Quando, più di due mesi fa, Israele e Hamas hanno firmato un accordo di cessate il fuoco, per molti palestinesi di Gaza si è aperto uno spiraglio di speranza. Dopo due anni di bombardamenti incessanti, che avevano ridotto gran parte dell’enclave a un paesaggio di macerie, l’idea di una tregua sembrava promettere almeno una pausa, un tempo minimo per respirare.
Quella pausa, però, non è mai arrivata davvero.
Dal giorno dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, più di 2.500 edifici sono stati demoliti nella Striscia di Gaza. A dirlo non sono testimonianze isolate, ma un’analisi dettagliata di immagini satellitari realizzata dal New York Times grazie ai dati di Planet Labs. Secondo l’esercito israeliano, queste demolizioni fanno parte di un’operazione mirata a distruggere tunnel sotterranei e abitazioni rese trappole esplosive dai gruppi armati, ma la distruzione appare vasta, continua e difficilmente distinguibile da una strategia selettiva.
Un video notturno del 30 ottobre, girato mentre la tregua era già in vigore, mostra quella che sembra una demolizione controllata su larga scala nel quartiere di Shejaiya, nella parte orientale di Gaza City, in una delle aree rimaste sotto controllo militare israeliano dopo il ridispiegamento delle truppe. Le mappe diffuse da Israele indicano questa linea di separazione con un tratto giallo: al di qua, circa metà della Striscia resta sotto controllo israeliano; al di là, le operazioni militari avrebbero dovuto fermarsi.
Le immagini satellitari mostrano che decine di edifici sono stati distrutti anche oltre quella linea gialla, in territori che formalmente avrebbero dovuto essere esclusi da qualsiasi intervento militare. Zone che, subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco, apparivano ancora costellate di edifici in piedi, oggi si presentano come spazi svuotati, senza più traccia di vita urbana.
Secondo una valutazione delle Nazioni Unite, già a metà ottobre oltre l’80 per cento degli edifici di Gaza risultava distrutto o compromesso. Chi ci abitava era stato in gran parte costretto a fuggire, spinto da ordini di evacuazione ripetuti e da combattimenti che non lasciavano alternative. Eppure, anche ciò che restava in piedi sta scomparendo.
Israele sostiene che queste operazioni rientrino nel processo di “demilitarizzazione” della Striscia. Dall’inizio della tregua, afferma l’esercito, sono stati individuati e distrutti tunnel sotterranei utilizzati dai miliziani, insieme a edifici trasformati in trappole esplosive. Durante la fase più intensa del conflitto, le autorità israeliane stimavano che la rete di tunnel si estendesse per centinaia di chilometri, con migliaia di ingressi per nascondere armi, spostare combattenti, detenere ostaggi e organizzare imboscate. Ma a Gaza cresce la convinzione che la distruzione stia andando ben oltre la neutralizzazione di infrastrutture militari. Molti palestinesi parlano di interi quartieri cancellati senza distinzione, di una devastazione che colpisce ciò che resta della vita civile. Il timore è che, se l’obiettivo è eliminare l’intera rete sotterranea, allora anche le poche strutture ancora in piedi siano destinate a crollare una dopo l’altra.
La portata della distruzione appare evidente osservando l’est della Striscia dall’alto. Le immagini satellitari mostrano isolati interi scomparsi, campi agricoli spianati, serre ridotte a scheletri metallici. «Israele sta cancellando intere aree dalla mappa», sostiene Mohammed al‑Astal, analista politico a Gaza:
Case, scuole, fabbriche, strade: tutto viene distrutto. Non c’è una giustificazione di sicurezza per un’azione di queste dimensioni.
Un ufficiale dell’esercito israeliano, che ha parlato a condizione di anonimato, respinge l’accusa di distruzione indiscriminata. Secondo la sua versione, molti edifici crollano come effetto collaterale delle esplosioni nei tunnel sottostanti. L’ufficiale ha riconosciuto che le demolizioni avvengono su entrambi i lati della linea gialla, ma ha negato che le truppe israeliane abbiano oltrepassato il confine stabilito. Ha inoltre spiegato che alcuni tunnel attraversano la linea di separazione e che la loro distruzione può provocare il collasso di edifici anche a distanza. L’aviazione israeliana, ha aggiunto, continua a colpire strutture ritenute pericolose per i soldati sul campo, soprattutto nelle aree adiacenti al confine.
Il piano in venti punti promosso dall’amministrazione Trump, che ha fatto da base all’accordo di cessate il fuoco, prevedeva la distruzione di tutte le infrastrutture militari e terroristiche, inclusi tunnel e siti di produzione di armi. Ma lo stesso accordo stabiliva anche la sospensione di tutte le operazioni militari, compresi bombardamenti aerei e di artiglieria. È in questa ambiguità che oggi si consuma la disputa sul significato reale della tregua.
Shaul Arieli, ex comandante israeliano a Gaza negli anni Novanta, ha espresso dubbi profondi sulla scala delle demolizioni in corso. «Questa è distruzione totale. Non è un’azione selettiva», ha dichiarato.
Mappe riservate dell’intelligence militare israeliana indicano un’estesa rete di tunnel sotto Shejaiya e numerosi punti in cui le abitazioni e le strade sarebbero state minate. L’esercito ha permesso al New York Times di consultarle, ma la loro accuratezza non è verificabile in modo indipendente. Dal Qatar, Husam Badran, alto esponente di Hamas, accusa Israele di violare apertamente il cessate il fuoco. «L’accordo è chiaro», ha detto. «Distruggere le case e le proprietà delle persone non è consentito. Sono azioni ostili».
Israele, però, non sembra intenzionato a fermarsi. «Fino all’ultimo tunnel», ha scritto a novembre il ministro della Difesa Israel Katz. «Se non ci sono tunnel, non c’è Hamas».
Ashraf Nasr, 32 anni, originario di Shejaiya, guardando le immagini della sua città rasa al suolo con un senso di vuoto ha dichiarato:
I nostri ricordi sono stati cancellati. Ma Hamas ha fornito a Israele il pretesto per questo disastro. Ha trasformato spazi civili in obiettivi militari.
Tra macerie, confini tracciati sulle mappe e accordi interpretati in modo opposto, Gaza resta sospesa in una tregua che, sul campo, assomiglia sempre meno a una vera fine della guerra.







