Non so se mai ci incontreremo, io e la mia morte, ma ci rincorriamo da una vita.
Ci sono cose che non hanno per noi un prima e cose non hanno un poi. Alle prime appartiene la nascita, alle seconde la morte. E se diventa difficile occuparci della nostra nascita, di certo è più facile – e per certi versi comprensibile – riflettere sulla nostra morte.
Questo è almeno il pensiero di Edoardo Boncinelli, morto domenica a 84 anni, espresso nel suo libro forse più intimo e originale, Io e Lei, Oltre la vita.
Genetista e filosofo (anche se non credo che quest’ultimo titolo gli sarebbe piaciuto, “[La filosofia] è una grande tavolozza che mostra quante cose abbia inventato il cervello umano che non hanno nulla a che fare con la realtà“, disse in una delle sue ultime interviste), dal 1968 aveva iniziato a lavorare all’Istituto di genetica e biofisica del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli, dove era rimasto per più di vent’anni. E lì nel 1985 aveva identificato alcuni geni omeotici dell’essere umano: i “geni architetti”, esistono in tutti gli animali e regolano il funzionamento di altri geni per il corretto sviluppo dell’organismo.
Ed ora è utile — se non quanto meno curioso — rileggere i suoi pensieri sulla morte, una compagna di viaggio che imparò a conoscere a cinque anni, mentre a Bologna nell’immediato dopoguerra, ospite di un centro profughi allestito alla bell’e meglio in una caserma, parlava con la mamma di persone che non c’erano più. Di colpo si rese conto che anche i nonni erano destinati ad andarsene, e pianse.
Esistono due motivi per meditare sulla morte, scriveva. Il primo ha una valenza sociale: parliamo costantemente della morte, tutti i giorni. Può essere la morte di un conoscente o di più individui, per incidenti, guerre o malattie. Può essere la morte prospettata o temuta. Persino la religione, che promette di liberarci dalla morte, ci costringe in realtà a pensarci di continuo. In alcuni casi, è stato proprio il pensiero della morte a ispirare e guidare molti dei nostri progressi collettivi, di sicuro l’aspirazione alla fama e all’immortalità delle nostre opere.
L’argomento della morte è vivo e presente anche quando è taciuto, anzi in quel caso lo può essere ancora di più. La morte conferisce un orizzonte alla nostra vita.
A questo si aggiunge una percezione tutta personale che si riallaccia al tema mistico; la morte non è solo un fatto naturale, ma è il mistero dei misteri: la contemplata limitatezza dell’esserci. E sebbene sia impossibile avere una visione costruttiva della morte, Boncinelli ci ha dato ottimi spunti per razionalizzarla.
Io sono uno scienziato, ho amato la scienza per tutta la vita, ma devo ammettere che non riesco a collocare la coscienza in questo mondo spiegabile, per quanto abbia cercato di darmene conto per decenni. La coscienza è l’unico, autentico, grande mistero dell’universo.

Spesso ci si affida alla fede, perché, proprio come la visione più comune della morte, è un prodotto della paura. La speranza di un qualcosa che scavalchi d’un balzo la morte e ci porti oltre la vita ha attecchito pervicacemente nei nostri pensieri. In realtà, si parla tantissimo di Dio perché così non si parla della morte. E Boncinelli, pur ammettendo che “nella mia esperienza non c’è nessuno che crede con totale adesione a tutto, e nessuno che non crede per niente“, è stato caustico nell’affidare tutte le nostre speranze in un Ente Superiore: “Non posso spiegare qualcosa che non conosco con qualcosa che conosco ancora meno“.
Ma, al di là dell’aspetto meramente religioso, grazie alla biologia siamo in grado di guardare attentamente la vita dal “di fuori”, ovvero nel suo aspetto oggettivo.
Definirla, la vita, non è semplice, ma ormai non ci sono più grandi incertezze. Gli esseri viventi sono corpi materiali estesi, anche se di dimensioni difformi, e comunque limitati nel tempo e nello spazio, capaci di metabolizzare una collezione di sostanze chimiche particolari, di crescere e di svilupparsi, di riprodursi e di evolvere, fino a quando l’ambiente circostante glielo permette. Per fare tutto questo, ogni essere vivente deve essere obbligatoriamente oggetto di un flusso continuo di materia, di energia e di informazione, i tre parametri fondamentali del mondo materiale, l’unico per me esistente.
