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La nuova corsa alla Luna tra Stati Uniti e Cina

La scena si è riaperta. A oltre mezzo secolo dallo sbarco dell’Apollo 11, la Luna torna a essere teatro di competizione, ma con protagonisti e logiche in parte mutati. Gli Stati Uniti, attraverso la NASA, e la Cina si muovono lungo traiettorie parallele, animate da obiettivi simili e da approcci profondamente diversi. Mercoledì scorso la NASA ha compiuto un nuovo passo con un volo circumlunare con equipaggio, tappa intermedia verso un programma più ampio. Il progetto, noto come Artemis II, punta a stabilire una presenza stabile nelle regioni polari del satellite, in particolare nel polo sud. Qui si concentrano risorse considerate cruciali, come acqua ghiacciata, idrogeno ed elio, elementi che potrebbero sostenere basi permanenti e missioni più lontane. Anche la Cina guarda a quell’area con interesse, immaginando installazioni alimentate da reattori nucleari e capaci di fungere da piattaforma per l’esplorazione dello spazio profondo.

Non si tratta più di piantare bandiere. L’obiettivo, oggi, è restare. E chi arriverà per primo avrà un ruolo determinante nel definire le regole di questo nuovo dominio.

Il programma americano, tuttavia, procede tra difficoltà tecniche e slittamenti. Washington auspica un ritorno umano sulla Luna entro il 2028, anticipando di due anni la tabella di marcia cinese. Eppure, anche all’interno della stessa NASA si riconosce il rischio di non rispettare i tempi. La storia recente, del resto, invita alla cautela. Pechino, al contrario, avanza con una linearità che molti osservatori definiscono impressionante. Il vantaggio principale risiede nella struttura centralizzata del suo sistema decisionale, capace di pianificare investimenti e obiettivi su archi temporali lunghi, senza le oscillazioni tipiche dei sistemi politici occidentali. Le missioni robotiche cinesi hanno già raggiunto traguardi inediti, come l’atterraggio e il recupero di campioni dal lato nascosto della Luna, mai esplorato direttamente dagli Stati Uniti.

La prossima tappa sarà la missione Chang’e 7, prevista per l’estate, che si concentrerà proprio sul polo sud lunare. Nel frattempo, la Cina mantiene un profilo pragmatico anche nella scelta degli obiettivi immediati. Il primo allunaggio con equipaggio è previsto sul lato visibile della Luna, lo stesso su cui Neil Armstrong compì il celebre passo nel 1969. Una scelta meno ambiziosa, ma tecnicamente più accessibile.

Sul piano tecnologico, le differenze tra i due programmi emergono con chiarezza.

Il vettore cinese, il Long March 10, è un razzo imponente, alto quanto un edificio di trenta piani. Nei test iniziali, i motori sono stati accesi a terra, poi in una fase successiva il primo stadio è stato lanciato fino a oltre cento chilometri di altitudine prima di essere recuperato in mare. La Cina sconta ancora un ritardo rispetto agli Stati Uniti nel campo dei razzi riutilizzabili, un ambito in cui le tecnologie private americane hanno segnato un’accelerazione decisiva. Tuttavia, per le missioni lunari, meno frequenti rispetto ai lanci in orbita terrestre, questo svantaggio pesa relativamente. Gli Stati Uniti dispongono invece dello Space Launch System, un sistema potente e complesso, costruito integrando componenti sviluppati da diversi appaltatori. E il recente lancio con equipaggio ne rappresenta un successo significativo, destinato a rafforzare la fiducia nel programma Artemis e a preparare missioni sempre più frequenti.

Anche sul fronte delle navicelle le strategie divergono. La Cina sta sviluppando la Mengzhou, una capsula capace di trasportare fino a sette astronauti e progettata sia per missioni lunari sia per l’orbita terrestre. Il profilo operativo prevede due lanci distinti: uno per la navicella con equipaggio, l’altro per il modulo di allunaggio, che si aggancerà in orbita lunare. Test recenti hanno dimostrato la capacità del veicolo di gestire aborti di lancio in condizioni critiche, fondamentale per la sicurezza. Gli Stati Uniti utilizzano invece la capsula Orion, già collaudata e più avanzata nello sviluppo. La missione più recente ha permesso di verificare sistemi vitali come il supporto alla vita e il controllo ambientale.

Il modulo di allunaggio rappresenta un ulteriore elemento di distinzione. La Cina lavora al Lanyue, concepito come una piattaforma multifunzionale: abitazione temporanea, centro dati e fonte di energia. Dopo la discesa sulla superficie, il modulo dovrà riportare gli astronauti in orbita per il rientro. Gli Stati Uniti, al contrario, non dispongono ancora di un lander operativo. Il progetto è affidato a partner privati, tra cui SpaceX e Blue Origin, che stanno sviluppando soluzioni alternative. La NASA prevede di testarle in missioni preliminari prima di scegliere quella più affidabile.

Infine, anche le tute spaziali riflettono approcci differenti. La Cina ha progettato le Wangyu, più leggere e dotate di sistemi avanzati, tra cui visiere anti-riflesso e telecamere integrate. Il design richiama volutamente elementi dell’armatura tradizionale, con un intento anche simbolico. Gli Stati Uniti stanno aggiornando le proprie tute per migliorarne flessibilità e resistenza, con l’obiettivo di consentire attività extraveicolari fino a otto ore.

La competizione appare meno dichiarata di quanto suggerisca la narrazione occidentale. Secondo alcuni scienziati coinvolti nel programma cinese, Pechino non percepisce questa fase come una corsa, ma come un processo autonomo, guidato da priorità interne e da una pianificazione di lungo periodo. Resta il fatto che la Luna è tornata al centro della politica internazionale. Non più come simbolo, ma come infrastruttura potenziale. E, come spesso accade, la tecnologia diventa il linguaggio attraverso cui si ridefiniscono equilibri e poteri.

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