Paul Gauguin

Il genio maledetto di Gauguin: artista, predatore o visionario incompreso?

Nel giugno del 1891, Paul Gauguin mise piede a Tahiti con l’aria di chi insegue un sogno. Aveva 43 anni, una vita già piena alle spalle, e un bagaglio degno di un naufrago romantico: cento metri di tela, tubetti di colore francesi, un fucile per la selvaggina (che scoprì presto essere più un’illusione che una necessità), strumenti musicali, spartiti di Schubert e Schumann, e una raccolta di cartoline e fotografie (ballerine giavanesi, affreschi di Borobudur, opere di Manet, Degas, Dürer) che chiamava con tenerezza “i miei piccoli amici”. Un museo portatile, costruito per affrontare il silenzio dell’oceano.

Gauguin cercava un Eden. Voleva fuggire dall’Europa industriale e moralista, da una civiltà che lo soffocava. Ma Tahiti lo accolse devastata dalle epidemie, colonizzata dalla Francia e trasformata in una caricatura occidentale, dove persino un albero di cocco aveva un proprietario, e le donne camminavano coperte da abiti castigati chiamati Mother Hubbards. Lui, al contrario, con il suo completo viola, il gilet bretone, il cappello da cowboy e i capelli lunghi, fu scambiato per una spia e per un mahu, un uomo dagli atteggiamenti femminili.

Paul Gauguin

La sua vita fino a quel momento era stata tutt’altro che lineare. Nato a Parigi nel 1848, fu presto trascinato lontano dalla sua città natale. L’anno dopo, i suoi genitori, Aline e Clovis, decisero di partire per un esilio volontario in Perù, imbarcandosi da Le Havre su una nave mercantile. Aline, figlia della celebre femminista e socialista Flora Tristan, era considerata una “persona pericolosa” dallo Stato francese; Clovis, giornalista dai toni accesi, si era pubblicamente opposto all’ascesa autoritaria di Luigi Napoleone Bonaparte, futuro Napoleone III. In Sud America, l’uomo sperava di fondare un giornale repubblicano, ma il progetto naufragò prima ancora di iniziare: durante uno scalo in Cile, morì d’infarto a soli trentacinque anni. Il giorno dopo, la famiglia, rimasta senza guida, ripartì per Lima.

La scelta del Perù non era casuale: Flora Tristan discendeva da una delle più antiche e ricche famiglie coloniali del Paese, i Tristán-y-Moscosos, con origini che risalivano addirittura ai Borgia. Aline sperava di ottenere una parte dell’eredità dal patriarca, Don Pío. Lui non le diede un centesimo, ma la accolse con i figli nel suo sontuoso palazzo. Fu lì, tra vasetti d’argento, tappeti da preghiera portati da una schiava e riti aristocratici, che Paul trascorse i suoi primi anni. Una cornice fastosa che però non cancellava il lato crudo della città: “Vedo ancora la nostra strada con le galline che beccano i rifiuti”, scriverà nei suoi ricordi.

Qualche anno dopo, Aline riportò i figli in Francia, a Orléans, dal nonno paterno. Paul parlava solo spagnolo. L’impatto con la provincia francese fu brutale. Si sentiva fuori posto, esotico, e si definiva provocatoriamente “un selvaggio del Perù”. Quando compì diciassette anni si arruolò nella marina mercantile. Era alto, slanciato, ancora vergine — un dettaglio che, pare, si affrettò a sistemare prima di salpare. Navigò verso l’India, il Brasile, persino Tahiti. Fece scalo a Callao, il porto di Lima, ma non volle visitare la città. Quel Perù che contava per lui, ormai, era solo un mito privato.

Tornato in Francia a ventidue anni, non aveva né titoli né un mestiere. Un amico di famiglia gli trovò un impiego come agente di cambio a Parigi. E inaspettatamente, si rivelò un talento naturale per la finanza. Ma la vera svolta fu l’incontro con Émile Schuffenecker, collega e appassionato d’arte, che lo introdusse al Louvre e alle gallerie impressioniste. Gauguin realizzò il suo primo dipinto nel 1873, un paesaggio intitolato Lavorare la terra. Tre anni dopo, un suo quadro venne accettato al Salon. Nel frattempo, iniziò a collezionare: Monet, Renoir, Cézanne, Degas e Cassatt.

Sposò Mette Gad, una danese alta e determinata. Il primo figlio nacque nove mesi e nove giorni dopo il matrimonio, e presto ne arrivarono altri quattro. Quando decise di dedicarsi anche alla scultura, trasferì la famiglia dal prestigioso XVI arrondissement al più popolare quartiere di Vaugirard, attratto dagli studi più spaziosi e dagli affitti più bassi. Gauguin amava vivere in bilico tra quei mondi opposti: artista tra i banchieri e banchiere tra gli artisti.

