Sul Pianeta Rosso, tra sabbia e silenzio, una roccia ha acceso la fantasia degli scienziati. È stata battezzata Cheyava Falls, ed è lì che il rover Perseverance della NASA ha immortalato minuscole macchie scure, irregolari, simili a puntini di leopardo. Dettagli che, a prima vista, potrebbero sembrare insignificanti, ma che in realtà hanno messo in allerta la comunità scientifica: in quelle venature si nascondono minerali che sulla Terra, spesso, si formano solo grazie all’attività di microorganismi.
La domanda, inevitabile, è tornata a rimbombare: e se anche su Marte fosse esistita la vita?
Non è la prima volta che quella roccia incuriosisce i ricercatori. Già un anno fa, Perseverance aveva individuato in quell’area caratteristiche che ricordavano tracce lasciate da microbi in un’epoca remota, quando il cratere Jezero, il sito di atterraggio del rover, era un lago alimentato da un antico delta fluviale. Per mesi, tuttavia, gli indizi erano stati scarsi. Solo in prossimità di questo affioramento di fango solidificato, tra gli ultimi punti visitati dal rover prima di lasciare il cratere, sono emersi segnali concreti.

Lo studio pubblicato su Nature ha analizzato la roccia nel dettaglio, rivelando minuscoli granelli scuri che i ricercatori hanno soprannominato “semi di papavero”. All’interno contengono vivianite, un fosfato di ferro. Poco distante si notano formazioni più grandi e irregolari, battezzate “macchie di leopardo”, composte da vivianite e greigite, un solfuro di ferro. Secondo il geologo Joel Hurowitz, queste strutture più ampie sarebbero l’evoluzione naturale dei piccoli semi, cresciuti e trasformatisi nel tempo.
Il paragone con la Terra è inevitabile. Minerali simili si formano spesso in ambienti d’acqua dolce come laghi, paludi o delta fluviali, ecosistemi in cui i microbi, nutrendosi di materia organica, lasciano dietro di sé tracce minerali come sottoprodotti della loro attività. Certo, anche processi puramente chimici potrebbero spiegare la presenza di vivianite e greigite, ma c’è un dettaglio interessante: per riprodurre la greigite in laboratorio servono temperature elevate, oltre i 120 gradi Celsius. Sul Pianeta Rosso, invece, tutto indica che la roccia si sia formata in condizioni molto più miti. «Non sembra che queste rocce siano mai state “cotte”», ha sottolineato Hurowitz.
Ad alimentare l’enigma c’è anche la presenza di composti organici, molecole a base di carbonio e idrogeno considerate mattoni fondamentali per la vita. Anche qui, prudenza: possono essere prodotti dalla biologia, ma anche da semplici reazioni geologiche. «È un risultato eccitante», ha commentato Janice Bishop, ricercatrice del SETI Institute, pur sottolineando che le spiegazioni non biologiche restano plausibili. La sua frase richiama la massima di Carl Sagan: “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie”. E per ora, le prove di Cheyava Falls sono stimolanti, ma non definitive.
Per questo Perseverance ha prelevato un campione della roccia, che fa parte della preziosa collezione destinata — almeno nelle intenzioni — a essere riportata sulla Terra. Solo con strumenti sofisticati, impossibili da imbarcare su un rover, si potrà stabilire con precisione se isotopi e composizione chimica siano compatibili con l’attività biologica. Hurowitz, pur mantenendo i piedi per terra, si è lasciato andare a una scommessa:
Se mi chiedete di puntare 20 dollari sul fatto che queste rocce abbiano davvero un’origine biologica, io accetto.
Il problema è che quei campioni rischiano di restare a lungo bloccati su Marte. La missione di ritorno, la Mars Sample Return, è stata congelata: i costi hanno superato gli 11 miliardi di dollari e l’amministrazione americana ha già proposto di cancellarla, preferendo soluzioni più rapide e meno onerose. Al momento, i piani alternativi restano vaghi, ma la concorrenza internazionale non si è fermata: la Cina ha annunciato una missione robotica per il 2028, con l’obiettivo di riportare campioni marziani sulla Terra entro il 2031.
Così, mentre la politica discute e i bilanci vacillano, una manciata di granelli scuri su una roccia lontana continua a custodire la domanda più antica: Marte è stato, almeno per un attimo nella sua storia, un pianeta vivo?