E nonostante questa continuità biologica di materia ed energia tra l’essere vivente e il mondo che lo circonda, c’è anche un’anomalia, “uno scandalo, una bestemmia scientifica“, per usare le sue parole. L’universo tende al disordine, all’appiattimento indiscriminato di tutte le strutture e di tutti i processi, perché per sua natura la materia tende spontaneamente alla cancellazione di ogni differenza. E in questo gli essere viventi sembrano essere un’eccezione, perché in essi tutto dev’essere in ordine. E ci vuole un’enorme fatica per far funzionare un essere vivente, che sia un’alga o un uomo, in maniera accettabile. Appena il corpo abbassa il livello di attenzione, inevitabilmente, tutto si incammina sulla strada della degenerazione e del caos.
La vita è quindi un piccolo scandalo nell’universo. Una violazione delle leggi della fisica, e più precisamente del secondo principio della termodinamica. Sappiamo infatti che in un sistema chiuso (e possiamo considerare in un certo senso l’universo come tale) l’ordine diminuisce parallelamente all’aumento del disordine. Ma la vita funziona diversamente perché crea continuamente materia organizzata, miliardi di copie di se stessa. C’è quindi qualcosa di particolare in essa? No, ovviamente.
Boncinelli scrive:
Il trucco c’è ovviamente, ed è semplice: la vita è una manifestazione locale di aumento di informazione, o di mancata perdita di ordine, a spese dell’ambiente circostante, che nello stesso tempo si degrada enormemente.
Non c’è niente di anomalo nella vita, ma è pur sempre una scommessa. Da miliardi di anni continua, con estrema fatica, a prendere energia e materia dall'”esterno”, mantenendo un controllo costante sui processi e i meccanismi del nostro essere.
La morte, dunque, in questi termini può essere intesa come una riduzione del controllo di tutti i meccanismi del nostro corpo che ci porta verso il caos. Noi, come tutti gli esseri viventi, invecchiamo e moriamo perché alla natura, cioè alla selezione naturale, non interessa per niente ciò che succede dopo l’età riproduttiva. Il suo scopo, ammesso che la natura possa avere uno scopo, consiste nel farci arrivare al massimo delle nostre forse fisiche e psichiche all’età riproduttiva. Dopodiché la natura ci condanna all’invecchiamento, o meglio smette di interessarsi della nostra forma.
Questa è la vita vista dal di “fuori”, oggettivamente. La vita dal di “dentro” è invece una nostra personale e, spesso, incomunicabile percezione di continuità con il mondo. Scrive Boncinelli:
Io sono questa coscienza diretta, per quanti contenuti, conoscenze e sensazioni possa comportare e per quante coloriture affettive io possa riconoscervi. Sono il qui e l’ora della mia esistenza, ma per una serie di ripetute operazioni mentali so anche che questo è stato così per molti istanti passati e probabilmente lo sarà per alcuni istanti futuri.
Ma il giudizio sulla vita e sulla morte non può certo fermarsi ad una mera, oggettiva analisi di ciò che è. La morte è il prezzo che chiunque paga per la propria vita, ma nessuno di noi vuole essere chiunque; tutti aspiriamo ad un trattamento particolare, ad essere riconosciuti per una particolarità, una specialità. Nell’antica Grecia così come a Roma, lo scopo del vivere era anche quello di lasciare un ricordo di sé. Omero ce lo dice chiaramente nelle gesta e nelle parole dei suoi eroi. E questo vale ancora oggi, per chiunque, anche per Boncinelli, perché in fondo aver paura della morte è solo un altro modo di esprimere la propria volontà di vivere:
Il giudizio futuro mi sta a cuore: la mia condotta, le idee e le opere che ho scritto penso dovranno essere giudicate da loro, ed è un giudizio a cui tengo. E preferisco mettere per iscritto le mie idee. In ogni caso la responsabilità sarà mia e solo mia. Ma voglio che sia chiaro ciò che ho affermato o pensato. Senza ambiguità.