Avrebbe potuto continuare così per sempre, conducendo una doppia vita tra borghesia e bohème, arte serale e paternità. Ma nel 1882 la Borsa crollò, e con essa la sua stabilità. Perso il lavoro, la famiglia si trasferì a Copenaghen, ospite della madre di Mette. Lei dava lezioni di francese per mantenere i figli; lui cercava invano di vendere teloni cerati. In Danimarca era un alieno. I danesi lo soprannominarono “l’anello mancante”, come a indicare che qualcosa di evolutivamente umano in lui ancora mancava.

Eppure, nonostante i fallimenti, Gauguin continuava a credere in se stesso con una fede quasi fanatica. Lanciava idee improbabili, certo che quella successiva sarebbe stata quella giusta. Come nel 1887, quando partì per Panama insieme al pittore Charles Laval. Lì sperava di collaborare con il cognato banchiere. Quando si scoprì che il cognato era semplicemente il proprietario di un emporio che vendeva forniture agli operai impegnati nella costruzione del Canale di Panama, Gauguin prese un piccone e iniziò a scavare. Quindici giorni dopo, la Compagnia del Canale di Panama fallì.

Si rifugiarono a Taboga, presero la malaria, poi fuggirono in Martinica. Dormivano su alghe marine in una capanna abbandonata. Laval tentò il suicidio. Gauguin, invece, scrisse alla moglie:

Non ho mai dipinto con tanta chiarezza.

L’arte diventò la sua àncora. Aveva studiato con Pissarro e partecipato alle mostre impressioniste. Il suo primo successo arrivò con Donna che cuce, un nudo luminoso e delicato esposto nel 1880 alla Quinta Mostra Impressionista. Il critico Huysmans elogiò la resa carnale della figura, paragonandola a Rembrandt, ma Gauguin rifuggiva il realismo. Diceva che “la precisione distrugge il sogno”. Cercava di dipingere il suono, il silenzio, l’istinto. Considerava la pittura l’arte suprema, mentre la letteratura era per lui “un’arte minore, fatta di parole avide e scarne”.

Non smetteva mai di sperimentare. Creava busti in marmo adatti a un salotto borghese, ma anche ceramiche grezze ispirate alle antiche civiltà precolombiane. Disprezzava Seurat, definiva i puntinisti “piccoli chimici verdi”, salvo poi provarci anche lui. Era in cerca di un linguaggio che fosse solo suo, lontano dai dogmi e vicino all’inconscio.

In quell’instabilità cronica Gauguin si sentiva libero. Scrisse a Mette:

Ho due nature, la selvaggia e la sensibile. Ora metto da parte la sensibile, per far avanzare la selvaggia.

Si diresse a Pont-Aven, in Bretagna, dove trovò una pensione che offriva due pasti abbondanti e sidro a volontà. Cercava la purezza del mondo celtico, ma fu lì, tra incomprensioni, esperimenti e nuove visioni, che cominciò davvero la leggenda di Paul Gauguin.

Wild Thing Sue Prideaux

È questo l’uomo che la nuova biografia Wild Thing, scritta da Sue Prideaux, cerca di raccontare nella sua interezza: non solo l’artista geniale, ma l’essere umano pieno di contraddizioni. Un padre che abbandona la famiglia per inseguire l’ispirazione. Un rivoluzionario che predicava la libertà ma prendeva in casa ragazzine come spose. Un uomo capace di dipingere il mistero e la grazia del femminile, ma anche accusato di sfruttare la sua posizione di europeo colonizzatore.

Nel 2015, una sua tela tahitiana venne venduta per 300 milioni di dollari. Ma la sua reputazione era già compromessa, al punto che musei e critici cominciavano a interrogarsi sulla sua eredità. Era un artista o un predatore? Un genio o un impostore?

Prideaux ha deciso di indagare, e qualcosa ha trovato. Nel 2000 a Hiva Oa, una delle isole Marchesi, dove Gauguin passò i suoi ultimi anni, vennero ritrovati quattro denti in un vecchio pozzo. Le analisi condotte a Cambridge confermarono che erano suoi. Ma, sorprendentemente, non contenevano tracce delle sostanze usate all’epoca per curare la sifilide: né arsenico né mercurio e né cadmio. La leggenda del pittore malato che infettò le sue giovanissime amanti iniziava a vacillare.

E se questa storia non è vera, quante altre non lo sono?

Manaò tupapaú
Manaò tupapaú

A Tahiti Gauguin si immerse nella pittura con un’intensità febbrile. Solo nel primo anno realizzò più di sessanta opere, come se l’isola gli avesse acceso una luce interiore. La sua musa fu Tehamana: una ragazza di tredici anni che, secondo il racconto dell’artista, gli fu offerta dalla madre come una sorta di dono. Lui la accolse in casa, la dipinse più volte (vestita, assorta, immersa in paesaggi mitici tra simboli religiosi e totem immaginari), ma anche nuda, come nella famigerata Manaò tupapaú, dove la giovane giace supina su un letto, osservata da un’ombra minacciosa. Il quadro suscitò scandalo fin da subito, e ancora oggi è considerato uno degli esempi più controversi del suo lascito.

