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Olimpiadi con il fiatone: Milano corre contro il tempo e il palazzetto dell’hockey è ancora un cantiere

A meno di un mese dall’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, il palazzetto che dovrebbe ospitare uno degli eventi vetrina dei Giochi, l’Arena Santa Giulia, è ancora un cantiere. Lo si è visto chiarissimo nel weekend del primo test, dove due livelli dell’edificio erano off-limits, nascosti dietro teli di plastica nera. Per terra, schizzi di vernice, sulle ringhiere polvere da lavori in corso, dai muri cavi scoperti, e, come se non bastasse, i tabelloni elettronici non erano neppure stati montati.

Di solito, a questo punto del calendario olimpico, i luoghi chiave sono già rodati e testati da mesi. Alle ultime due Olimpiadi invernali, tra Corea del Sud e Cina, le partite di prova sulle piste si giocavano un anno prima. A Milano, invece, la prima pattinata davvero significativa è arrivata appena 28 giorni prima della cerimonia di apertura del 6 febbraio. E infatti persino Art Sutherland, ingegnere del ghiaccio del Comitato Olimpico Internazionale, ha ammesso: «Questa volta siamo stati un po’ stretti».

Non sarebbe la prima volta che un’Olimpiade arriva al traguardo con il fiatone. A Sochi, in Russia, pochi giorni prima dell’inaugurazione si vedevano ancora ruspe e mezzi pesanti ovunque. A Parigi, per le Olimpiadi estive, la sindaca si è tuffata nella Senna una settimana prima dell’inizio per convincere tutti che l’acqua fosse davvero adatta alle gare di nuoto.

Qui in Italia, però, dove abbiamo ormai elevato a stile nazionale la gestione “all’ultimo respiro”, i responsabili sfoggiano un ottimismo testardo, quasi aggressivo. Il messaggio è semplice: tranquilli, alla fine, in un modo o nell’altro, ce la faremo. Peccato che qui non si parli di una sagra di paese, ma dei Giochi di Milano Cortina, sparsi su tre regioni e con un conto che sfiora i 6 miliardi di euro. L’obiettivo è far combaciare ogni pezzo del puzzle giusto in tempo per l’arrivo di circa 2.5 milioni di visitatori.

Alessandro Giungi, consigliere comunale e presidente del comitato olimpico cittadino, sta recitando la parte con sicurezza granitica. «Mi fido completamente che l’arena sarà finita il 5 febbraio», ha detto. E poi il colpo di teatro: «Anzi, così è persino in anticipo». Come se consegnare un’arena olimpica a ventiquattr’ore dall’apertura fosse un trionfo organizzativo, non una roulette russa con i fari del mondo puntati addosso.

Il problema è che, stavolta, non basta “farcela comunque”. L’ansia attorno alla pista di Santa Giulia è più alta del solito perché su quel ghiaccio dovrebbero tornare le stelle della NHL, attese ai Giochi per la prima volta dopo dodici anni. E la lega non è esattamente famosa per la pazienza. Bill Daly, vice commissioner, la settimana scorsa l’ha detto senza giri di parole: se il ghiaccio non è pronto o non è sicuro, la NHL si tira indietro.

Dopo le partite del weekend, però, sia la lega sia l’associazione giocatori hanno parlato di «buona prova generale». Daly, in una mail inviata martedì, ha ammesso l’ovvio, cioè che «ci sono ancora cose da sistemare», ma ha subito aggiunto che si aspetta «pienamente» che le partite olimpiche si giocheranno come previsto.

Il punto, qui, è il ghiaccio. Preparare un ghiaccio da hockey è un lavoro chirurgico. Per giorni, spesso per settimane, si raffreddano e si stendono strati sottilissimi, uno dopo l’altro, con una pazienza quasi ossessiva. Poi, bisogna aspettare che il ghiaccio si assesti. Deve essere messo alla prova, “stressato” dalle lame dei pattini e dalle Zamboni che lo levigano e lo martellano, finché non saltano fuori delle microfessure. E così in loop fin quando non è perfetto.

Oltre mille operai stanno lavorando a turni, giorno e notte, per consegnare l’impianto in tempo. Durante i test, però, le attività di cantiere sono state sospese per tre giorni. Don Moffatt, responsabile del ghiaccio nelle ultime cinque Olimpiadi invernali, ha raccontato che non era nemmeno riuscito a portare una Zamboni sulla pista fino a due giorni prima del test, perché mancava ancora una rampa completata. Dice di essere convinto che l’arena sarà «pronta al 100 per cento», ma ammette che alcune operazioni dovranno slittare per forza. A meno di tre settimane dai Giochi, prevede di rasare lo strato superiore, ridipingere di bianco la superficie sottostante per le riprese televisive, tracciare le linee delle porte e aggiungere il logo olimpico. «Normalmente tutto questo lo fai almeno due mesi prima», ha spiegato.

I giocatori, dal canto loro, hanno notato qualche imperfezione ma non hanno parlato di disastro. Marco Magnabosco, veterano della Migross Asiago, ha raccontato che negli spogliatoi mancano ancora alcune rifiniture, ma che loro «non hanno fatto caso alle cose banali», anche se ha aggiunto che sul ghiaccio alcune zone erano più dure e altre più morbide.

Una delle ragioni di questa corsa contro il cronometro è strutturale. L’impianto nasce soprattutto come arena per concerti, e il comitato olimpico è solo un affittuario. Lo ha preso in leasing per i Giochi, non lo possiede e non lo governa come si farebbe con una grande opera pubblica. In più, in mezzo ai lavori sono arrivati due shock che hanno scompigliato mezzo mondo, la pandemia e la guerra in Ucraina, e che hanno salire i prezzi degli impianti meccanici e dei materiali. Secondo Giungi, il costo dell’arena è lievitato a circa 250 milioni di euro, dai circa 210 inizialmente previsti.

Per i promotori, però, Santa Giulia è anche una scommessa urbana. Luca Martinazzoli, general manager dell’arena, sostiene che il palazzetto sarà «un acceleratore» per la riqualificazione di questa parte di città, tant’è che alcune aziende hanno già proposto un nuovo supermercato e complessi residenziali. Il Comune ha investito quasi 20 milioni di euro in servizi di trasporto temporanei e nella sistemazione delle strade intorno all’impianto in vista delle Olimpiadi. Eppure la zona porta addosso una memoria lunga. Santa Giulia, fino agli anni Ottanta, era il sito di una fabbrica siderurgica e da decenni è al centro di piani di rigenerazione rimasti spesso sulla carta. È anche per questo che molti residenti guardano con sospetto le promesse.

«Hanno dovuto fare uno sprint solo per costruire l’arena per le Olimpiadi e hanno trascurato tutto il resto», ha detto Stefania Maggi, presidente di un’associazione di quartiere. «E l’arena non è nemmeno finita», ha aggiunto.

Nel frattempo, l’opinione pubblica continua ad abbracciare la filosofia nazionale dell’ultimo minuto con una specie di affetto eroico. Del resto, è risaputo che noi italiani pasticciamo parecchio, ma alla fine, in qualche modo, facciamo sempre funzionare tutto. A volte.

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