Hulk Hogan
Foto: Paul Kane / Getty Images

Addio ad Hulk Hogan: la leggenda del wrestling è morta a 71 anni, tra gloria, scandali e rivoluzioni

Train, say your prayers, eat your vitamins.

Era questo il mantra che Hulk Hogan ripeteva negli anni d’oro della sua carriera, rivolgendosi a milioni di piccoli “Hulkamaniacs” davanti allo schermo. Un invito all’onestà e alla forza che, con il passare del tempo, avrebbe assunto contorni più ambigui. Hogan è morto giovedì 24 luglio all’età di 71 anni a causa di un arresto cardiaco nella sua abitazione di Clearwater, in Florida. A darne l’annuncio è stata la WWE, la federazione che più di ogni altra ha beneficiato della sua immagine, e che allo stesso tempo ha dovuto fare i conti con il suo declino pubblico.

Hulk Hogan
Foto: Paul Kane / Getty Images

L’uomo che trasformò il wrestling in cultura pop

Terry Bollea, questo il suo vero nome, era molto più di un wrestler. Era una maschera. Un simbolo. Con il suo fisico imponente, la bandana rossa e gialla, i baffi biondi scolpiti e il rituale iconico di strapparsi la maglietta prima di ogni match, Hogan ha incarnato l’eroe larger-than-life che negli anni Ottanta e Novanta ha contribuito in modo determinante alla trasformazione del wrestling da spettacolo di nicchia a fenomeno globale.

Fu lui il volto della World Wrestling Federation (poi diventata WWE) durante l’esplosione mediatica del settore. Memorabile la sua rivalità con André the Giant: lo scontro del 1987 a WrestleMania III attirò oltre 93mila spettatori al Pontiac Silverdome e registrò ascolti record, ancora oggi leggendari.

Ma Hogan fu anche il primo a uscire dai confini del ring con consapevolezza strategica. Apparve sulle copertine dei giornali, fu protagonista di spot, cartoni animati e persino film (come Mr. Nanny e Suburban Commando), diventando la prima vera superstar del wrestling moderno. La sua comparsa sulla copertina di Sports Illustrated nel 1985 – un evento allora inimmaginabile per un wrestler – sancì la sua consacrazione come figura culturale trasversale.

Hulk Hogan

Sotto la regia visionaria di Vince McMahon, la WWE si impose l’obiettivo di entrare nel cuore della cultura pop americana, e nessuno meglio di Hulk Hogan poteva guidare questa missione. La sua figura carismatica, capace di trascendere il ring, fu il catalizzatore perfetto per spingere il wrestling oltre i suoi confini tradizionali. Memorabile, in tal senso, fu il match del 1998 in cui Hogan, affiancato da Dennis Rodman, affrontò Karl Malone: una trovata mediatica che unì NBA e wrestling in un crossover senza precedenti, trasformando un evento sportivo in un fenomeno pop.

Grazie alla sua capacità di attrarre pubblico da mondi diversi, Hogan contribuì a costruire un ponte stabile tra sport, intrattenimento e celebrità. Un’eredità visibile ancora oggi, con stelle NBA come Tyrese Haliburton degli Indiana Pacers o Jalen Brunson dei New York Knicks che fanno apparizioni regolari sui ring WWE, confermando quanto quel confine tra atleti e performer sia diventato ormai permeabile.

Il peso economico della sua influenza è altrettanto tangibile. Il lancio della WWE Network nel 2014 – una piattaforma streaming interamente dedicata alla compagnia – rappresentò un passo decisivo verso la modernizzazione del brand. Un’evoluzione culminata nell’acquisizione della WWE da parte di Endeavor nel 2023, per un valore di 9,3 miliardi di dollari.

Anche negli ultimi anni, Hogan non smise di cercare la scena. Tra campagne pubblicitarie e visite alle squadre sportive – come quella del 2024 ai Detroit Lions, dove girò un video virale con l’allenatore Dan Campbell – cercò costantemente di rinnovare la propria immagine. Ma il progetto più ambizioso fu la co-fondazione della Real American Freestyle Wrestling Association, un’associazione che punta a riportare il wrestling alle sue origini competitive, senza copione né coreografie. Il debutto ufficiale dell’organizzazione è previsto per il 30 agosto 2025: una data che, dopo la sua morte, assumerà inevitabilmente i toni di un omaggio.

Ombre su una leggenda

Eppure, l’aura di Hulk Hogan non è stata immune dalle ombre. Il crollo della sua reputazione cominciò nel 2015, quando emerse una registrazione risalente al 2007 in cui usava ripetutamente espressioni razziste rivolte al fidanzato afroamericano della figlia, Brooke. Le parole, pronunciate in un contesto privato ma rese pubbliche, scatenarono un’ondata di indignazione: la WWE agì con fermezza, rescindendo il contratto e rimuovendolo dalla Hall of Fame.

Ma non era la prima volta che Hogan finiva sotto i riflettori per motivi controversi. Nel 2012, aveva fatto causa a Gawker Media per la pubblicazione non autorizzata di un suo sex tape. Il processo si concluse nel 2016 con un risarcimento di140 milioni di dollari in favore di Hogan, una cifra che contribuì al fallimento della testata e segnò una svolta nel rapporto tra diritto alla privacy e libertà di stampa nel panorama digitale americano.

Nonostante il tentativo di riabilitazione – con il reintegro nella Hall of Fame nel 2018 – la frattura con il pubblico restò evidente. La sua ultima apparizione dal vivo, il 6 gennaio 2025, durante il debutto della WWE su Netflix a Inglewood, fu accolta da fischi fragorosi nell’Intuit Dome. L’eroe di un’intera generazione, riportato sotto i riflettori, ma senza più il calore di un tempo. Un ritorno che, più che un tributo, suonava come un epilogo amaro.

Eredità contraddittoria

Hulk Hogan ha incarnato in modo quasi parossistico il sogno americano applicato al wrestling: ascesa, gloria, caduta e un eterno ritorno sotto i riflettori. Ha ridefinito il concetto stesso di celebrità sportiva, portando nel ring un’esuberanza teatrale che ha reso il wrestling un evento da milioni di spettatori, anche a costo di sacrificare l’autenticità.

La sua figura divide: c’è chi lo ricorda con affetto, come un’icona d’infanzia, e chi non riesce a perdonargli i suoi errori. Ma nessuno può negare che Hulk Hogan abbia cambiato per sempre il modo in cui lo sport spettacolo si intreccia con la cultura di massa.

Whatcha gonna do when Hulkamania runs wild on you?

Era la sua frase simbolo. Oggi, dopo la sua morte, resta la domanda su come una leggenda possa sopravvivere ai propri limiti.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,