Eppure Prideaux tenta una lettura meno moralistica. All’epoca, l’età del consenso in Francia, colonie comprese, era tredici anni. E Gauguin, per quanto oggi appaia ipocrita o ambiguo, si considerava un difensore delle tradizioni locali: combatteva la corruzione dei funzionari francesi, si opponeva all’imposizione scolastica cattolica, e cercava di riportare nei suoi quadri la spiritualità perduta del mondo polinesiano. Dipinse la Vergine Maria come una madre tahitiana, reimmaginò l’origine dell’uomo in chiave tropicale e scolpì figure ispirate a divinità cancellate dalla colonizzazione.

Attraverso l’abito di mussola quasi rosa si intravedeva la pelle dorata delle spalle e delle braccia. Due boccioli gonfi spuntavano sul seno. Era una bambina grande, snella, forte, dalle proporzioni meravigliose.

Noa Noa, diario di viaggio di Gauguin

Alla fine della sua vita, si ritirò nelle isole Marchesi, dove visse come un mistico solitario, soffrendo di ulcere, problemi cardiaci e dolori cronici. Aveva perso una figlia in Europa e una neonata appena nata in Polinesia. Si era quasi avvelenato. Eppure continuava a dipingere e a scrivere. Qui creò la sua opera più ambiziosa, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?, un catechismo laico dipinto su tela.

Morì nel 1903, a 54 anni, seduto sul bordo del letto con un piede ancora a terra. Come se non volesse abbandonare del tutto questo mondo, ma sapesse che l’altro, quello mitico, sognato, era ormai a portata di mano.

Il sesso in Paul Gauguin

Il sesso occupa un ruolo centrale in qualsiasi racconto sulla vita e sull’arte di Gauguin. La casa in cui visse a Hiva Oa la chiamò provocatoriamente Maison de Jouir: un’espressione ambigua che significava tanto "Casa del Piacere" quanto, più esplicitamente, "Casa dell’Orgasmo". Sopra il letto teneva una collezione di cartoline pornografiche, e quando camminava per l’isola lo faceva con l’aiuto di un bastone intagliato da lui stesso a forma di fallo. Ormai cinquantenne, amava presentarsi come un gaudente decadente e felice, ormai “passato dalla parte dei nativi”.

Eppure non era sempre stato così. Sue Prideaux sottolinea quanto, nella prima parte della sua vita, Gauguin fosse inaspettatamente contenuto. Certo, da giovane marinaio aveva frequentato porti e letti con disinvoltura. Ma il legame con la moglie Mette era basato su un desiderio reale, reciproco e duraturo. La loro intesa era “vigorosa e soddisfacente per entrambi”. Solo dopo il disastro finanziario del 1882, e per timore di nuove gravidanze, Mette si allontanò fisicamente da lui. Gauguin fu noto per la sua fedeltà, sia tra i colleghi in Borsa sia tra gli artisti bohémien di Pont-Aven. Ma due eventi sembrano aver segnato una svolta: la lunga separazione dalla moglie e, soprattutto, il trasferimento a Tahiti.

Nella fantasia coloniale francese del XIX secolo, Tahiti era il luogo dell’abbandono, dell’innocenza sensuale. Nel 1880, un ufficiale della marina francese, scrittore di romanzi esotici con lo pseudonimo di Pierre Loti, aveva pubblicato un bestseller che descriveva l’isola come un paradiso perduto popolato da giovani danzatrici semi-nude e amori senza conseguenze. Fu questa visione erotizzata dell’Oceano Pacifico a spingere Gauguin fin laggiù? Curiosamente, no.

Il suo primo desiderio era partire per il Tonchino, nell’attuale Vietnam: all’Esposizione Universale del 1889 era rimasto folgorato da una mostra di arte Khmer. Fece domanda per un incarico coloniale, ma fu respinto. Pensò allora al Madagascar. Ma il suo compagno di viaggio, Émile Bernard, lo convinse a scegliere Tahiti. Poco dopo litigarono, e Gauguin partì da solo. Mise all’asta trenta suoi quadri, salutò rapidamente la famiglia in Danimarca dopo anni di lontananza, e prese il largo.

Il dibattito, però, rimane acceso. Fu davvero un predatore mascherato da artista, o un visionario incompreso in anticipo sul proprio tempo? Un uomo che sfruttava le donne che ritraeva, o qualcuno che, in quelle figure femminili, vedeva e celebrava la libertà? Era un ribelle anticlericale, o piuttosto un mistico alla ricerca di un senso spirituale nel cuore del Pacifico?

Sue Prideaux, pur senza ignorarne le ombre, ci invita a fare un passo indietro e osservare l’opera di Gauguin con uno sguardo meno schematico e più sfumato. Non per assolverlo, ma per capirlo. Forse, dice, Gauguin non era in cerca di un paradiso incontaminato da colonizzare. Forse stava solo cercando — come tutti, in fondo — un posto dove poter essere finalmente se stesso.

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