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La crisi di Sigonella

La notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, nella base NATO di Sigonella, in Sicilia, si consumò uno degli episodi più tesi e simbolicamente rilevanti della storia repubblicana italiana. Si trattò di una crisi diplomatica tra alleati, di un confronto diretto — quasi fisico — tra due concezioni della sovranità: quella di uno Stato medio, deciso a rivendicare il proprio diritto internazionale, e quella di una superpotenza abituata a esercitare un primato globale senza mediazioni.

Il contesto: il dirottamento dell’Achille Lauro

Tutto ebbe origine il 7 ottobre, quando la nave da crociera Achille Lauro, in navigazione nel Mediterraneo orientale al largo delle coste egiziane, con a bordo oltre cinquecento persone tra passeggeri ed equipaggio, venne sequestrata da un commando di militanti palestinesi appartenenti al Fronte per la Liberazione della Palestina. L’azione, inizialmente concepita come un’operazione dimostrativa da compiersi una volta giunti nel porto israeliano di Ashdod, degenerò rapidamente in un dirottamento vero e proprio, con centinaia di passeggeri e membri dell’equipaggio presi in ostaggio. La richiesta iniziale era la liberazione di cinquanta detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Ma nel corso della crisi, destinata a protrarsi per diversi giorni e seguita con crescente apprensione dalle cancellerie occidentali e mediorientali, si consumò l’uccisione di Leon Klinghoffer, cittadino statunitense di origine ebraica, anziano e costretto su una sedia a rotelle, assassinato a sangue freddo e gettato in mare.

Dopo complesse trattative condotte principalmente dalle autorità egiziane, il dirottamento si concluse con la resa del commando. Il governo del Cairo, nel tentativo di evitare un’escalation e preservare un fragile equilibrio regionale, concesse ai sequestratori un salvacondotto, permettendo loro di lasciare il Paese a bordo di un aereo diretto verso una destinazione non immediatamente resa pubblica. Fu in questo frangente, mentre i responsabili del sequestro stavano già abbandonando il territorio egiziano sotto protezione diplomatica, che gli Stati Uniti, sotto la guida del presidente Ronald Reagan, decisero di intervenire unilateralmente, ritenendo inaccettabile che gli autori di un atto terroristico di tale gravità potessero sottrarsi alla giustizia.

L’intercettazione americana: un atto di forza

Su ordine diretto del presidente Reagan, nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, caccia F-14 della US Navy decollarono dalla portaerei Saratoga e intercettarono l’aereo egiziano che trasportava i dirottatori, costringendolo a modificare la propria rotta e ad atterrare nella base militare di Sigonella, in Sicilia. Si trattava di una struttura formalmente sotto giurisdizione italiana, pur inserita nel dispositivo strategico della NATO e utilizzata anche dalle forze armate statunitensi. L’operazione, pianificata con rapidità e condotta senza consultazione preventiva con il governo italiano, rispondeva a una logica di voler impedire che i responsabili del sequestro dell’Achille Lauro sfuggissero alla giustizia americana e trasferirli immediatamente negli Stati Uniti per essere processati.

Ma forzare l’atterraggio di un aereo civile in volo internazionale e pretendere di esercitare un controllo diretto su persone presenti su territorio italiano significava, di fatto, aggirare — se non violare — tanto la sovranità dello Stato ospitante quanto i principi del diritto internazionale. In altre parole, gli Stati Uniti agirono come se la dimensione dell’alleanza potesse legittimare una sospensione implicita delle regole, sottovalutando però la reazione di un governo italiano deciso, in quel frangente, a non accettare una simile compressione delle proprie prerogative.

Lo stallo armato: carabinieri contro Delta Force

A Sigonella andò in scena un confronto che, ancora oggi, non ha eguali nella storia delle relazioni tra alleati occidentali. Quando l’aereo egiziano toccò terra, si formò un un cordone di venti carabinieri e trenta avieri italiani tutto intorno all’aereo. Ma nel giro di pochi minuti, gli italiani furono circondati da cinquanta uomini della Delta Force fatti affluire con estrema rapidità.

La scena, quasi surreale, mostrava due apparati militari alleati puntarsi le armi a distanza ravvicinata. Per diverse ore, nella notte siciliana, la tensione rimase altissima. Fu in quel momento che Craxi non lasciò margini di ambiguità. Rivendicò con fermezza che i dirottatori si trovavano su territorio italiano e che, in base al diritto internazionale e alla giurisdizione derivante dalla bandiera della nave, spettava all’Italia gestire il caso. Era un’affermazione di sovranità in un contesto in cui, fino ad allora, il peso degli Stati Uniti aveva raramente trovato una resistenza così esplicita da parte di un alleato europeo.

Da Washington arrivarono richieste sempre più dirette, fino alla telefonata notturna dello stesso Reagan a Craxi. Ma il presidente del Consiglio non cambiò posizione: i reati erano stati commessi su una nave italiana, quindi sotto giurisdizione italiana, e spettava a Roma decidere eventuali estradizioni. L’equilibrio rimase precario fino alle prime ore del mattino. Solo intorno alle 5:30, con l’arrivo di rinforzi italiani, inclusi mezzi blindati dei carabinieri, e di fronte alla fermezza della posizione italiana, gli Stati Uniti decisero di ritirare le proprie forze. La crisi, almeno sul piano operativo, si chiuse lì.

