Ci sono film che sembrano ambientati in spazi insignificanti e che invece aprono squarci sulla società intera. La riunione di condominio di Santiago Requejo è uno di questi: un’opera che prende le sembianze di una semplice assemblea condominiale e le trasforma in un laboratorio politico, morale e persino antropologico.
La vicenda è di una semplicità disarmante. I condomini di un palazzo qualunque si riuniscono per una riunione condominiale con un solo punto all’ordine del giorno: la sostituzione dell’ascensore. La discussione si accende, ma alla fine la spesa viene approvata senza scosse. Sembra tutto finito, finché Alberto, uno dei condomini, annuncia che ha finalmente trovato un nuovo affittuario per il suo appartamento: si tratta di Joaquín, un suo collega con problemi di salute mentale, inserito grazie a un programma di reinserimento sociale.
Ed è qui che il film trova la sua vera profondità. Perché se l’ascensore aveva unito tutti, l’arrivo di Joaquín divide. La comunità si scopre fragile, incapace di gestire il diverso. Emergono paure ataviche, pregiudizi velati da una falsa razionalità, diffidenze che si trasformano in accuse e silenzi imbarazzati. Joaquín, che nemmeno è presente alla riunione, diventa il catalizzatore di tutte le contraddizioni.
La sala chiusa diventa una sorta di microcosmo della Spagna di oggi, attraversata da polarizzazioni politiche, disuguaglianze economiche e una crescente incapacità di compromesso.
Requejo si muove nello stesso territorio drammaturgico de La parola ai giurati di Sidney Lumet, dove un gruppo di uomini rinchiusi in una stanza è costretto a confrontarsi con i propri pregiudizi. Ma riecheggiano anche Carnage di Polanski, con il suo sottile smascheramento delle convenzioni borghesi, e il più recente Perfetti sconosciuti di Genovese, che usava il vincolo di tempo e luogo per scoperchiare i segreti taciuti tra amici. In tutti questi casi, come in Requejo, l’unità di spazio diventa un detonatore narrativo e la realtà viene compressa fino ad esplodere.
La galleria dei personaggi è composta da archetipi che sfiorano la caricatura senza mai caderci: dall’anziano e burbero conservatore che se la prende con tutto ciò che è diverso, al giovane ribelle e spacciatore che provoca con la sua arroganza; la presidentessa dell’assemblea, svampita e sempre allineata con la maggioranza, fa da contraltare alla madre di famiglia finta perbenista e bigotta. Non mancano la giovane di buon senso, segnata a sua volta da fragilità psichiche, il condomino preciso e autoritario che vuole controllare ogni dettaglio, e l’avido finto buonista che maschera i propri interessi dietro una patina di altruismo. Ma è soprattutto la figura del “diverso” – il condomino con disturbi psichici – a dare al film un peso ulteriore. La sua comparsa verso la fine del film rompe il ritmo della discussione e diventa un banco di prova morale: quanto siamo capaci di riconoscere l’umanità dell’altro quando non rientra nei canoni della normalità?
Requejo evita il didascalismo, scegliendo una regia asciutta che lavora sul montaggio serrato e sulla performance corale. L’ironia attraversa il film come una lama sottile. Le interruzioni, le votazioni inconcludenti, i rancori personali fanno sorridere per la loro universalità, ma quel sorriso si spegne in fretta. Dietro la comicità resta l’amaro della consapevolezza che siamo incapaci di costruire una comunità, anche quando la necessità lo imporrebbe.
Le decisioni collettive vengono logorate dall’individualismo, il bene comune si dissolve davanti agli interessi privati. È un ritratto che va oltre la Spagna, ma che risuona con forza in un Paese dove le divisioni politiche e sociali degli ultimi anni hanno reso il dialogo sempre più difficile, e dove la convivenza sembra spesso affidata più all’inerzia che a un reale patto sociale.
La riunione di condominio è un film piccolo, quasi minimalista, ma dal respiro sorprendentemente ampio. Non fornisce soluzioni, non offre facili catarsi, ma preferisce restituirci lo specchio deformante ma realistico di ciò che siamo, di ciò che siamo diventati.
Un film da vedere non tanto per la trama, che scivola via, ma per il modo in cui costringe lo spettatore a riconoscersi – con fastidio, con ironia, con disagio – in quella comunità di sconosciuti che, chiusi in una stanza, provano a decidere insieme senza mai riuscirci davvero.







