Stranger Things

“Stranger Things” si è persa per strada

Quando Stranger Things esordì nel 2016, sembrava qualcosa di diverso. Una serie che prendeva gli anni Ottanta, li metteva sotto vetro come in un museo pop e ci costruiva intorno una storia avventurosa, tenera e spaventosa allo stesso tempo. C’erano i mostri, certo. Ma anche l’amicizia, il lutto, le insicurezze dell’adolescenza. Una serie che riusciva a parlare a tutte le età. Ora che siamo alla quinta e ultima stagione, quella magia si è un po’ persa. O forse è stata semplicemente archiviata.

La sensazione, guardando questi ultimi episodi, è che Stranger Things sia rimasta intrappolata nella sua stessa mitologia. Il cast è diventato enorme, le trame si intrecciano senza sosta, e tutto ruota intorno a nuove minacce sempre più astratte, come il wormhole che richiede intere scene per essere spiegata. I personaggi? Spesso sembrano confusi quanto noi. E in effetti, in più di un momento, ci si ritrova a chiedersi: “Ma cosa sta succedendo?

Eppure, si continua a guardare, perché la serie resta costruita per essere irresistibile. Ogni episodio finisce con un colpo di scena. Le luci, la musica, le inquadrature fanno il loro dovere. Ma qualcosa è cambiato. Stranger Things, che all’inizio sembrava voler sperimentare i linguaggi della tv, ora sembra solo voler chiudere il cerchio, senza rischiare.

E pensare che le stagioni precedenti avevano cercato strade nuove. C’erano stati momenti più cupi, incursioni nel thriller politico, critiche al consumismo degli anni Reagan, e riflessioni sul trauma e sul dolore. Ogni nuova stagione provava a ridefinirsi. La quinta, invece, si accontenta di rimettere in scena cose già viste, e la sensazione è di déjà-vu costante.

Alcune emozioni sopravvivono. Il momento in cui Will si dichiara al gruppo poteva essere toccante. E lo è, almeno all’inizio. Ma poi tutto viene subito risucchiato dalla trama principale e dalle spiegazioni. La scena finisce per sembrare più un dovere produttivo che una scelta narrativa sincera. A differenza di Robin, che nella stagione precedente aveva avuto spazio e respiro per raccontarsi, qui il suo personaggio viene sciupato. Tutto è troppo veloce.

La verità è che concludere una saga così amata è un compito delicato. Ma ciò che delude non è l’epilogo in sé, quanto la sensazione che non ci sia più nessuna voglia di sorprendere. Stranger Things era una storia sul diventare grandi, sul cambiamento, sull’imparare a scegliere chi si vuole essere. Oggi sembra solo voler restare riconoscibile. Senza sbavature, senza rischi, senza strappi. Un contenuto perfetto per l’algoritmo, ma lontano dallo spirito ribelle che l’aveva fatta esplodere.

Forse è questo il vero finale: non una battaglia epica nell’Upside Down, ma la resa a un formato che privilegia l’abitudine all’invenzione. E allora sì, rimane piacevole da guardare, ma ci si chiede: era davvero solo questo tutto quello che aveva da offrire?

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