Nell’immaginario britannico (e non solo) William Turner è un gigante. La sua figura campeggia persino sulla banconota da venti sterline e quest’anno, a 250 anni dalla sua nascita, musei in tutta la Gran Bretagna lo celebrano come il maestro che seppe trasformare mare, cielo e luce in pura emozione. Eppure, dietro l’aura di mito, la sua biografia resta avvolta in incertezze e racconti contraddittori.
Fu battezzato il 14 maggio 1775, ma il giorno esatto della nascita non è noto. A volte affermava di essere nato il 23 aprile, come Shakespeare; altre, di condividere l’anno di nascita, il 1769, con Napoleone e il Duca di Wellington. Negli ultimi anni si faceva chiamare “Mr. Booth”, dal cognome della sua compagna Sophia, e vestiva un cappotto navale che gli valse il soprannome tra i vicini di “The Admiral”.
Secondo una leggenda, le sue ultime parole nel 1851 furono: “The sun is God” (“Il sole è Dio“). Una frase che, vera o no, sembra scritta apposta per lui: un artista che maneggiava la pittura come un mezzo per catturare la luce in tutte le sue forme. Luce che filtra tra le nuvole, che si riflette sull’acqua, che incendia di oro e rosso cieli sconfinati; luce che divampa tra le fiamme del Palazzo di Westminster in rovina; luce che corre veloce nella pioggia e nel vapore.

Amy Concannon, curatrice senior della Tate Britain, custode della più grande collezione di Turner al mondo, smorza il mito di un altro celebre aneddoto: “Probabilmente non si è davvero legato in cima a un albero per sfidare la forza della natura“. Eppure, aggiunge, quelle storie dicono molto sul suo approccio: non si limitava a descrivere un paesaggio, voleva trasmetterne l’impatto emotivo.
È proprio a questo episodio che si lega Tempesta di neve. Battello a vapore al largo di Harbour’s Mouth, un’esplosione di pennellate possenti in grigio, bianco, nero e blu, dove mare e cielo si fondono in un’unica massa in tumulto, pronti a inghiottire un battello a vapore appena visibile al centro. Turner confidò all’amico John Ruskin di essersi fatto legare all’albero maestro per quattro ore, per osservare la furia della tempesta. La scena, così drammatica, è stata portata sullo schermo da Mike Leigh nel biopic Mr. Turner (2014): lampi che squarciano il cielo, la nave scossa dalle onde, un marinaio che avvolge più volte una corda attorno alla vita robusta del pittore, mentre lui a fatica si gode lo spettacolo implacabile della natura.

