il diabete e il rischio di contrarre più di una dozzina di tipi di cancro aumenta. Si stima che ogni anno l’obesità sia responsabile di circa 4 milioni di morti a livello globale.

Lo studio ha anche rivelato un dato allarmante: i Paesi a basso e medio reddito registrano tassi di obesità superiori a quelli delle nazioni più ricche. In particolare, oltre il 60% della popolazione adulta di Polinesia e Micronesia è obesa, il tasso più alto al mondo. Questo fenomeno è attribuito a cambiamenti nelle abitudini alimentari e a una cultura che valorizza le dimensioni fisiche. Tra i dati più significativi emergono Tonga, dove l’81% delle donne è stato classificato come obeso, e le Samoa Americane, dove il 70% degli uomini rientra in questa categoria. Anche Paesi in Africa e Medio Oriente, tradizionalmente associati alla malnutrizione, ora affrontano il problema dell’aumento di peso.
In Europa, la Turchia ha registrato il tasso più alto di obesità tra le donne, con il 43%, mentre per gli uomini la Romania guida la classifica con il 38%. I francesi si sono distinti come i più “snelli” della regione, con solo il 10% di obesità tra uomini e donne. L’America, invece, presenta tassi decisamente più alti, con il 44% delle donne e il 42% degli uomini che superano il valore soglia di BMI 30. A livello globale, l’obesità ha ormai superato la percentuale di adulti sottopeso (BMI inferiore a 18,5), e lo stesso vale per bambini e adolescenti. In due terzi dei Paesi studiati, il numero di bambini obesi è superiore a quello dei bambini sottopeso. Nei Paesi ricchi, l’obesità infantile è concentrata nelle famiglie a basso reddito, mentre in quelli più poveri colpisce maggiormente la classe media.
Il fatto che così tante persone lottino con il proprio peso suggerisce che l’obesità non è solo una questione di forza di volontà individuale. Il corpo umano, progettato per sopravvivere a periodi di scarsità alimentare, tende a conservare il grasso e a resistere alla perdita di peso. Inoltre, la diffusione di cibi ultra-processati a basso costo ha incentivato l’eccesso di cibo, mentre gli stili di vita sono diventati sempre più sedentari. Sebbene siano in arrivo farmaci per la perdita di peso, i loro costi elevati li rendono inaccessibili alla maggior parte della popolazione. La vera sfida sarà prevenire l’aumento di peso, soprattutto tra bambini e adulti. Per farlo, sarà necessaria una maggiore regolamentazione governativa, un intervento che potrebbe rivelarsi impopolare sia per i politici che per gli elettori. Ma il futuro della lotta all’obesità richiede uno sforzo congiunto e strategie preventive mirate, affinché questo fenomeno globale possa essere contenuto e, auspicabilmente, ridotto.






