Martedì scorso, all’esordio agli US Open, Coco Gauff ha lanciato la palla per il primo servizio, ha esitato un istante e poi l’ha lasciata cadere. Un gesto minimo, quasi invisibile in una partita qualsiasi. Ma non quando sei la numero 3 del ranking mondiale, campionessa in carica del Roland Garros e già vincitrice sul cemento di New York due anni fa. In quel breve tentennamento si intravedeva l’inizio di una rivoluzione.
Pochi giorni prima, infatti, Gauff aveva sorpreso tutti licenziando il coach Matt Daly e affidandosi a Gavin MacMillan, tecnico specializzato nel servizio. In pratica, ha scelto di smontare e ricostruire il colpo più fragile del suo repertorio alla vigilia del torneo più importante dell’anno per lei, davanti al pubblico di casa. Una scelta che i professionisti, di solito, affrontano lontano dai riflettori, nascosti in settimane di lavoro su campi privati a Delray Beach o Montecarlo. Coco, invece, ha deciso di farlo sotto i riflettori più implacabili del tennis.
L’impatto iniziale è stato destabilizzante. Servizi a 130 km/h, ben più lenti del normale, lanci di palla ripetuti più volte, ogni gesto sezionato al millimetro: l’angolo del gomito, l’inclinazione della spalla, la direzione della mano. MacMillan ha chiarito che il problema non era mentale, ma biomeccanico (un lancio di palla troppo spostato a destra e un’estensione incompleta del corpo, difetti che generavano da tempo la piaga dei doppi falli), e Gauff, invece di nascondersi, ha scelto di attraversare questa trasformazione in piena luce, sotto lo sguardo dei tifosi e delle telecamere.
Non è una questione mentale. È una questione biomeccanica che ho sbagliato, e sto solo facendo del mio meglio per correggerla.
E forse è vero. Forse si tratta solo di tecnica e non di approccio mentale. Di certo è più facile correggere l’angolazione del gomito che sistemare gli attacchi d’ansia. Ma lo stress che Gauff sembra provare non è una pressione ordinaria. Sembra essere diventato una sorta di tortura di cui non può fare a meno.
Non è la prima volta che Coco decide di rivoluzionare il suo tennis. Solo un anno fa era uscita dagli US Open affondata da 19 doppi falli: un incubo che l’aveva spinta a lavorare con Matt Daly sul grip. Con lui ha vinto il torneo successivo, poi le Finals e persino il Roland Garros. Ma il servizio è rimasto un punto debole. Per troppo tempo si è aggrappata alla velocità, all’intelligenza tattica e ai colpi da fondo campo per compensare. Oggi, sembra aver capito che per restare davvero al vertice serve un’arma più stabile.
Non voglio perdere altro tempo a fare le cose sbagliate.
Il percorso, però, è tutt’altro che indolore. Al debutto contro Ajla Tomljanović ha sofferto tre set carichi di errori, ma alla fine ha trovato la solita magia: un passante di rovescio in corsa che ha chiuso il match e liberato un urlo di sollievo. «Era il match che mi serviva. Non credo possa esserci niente di più stressante», ha confessato poco dopo. Due giorni più tardi, contro Donna Vekić, le emozioni hanno rischiato di travolgerla con sette doppi falli nel primo set, lacrime durante i cambi campo e mani che tremavano. Eppure, anche quella volta, ha vinto. Ringraziando tra i singhiozzi il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium.
La peggior sensazione che abbia mai avuto in campo, ma sono fiera di come sono riuscita a reagire.
Sugli spalti c’era anche Simone Biles (ginnasta statunitense, due volte campionessa olimpica), e Coco non ha potuto fare a meno di notarla. «Se lei riesce a stare in equilibrio su una trave larga pochi centimetri, allora io posso mandare una palla dentro un campo da tennis», ha detto dopo la partita, trovando forza in quel paragone. Parole che hanno riportato alla memoria i momenti drammatici vissuti dalla ginnasta a Tokyo, quando la mente sembrava disconnettersi dal corpo. Perché anche nel tennis, come nella ginnastica, la fisica conta, ma senza la testa non basta.
E poi è arrivato il match con Magdalena Fręch, ed è cambiato tutto. Niente esitazioni al lancio di palla, solo quattro doppi falli in tutta la partita, un ritmo finalmente vicino al suo standard e un punteggio secco: 6-3, 6-1. All’improvviso, la ragazza che due giorni prima piangeva in panchina è sembrata di nuovo padrona del campo.
È evidente che Coco Gauff stia giocando una partita più grande di quella segnata sul tabellone. È la sfida di una campionessa che, nonostante i trofei e la fama, ha scelto di smontarsi pezzo per pezzo per costruire un futuro migliore. Una tortura raffinata, certo, ma anche la prova che il coraggio non sta soltanto nel vincere, ma anche nell’accettare il rischio di perdere per imparare.







