Per gli Haudenosaunee, il lacrosse non è solo uno sport. È parte di un sistema cosmico, un’eredità sacra tramandata per secoli da una generazione all’altra. Nato tra le foreste del Nord America quasi mille anni fa, molto prima che Cristoforo Colombo salpasse da Palos, il “gioco del bastone” era praticato non per vincere, ma per guarire, per onorare il Creatore. Ancora oggi, quando un bambino nasce in una delle Sei Nazioni – Seneca, Cayuga, Onondaga, Oneida, Mohawk e Tuscarora – gli si dona una miniatura in legno: la sua prima “cradle stick”.
Il bastone di legno resta un simbolo identitario profondo. La leggenda Lyle Thompson racconta di aver pianto il giorno in cui il suo si ruppe. E quando gli Haudenosaunee Nationals, la loro squadra nazionale, sono scesi in campo ai Mondiali 2023, hanno onorato la tradizione facendo giocare un turno con un bastone di legno.
A giugno, a San Diego, quella squadra ha battuto i giganti del lacrosse moderno, portando ancora una volta la loro visione spirituale e creativa del gioco sui campi internazionali.
Eppure alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 2028, potrebbero non esserci.
Nonostante gli Haudenosaunee partecipino regolarmente ai campionati mondiali (sono l’unica squadra indigena riconosciuta da una federazione internazionale), il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) non li considera una nazione. La Carta Olimpica prevede infatti che solo le delegazioni con un Comitato Olimpico Nazionale possano competere, e che siano riconosciute a livello internazionale. Gli Haudenosaunee non rientrano in questi parametri, pur avendo una struttura politica, una bandiera, un inno e passaporti propri.
La competizione internazionale è da tempo uno dei canali più potenti attraverso cui gli Haudenosaunee affermano la propria sovranità e identità. Quando nel 1990 la loro squadra raggiunse Perth, in Australia, per debuttare ai Campionati mondiali di lacrosse, lo fece con passaporti scritti a mano, documenti che non avevano timbri ufficiali ma portavano con sé un messaggio ben più forte: esistiamo. Quel giorno entrarono in campo con una bandiera e un inno appena creati, simboli nuovi per una nazione antichissima.
“Quello era il nostro ‘eccoci qui’”, ricorda Sidney Hill, all’epoca giocatore della squadra e in seguito divenuto tadadaho, figura spirituale e leader della Confederazione delle Sei Nazioni.
Volevamo essere riconosciuti come nazione. Abbiamo ancora la nostra terra, la nostra lingua, la nostra cultura — o almeno ciò che ne resta. Siamo ancora qui. E continuiamo ad andare avanti.
Il presidente Biden, nel dicembre 2023, è stato ancora più esplicito:
I loro antenati hanno inventato questo sport. Lo hanno perfezionato per millenni. Meritano di giocare sotto la propria bandiera tribale.
Anche il Canada ha sostenuto pubblicamente la loro causa. Eppure, da Losanna è arrivato solo silenzio.
Escludere gli Haudenosaunee dalle Olimpiadi sarebbe come giocare a basket senza riconoscere l’eredità di James Naismith. O come bandire la samba dal carnevale di Rio. Il lacrosse è la loro creazione, ed esprime un’idea di sport radicalmente diversa da quella occidentale: non si gioca per dominare, ma per onorare. Le loro azioni sul campo sembrano una danza.
Ma la storia del lacrosse è anche una storia di esclusione. Già nel 1868, la neonata federazione canadese vietò ai nativi di giocare nei club bianchi. E per decenni, il gioco fu tolto dalle loro mani. Solo negli anni Ottanta, con la fondazione degli Iroquois Nationals da parte dell’attivista Oren Lyons, iniziò il lento ritorno alla ribalta.

Il CIO teme forse di aprire un precedente. E che poi tocchi ai Catalani, ai Baschi e agli Aborigeni. Ma nessun’altra comunità può vantare lo stesso legame con il gioco, la stessa sovranità culturale, lo stesso riconoscimento informale da parte di Stati come USA e Canada.
“Perché non includerli?”, si chiede Howard Stupp, ex legale del CIO e oggi loro consigliere.
Una via intermedia potrebbe essere quella del Team Olimpico dei Rifugiati, che ha permesso ad atleti senza nazione di partecipare sotto bandiera olimpica. Ma gli Haudenosaunee non vogliono compromessi. Non vogliono sfilare dietro un vessillo anonimo.
“Siamo ancora qui e vogliamo che il mondo lo sappia”, ha dichiarato Rex Lyons, membro del consiglio direttivo degli Haudenosaunee Nationals.
L’obiettivo di riportare il lacrosse alle Olimpiadi ha cominciato a prendere forma concreta solo nel 2018, quando il Comitato Olimpico Internazionale ha concesso il riconoscimento provvisorio all’organizzazione federale, World Lacrosse. Per rispondere alla richiesta del CIO di ridurre costi e complessità dei Giochi, la federazione ha ideato una nuova variante del lacrosse: il Sixes. Più veloce, con meno giocatori, campi più piccoli, partite più brevi e cronometri accelerati; una versione pensata per il pubblico televisivo e per i ritmi dell’Olimpiade moderna.
Il debutto ufficiale del sixes era previsto per i Giochi Mondiali del 2021 a Birmingham, in Alabama, una sorta di vetrina quadriennale per discipline ancora escluse dai Giochi, ma spesso usata come trampolino di lancio verso l’inclusione olimpica.
Alla fine del 2019, la World Lacrosse annunciò le otto nazionali maschili invitate a Birmingham. Gli Haudenosaunee, terzi nel ranking mondiale, non figuravano nella lista. Un’assenza talmente clamorosa da suscitare un’ondata di indignazione. “Un campionato mondiale di lacrosse senza gli Haudenosaunee non è un vero campionato”, tuonò un dirigente canadese.
Sotto la pressione dell’opinione pubblica, gli organizzatori fecero dietrofront e riammisero sia la squadra maschile che quella femminile degli Haudenosaunee. Ma c’era un problema: la lista delle squadre maschili era ormai chiusa. A quel punto, fu l’Irlanda, ultima tra le qualificate, a farsi da parte con un gesto di straordinaria sportività. “Non avremmo mai dovuto essere invitati - dichiarò Michael Kennedy, CEO di Ireland Lacrosse - “Stanno solo riprendendosi ciò che è sempre stato loro.”
I tornei di qualificazione olimpica inizieranno nel 2026. I Nationals potranno partecipare ai Sixes del 2027, ma non è detto che basti. E anche se si qualificassero, il CIO potrebbe comunque sbarrargli la strada. Gli Stati Uniti, in quanto Paese ospitante, avranno un posto garantito, pertanto il resto del continente americano potrebbe avere solo uno slot. E gli Haudenosaunee dovrebbero contenderselo con il Canada. Non una sfida semplice.
Per gli Haudenosaunee, competere come squadra nazionale non è mai stato soltanto un fatto sportivo: è sempre stato, prima di tutto, un atto politico. Un’affermazione di identità e di sovranità. La Nazione Onondaga, cuore spirituale e capitale politica della confederazione, è da sempre la custode più determinata dell’autonomia del popolo Haudenosaunee. Un’autonomia che affonda le sue radici in un trattato firmato da George Washington nel 1794, ancora oggi rispettato dagli Stati Uniti con un pagamento simbolico annuo di 4.500 dollari in tessuti o beni.