La sua carriera iniziò con vedute precise e topografiche, ma con il tempo la sua pittura si fece più libera, vibrante, quasi astratta. Sperimentava con il colore puro, lasciando che la luce fosse la vera protagonista. Spesso applicava velature trasparenti che creavano profondità e movimento, o colpi di pennello rapidi che suggerivano più che descrivere. Nel Varnishing Day del 1832 aggiunse all’ultimo momento un lampo di rosso a un quadro esposto accanto a un’opera di John Constable, suo rivale, il quale commentò:
È venuto qui e ha sparato un colpo di cannone.
Turner nacque e morì a Londra, ma fu un instancabile viaggiatore. In Inghilterra amò i porti e le coste di Margate, Broadstairs e Ramsgate. A Margate visse per la prima volta a 11 anni, mandato dallo zio dopo il crollo della salute mentale della madre, e vi tornò per tutta la vita. Dipinse oltre cento vedute della zona, convinto che lì ci fossero “i cieli più belli d’Europa”. Nel 1813, in cerca di un rifugio lontano dalla frenesia cittadina, progettò personalmente Sandycombe Lodge, un’elegante dimora in stile cottage che divenne il suo ritiro di campagna dal 1814 al 1826. All’epoca, dalle sue finestre si aprivano vedute ampie sui campi; oggi la casa è circondata dalla periferia londinese e raggiungibile lungo una strada trafficata.
Oggi quella dimora, ribattezzata Turner’s House, è un museo che ospita una mostra con i suoi rari studi ad acquerello di uccelli e altri animali. Nelle camere al piano superiore, su semplici cornici di legno, sono esposti lavori che rivelano un lato intimo e silenzioso della sua arte: schizzi di mucche, un gatto domestico, un’anatra selvatica colta in volo, tutti tracciati con mano rapida ai margini della corrispondenza personale.
Queste opere sorprendono per la precisione e l’attenzione con cui Turner osservava il mondo naturale. Non si trattava solo di riprodurre ciò che vedeva, ma di restituire la vitalità stessa del soggetto.
Ma il suo interesse per l’ambiente andava ben oltre le isole britanniche. Tra il 1802 e il 1844 visitò le Alpi sei volte, riempiendo taccuini di vedute sublimi, e fermandosi nei luoghi più remoti e selvaggi. Nel 2018, l’artista britannica Emma Stibbon ripercorse le sue orme fino al Monte Bianco. Scoprì che il Mer de Glace, il grande ghiacciaio vicino a Chamonix che Turner aveva raffigurato decine di volte, era ormai irriconoscibile: la valle glaciale, un tempo colma di neve e ghiaccio, si era ritirata di oltre un chilometro.
Questi disegni oggi hanno un valore scientifico enorme. Sono documenti visivi di un’epoca precedente alla fotografia e prove fondamentali degli effetti del cambiamento climatico nel tempo.
Emma Stibbon
Confrontando quei disegni con i paesaggi attuali si percepisce un pathos profondo; sono immagini che testimoniano ciò che abbiamo perduto. Turner visse un’epoca di grandi trasformazioni industriali, ma nulla di paragonabile alla rapidità e alla portata dei mutamenti attuali.

Il suo approccio alla pittura era fisico: modellava il colore, lo impastava sulla tela, alternava velature eteree a colpi materici. Nei lavori tardi, la forma quasi si dissolve in vortici di colore e bagliore, anticipando l’arte astratta. Per questo Mark Rothko, vedendo le sue opere, avrebbe detto ironicamente: “Questo Turner ha imparato molto da me“.
Frank Bowling, pittore contemporaneo, riconosce in lui un pioniere:
La pittura in Turner è viva, rischiosa, emotiva. Non rappresenta solo il mare o il tramonto: li sente.
Le 5 opere di Turner da vedere almeno una volta nella vita
1. Snow Storm — Steam Boat off a Harbour’s Mouth (1842)
Una delle sue tele più iconiche, ispirata, secondo la leggenda, a una tempesta vissuta legato all’albero maestro di una nave. Un turbine di grigi, bianchi e blu che confonde mare e cielo in un unico abbraccio furioso.
2. The Fighting Temeraire (1839)
Il malinconico addio di una gloriosa nave da guerra trainata verso la demolizione. Simbolo del tramonto di un’era e capolavoro di luce dorata.
3. Rain, Steam and Speed – The Great Western Railway (1844)
Un treno avanza nella pioggia a tutta velocità: Turner cattura la modernità, il progresso e l’impatto della rivoluzione industriale sul paesaggio.
4. The Burning of the Houses of Lords and Commons (1834–35)
Un’esplosione di luce e fiamme, che trasforma un evento reale in una visione quasi apocalittica.
5. Venice, from the Porch of Madonna della Salute (1835 circa)
Venezia filtrata da una luce diafana, dove architettura e acqua si fondono in un sogno liquido.
Alla sua morte, Turner lasciò alla nazione quasi 300 dipinti e 37.500 lavori su carta. Oggi, guardare queste opere significa fare due cose insieme: celebrare la bellezza di un mondo visto con occhi sinceri e capire che quella bellezza non è eterna. Come i suoi cieli che cambiano colore a ogni pennellata, anche i nostri paesaggi sono in continua trasformazione. Sta a noi decidere se limitarci a guardarli finché esistono o provare a salvarli.







