Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata su Gaza, in Cisgiordania si sta consumando un processo meno visibile ma altrettanto decisivo, che riguarda l’estensione del controllo israeliano sul territorio, l’aumento della violenza contro i palestinesi e la trasformazione progressiva dell’occupazione in qualcosa di sempre più simile a un’annessione di fatto.
Negli ultimi anni il governo guidato da Netanyahu ha rafforzato in modo sistematico la presenza israeliana in Cisgiordania, aumentando sia il numero degli insediamenti riconosciuti ufficialmente sia quello degli avamposti sorti formalmente fuori dalle regole urbanistiche israeliane, ma spesso sostenuti, nei fatti, dalle istituzioni. Nel frattempo, la violenza dei coloni è cresciuta ulteriormente e, secondo i dati delle Nazioni Unite, in Cisgiordania i morti palestinesi dall’inizio della guerra sono stati più di mille.
Sul piano diplomatico, Washington ha mantenuto una posizione ambigua. Trump ha lanciato avvertimenti poco incisivi contro una possibile annessione formale della Cisgiordania, ma il governo israeliano sembra convinto di poter proseguire lungo la stessa direzione senza pagare un prezzo reale nei rapporti con gli Stati Uniti. Un segnale di questa tolleranza politica è arrivato di recente anche dalla decisione americana di offrire servizi consolari temporanei in due insediamenti israeliani della Cisgiordania ai cittadini statunitensi residenti in quell’area.
Un cambiamento che viene da lontano, ma oggi corre più veloce
Per alcuni osservatori israeliani critici, quello che sta accadendo oggi non è una rottura totale rispetto al passato, bensì l’evoluzione estrema di una linea già visibile da decenni. Eppure, dentro questa continuità, c’è anche un salto di qualità. L’impressione è che non si stia assistendo soltanto a una gestione più dura dell’occupazione, ma a una sua accelerazione politica e amministrativa, apertamente finalizzata a impedire in modo definitivo la nascita di uno Stato palestinese.
L’obiettivo del governo sarebbe quello di comprimere progressivamente la presenza palestinese in spazi sempre più piccoli, frammentati e urbanizzati, lasciando a Israele il dominio effettivo delle aree aperte, dei corridoi strategici, delle colline e delle infrastrutture territoriali decisive. La Cisgiordania verrebbe così ridisegnata come un mosaico di enclavi palestinesi separate, circondate da un territorio sotto controllo israeliano sempre più esteso.
Il nodo delle aree A, B e C
Per capire questa dinamica bisogna tornare agli accordi di Oslo degli anni Novanta, che divisero la Cisgiordania in tre aree. L’Area A, comprendente soprattutto i principali centri urbani palestinesi, sarebbe dovuta passare sotto il controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese. L’Area B avrebbe previsto una gestione civile palestinese, ma con sicurezza condivisa con Israele. L’Area C, invece, sarebbe rimasta temporaneamente sotto pieno controllo israeliano fino a un accordo finale.
Nella logica originaria di Oslo, questa ripartizione avrebbe dovuto essere transitoria, e col tempo la maggior parte della Cisgiordania sarebbe dovuta confluire sotto una forma più ampia di autogoverno palestinese. Nella pratica, però, le cose sono andate diversamente. Circa il 60 per cento del territorio è rimasto Area C, cioè sotto controllo israeliano pieno, e proprio lì si trovano gran parte degli spazi aperti, degli assi stradali principali e di molti insediamenti.
Da anni, sostengono varie organizzazioni israeliane e internazionali, la pressione su quest’area è fortissima. Uno degli strumenti è quello urbanistico: ai palestinesi vengono concessi pochissimi permessi edilizi, e le costruzioni realizzate senza autorizzazione vengono poi considerate illegali e soggette a demolizione. Parallelamente, la crescita della violenza dei coloni ha spinto decine di comunità palestinesi di allevatori e contadini ad abbandonare le proprie terre.
Colonie “legali” e avamposti “illegali”, ma sostenuti dallo Stato
Uno degli aspetti più rilevanti della fase attuale è la velocità con cui il governo israeliano ha promosso nuovi insediamenti. Per molti anni, dopo gli anni Novanta, Israele aveva formalmente approvato solo un numero limitato di nuove colonie. Negli ultimi anni, invece, soprattutto con l’attuale governo, l’espansione ha assunto un ritmo molto più intenso.