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La scelta italiana: diritto contro realpolitik

Il governo italiano rifiutò di consegnare immediatamente i dirottatori agli Stati Uniti. I quattro responsabili furono presi in custodia dalle autorità italiane e avviati a un processo secondo le norme del diritto interno e internazionale. Più complessa, e politicamente esplosiva, fu invece la gestione della posizione di Abu Abbas, pseudonimo di Mohammed Zaidan, uno dei dirigenti del Fronte per la Liberazione della Palestina, e inserito ai vertici della rete politica dell’OLP guidata da Yasser Arafat. Proprio questa sua natura ambivalente, a metà tra dirigente politico e uomo coinvolto in operazioni armate, rese la sua posizione estremamente controversa. Per gli Stati Uniti rappresentava il vero mandante del dirottamento dell’Achille Lauro; per una parte della diplomazia internazionale, invece, era anche colui che aveva contribuito a negoziare la fine della crisi, facilitando la resa dei sequestratori. Fu su questa ambiguità che si giocò una delle decisioni più discusse di Sigonella. Roma aprì un’indagine nei suoi confronti, ma ritenne di non avere elementi giuridici sufficienti, nell’immediato, per trattenerlo. Abu Abbas venne quindi autorizzato a lasciare l’Italia, scelta che provocò l’irritazione furiosa di Washington.

Craxi, tuttavia, non arretrò. Rivendicò quella decisione come coerente con il rispetto delle procedure giuridiche e con la sovranità dello Stato, ribadendo con fermezza che:

L’Italia è uno Stato sovrano e non può accettare imposizioni, neppure da un alleato.

Le conseguenze diplomatiche

L’immediata conseguenza della crisi fu un raffreddamento dei rapporti tra Roma e Washington. L’amministrazione di Reagan lesse la scelta italiana come una vera e propria sfida politica, un gesto di insubordinazione da parte di un alleato tradizionalmente allineato. Dall’altra parte, in Italia, una parte significativa dell’opinione pubblica e della classe politica interpretò quanto accaduto a Sigonella come un raro momento di affermazione della dignità nazionale.

Eppure, al di là della tensione di quei giorni, l’episodio non produsse una frattura strutturale. Nel medio e lungo periodo, l’architettura dell’alleanza atlantica rimase intatta e funzionale, segno che entrambe le parti avevano interesse a ricondurre lo scontro entro limiti gestibili. Sigonella fu un momento di eccezione, tanto più significativo proprio perché isolato.

Il destino dei dirottatori

A chiudere il cerchio della vicenda restano le storie, meno note ma non meno significative, dei membri del commando che materialmente dirottarono l’Achille Lauro. I quattro palestinesi — Youssef Magied al-Molqi, Ibrahim Fatayer Abdelatif, Abdel Rahim Khaled e Ahmad Marrouf al-Assadi — furono arrestati dalle autorità italiane e processati secondo il diritto penale nazionale, in una scelta che rappresentò la traduzione concreta della linea sostenuta dal governo italiano durante la crisi.

Le condanne furono severe, ma non prive di sviluppi controversi nel corso degli anni.

Youssef Magied al-Molqi, considerato il leader del gruppo e l’autore materiale dell’omicidio di Leon Klinghoffer, fu condannato a trent’anni di reclusione. Nel 1996 ottenne un permesso premio, ma non fece rientro in carcere. Venne tuttavia rintracciato e arrestato in Spagna poco tempo dopo, per poi essere trasferito nuovamente in Italia, dove concluse la sua pena fino alla liberazione definitiva nel 2009.

Ibrahim Fatayer Abdelatif, condannato a oltre venticinque anni di carcere, beneficiò anch’egli di misure alternative e permessi temporanei. In un’occasione, nel 1994, fece perdere le proprie tracce per un breve periodo prima di essere nuovamente arrestato.

Abdel Rahim Khaled e Ahmad Marrouf al-Assadi scontarono invece le loro pene in Italia senza episodi eclatanti, ottenendo nel tempo benefici legati alla buona condotta e venendo progressivamente rilasciati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila.

Le loro vicende si intrecciano con quella, già segnata da ambiguità politiche e giuridiche, di Abu Abbas, il quale, dopo essere stato lasciato partire dall’Italia all’indomani della crisi, fu condannato all’ergastolo in contumacia dalla magistratura italiana. La sua traiettoria si concluse anni dopo, nel 2004, quando morì in custodia statunitense in Iraq, dopo essere stato catturato in seguito all’invasione del Paese.

Un caso di studio ancora attuale

La crisi di Sigonella continua a essere oggetto di studio in ambito di relazioni internazionali, diritto e scienza politica perché condensa, in poche ore di tensione estrema, questioni che restano tuttora irrisolte. Fino a che punto uno Stato può opporsi alla volontà di una superpotenza alleata senza mettere in discussione l’equilibrio dell’alleanza? Dove si colloca il confine, spesso sfumato, tra cooperazione e subordinazione? E soprattutto, il diritto internazionale può davvero prevalere sulla logica della sicurezza e sull’uso della forza quando entrano in gioco interessi strategici?

In un sistema internazionale strutturalmente segnato da profonde asimmetrie di potere, Sigonella rappresenta un caso quasi anomalo, un momento in cui uno Stato di peso medio decise di non arretrare, scegliendo di far valere fino in fondo le proprie prerogative giuridiche e politiche anche a costo di uno scontro diretto con l’alleato più potente. Proprio per questo, più che una semplice crisi diplomatica, resta un laboratorio storico attraverso cui leggere i limiti, ma anche le possibilità, dell’autonomia degli Stati in un ordine internazionale dominato dalle grandi potenze.

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