Accanto agli insediamenti ufficiali, si è moltiplicato anche il numero degli avamposti, cioè nuclei abitativi spesso costruiti in violazione persino delle norme israeliane, ma quasi sempre collegati a reti di sostegno pubblico e di finanziamenti indiretti. La distinzione tra ciò che è formalmente autorizzato e ciò che non lo è conta meno di quanto sembri, perché molti di questi avamposti ricevono strade, acqua, elettricità, protezione armata e supporto logistico in tempi molto rapidi.
Spesso basta una o due famiglie, insieme a piccoli gruppi di giovani, per occupare una collina, installare una fattoria o una base pastorale e rendere inaccessibili ai palestinesi vaste porzioni di terra circostante. In diversi casi, sostengono i critici, la violenza dei coloni diventa lo strumento concreto per allontanare i residenti palestinesi, soprattutto contadini e pastori, e modificare così la geografia umana della Cisgiordania.
La violenza dei coloni e il ruolo dell’esercito
La violenza dei coloni non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni ha raggiunto livelli molto più alti. Se in passato l’esercito israeliano veniva spesso accusato di assistere senza intervenire agli attacchi contro i palestinesi, oggi il confine appare in molti casi ancora più sfumato.
Secondo le testimonianze di ex militari e osservatori sul campo, per lungo tempo i soldati in Cisgiordania hanno avuto come priorità la protezione dei coloni, non quella dei palestinesi. Questo significava che, anche quando assistevano a episodi di violenza, l’intervento non rientrava necessariamente nei loro compiti operativi. Era, almeno in teoria, materia di polizia.
Dopo il 7 ottobre, però, questa distanza si sarebbe ulteriormente ridotta. Con l’apertura del fronte di Gaza e la tensione al confine con il Libano, molte unità regolari sono state spostate altrove, lasciando maggiore spazio ai riservisti. In Cisgiordania operano anche battaglioni di difesa regionale composti in larga parte da residenti degli insediamenti. Per i palestinesi, questo ha significato spesso trovarsi di fronte alle stesse persone che, da civili, vivevano negli avamposti sovrastanti e che, una volta mobilitate, hanno ricevuto uniforme, armi e status militare. Il risultato, sostengono i critici, è che la separazione tra colono violento e apparato statale si è fatta molto più sottile. In alcune aree, semplicemente, non esisterebbe più.
L’annessione che passa dall’amministrazione civile
C’è poi un altro passaggio, meno spettacolare ma forse ancora più importante: l’estensione diretta delle autorità civili israeliane in Cisgiordania. Alcune competenze che in passato erano formalmente attribuite all’amministrazione militare vengono oggi trasferite a organismi civili israeliani, legati al ministero della Difesa ma politicamente vicini al movimento dei coloni. Questo spostamento viene letto da molti osservatori come una forma di annessione strisciante, perché riduce ulteriormente il carattere “temporaneo” dell’occupazione e integra sempre di più la Cisgiordania nei meccanismi amministrativi dello Stato israeliano.
A ciò si aggiungono nuove misure sulla registrazione delle proprietà fondiarie, che rendono più difficile per i palestinesi dimostrare il possesso legale delle terre, imponendo prove documentali che in molti casi risalgono all’epoca giordana, britannica o persino ottomana. In assenza di documentazione ritenuta sufficiente, il terreno rischia di essere classificato come pubblico e quindi assegnato allo Stato.
Una strategia che prepara un altro conflitto
Il punto più inquietante, secondo i critici di questa politica, è che tale strategia non offrirebbe nemmeno maggiore sicurezza a lungo termine. Al contrario, comprimere una popolazione in spazi sempre più piccoli, privarla di terra, libertà di movimento e prospettive politiche, nella convinzione che la superiorità militare basti a garantire un dominio permanente, significa creare le condizioni per nuove esplosioni di violenza.
Il 7 ottobre non avrebbe insegnato nulla a chi continua a pensare la questione palestinese solo come problema di controllo territoriale e forza coercitiva. Eppure, proprio quella giornata ha mostrato quanto sia fragile l’illusione di poter governare indefinitamente un popolo negandogli autodeterminazione, diritti e libertà.
Per chi osserva criticamente ciò che accade in Cisgiordania, il nodo resta questo: la sicurezza israeliana e la libertà palestinese non sono obiettivi incompatibili, ma strettamente intrecciati. E ogni nuova colonia, ogni villaggio svuotato, ogni collina sottratta, ogni uliveto distrutto, allontana ancora di più non solo la possibilità di uno Stato palestinese, ma anche quella di una stabilità reale per entrambe le popolazioni.







