Sylvia Earle, “Sua Profondità”

Se potessi capire cosa sei / radice e tutto, e tutto nel tutto / potrei capire cosa sono Dio e l’uomo.

Alfred Tennyson

Questa è la poesia che più di tutte ha ispirato il lavoro di Sylvia Earle. Biologa marina, esploratrice, pioniera delle immersioni profonde, Earle è una delle figure più influenti nella storia dell’oceanografia. Non a caso è conosciuta come “Sua profondità”. È stata la prima persona a camminare in solitaria sul fondale oceanico nel 1979, ha totalizzato oltre settemila ore sott’acqua, progettato sottomarini, diretto più di cento spedizioni scientifiche, pubblicato quasi duecento articoli e libri, ha ricevuto più di cento onorificenze, e premi nazionali e internazionali, tra cui il riconoscimento di “leggenda vivente” dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, ed è stata la prima tra gli “eroi per il Pianeta” nominati dalla rivista Time. Una vita vissuta immersa nel blu, per raccontare ciò che spesso resta invisibile: la vita degli oceani.

L’oceano è una biblioteca della vita.

Classe 1935, Earle ha raccontato che la sua passione per il mare nacque prestissimo, all’età di tre anni, quando un’onda la travolse giocando sulla riva. “All’inizio ho avuto paura” – ha ricordato – “ma quando ho tirato fuori la testa dall’acqua e ho respirato, ho pensato che era divertente“. Da quel momento l’oceano è stato la sua vita. Quando ha iniziato a studiare oceanografia, le immersioni erano ancora un’attività pionieristica. Esistevano soltanto le esplorazioni di William Beebe, che scendeva negli abissi a bordo di piccoli batiscafi. Poi arrivarono Jacques Cousteau e lo scuba diving, e il mare si aprì a nuove generazioni di esploratori.

A vent’anni, Earle studiava già il Golfo del Messico. Saliva sulle barche dei pescatori locali e osservava da vicino quello che chiamavano “gumbo“, ovvero il bycatch, tutto ciò che veniva pescato accidentalmente e poi gettato via: pesci, tartarughe, crostacei, spesso morti o feriti. All’epoca nessuno ne parlava, sembrava naturale. Ma per lei fu uno choc. Capì che l’oceano era trattato come un deposito, un luogo in cui sbarazzarsi di ciò che non vogliamo vicino a casa nostra.

Cresciuta tra spiagge e barriere coralline, vide molti dei luoghi che amava venire trasformati in lottizzazioni e resort. La chiamavano “progresso”, ma per lei era altro: la distruzione sistematica di un equilibrio naturale per piegarlo a fini esclusivamente umani.

Iniziò così un percorso che da studentessa di algologia — in un’epoca in cui le donne erano scoraggiate dallo studio scientifico — la porterà a diventare la prima scienziata capo della NOAA, l’Agenzia nazionale per l’atmosfera e gli oceani degli Stati Uniti.

Sento di aver vissuto l’epoca di maggior perdita di tutta la storia umana, ma anche quella di maggior apprendimento.

La sua battaglia contro la pesca industriale e il sovrasfruttamento degli stock ittici è stata instancabile. Secondo la FAO, il novanta per cento degli stock marini è sfruttato o esaurito, e paradossalmente una parte delle tasse dei cittadini continua a finanziare la pesca distruttiva.

Il grosso problema è quando la gente è convita che il pesce le appartenga. Il pesce è considerato una risorsa gratuita; basta uscire e prenderselo. Dobbiamo fare in modo che si sviluppi un’etica, far capire perchè il sovrasfruttamento della pesca è un problema tanto grave. La conoscienza scientifica c’è già, ma non è stata interiorizzata nella mentalità collettiva.

Non basta la scienza, serve empatia. E per costruirla, Earle ha sempre invitato a vedere il mondo con occhi diversi, come Merlino fa fare al giovane Re Artù nel romanzo Il re che fu, il re che sarà di T.H. White, trasformandolo in falco e poi in pesce per mostrargli la vita da nuove prospettive. “Noi, rispetto a un pesce, siamo quasi ciechi” – ha raccontato – “Non percepiamo la chimica, i suoni dell’oceano come fanno loro.

Per proteggere concretamente il mare, ha fondato Mission Blue, un’organizzazione internazionale che promuove la conservazione dell’oceano attraverso una rete di Hope Spots, zone marine ritenute cruciali per la biodiversità e per la salute del pianeta. Questi “punti di speranza”, selezionati da una commissione scientifica dopo la segnalazione da parte di studiosi e comunità locali, non sono necessariamente aree protette, ma spesso lo diventano proprio grazie all’attenzione generata dall’organizzazione. L’iniziativa contribuisce all’obiettivo globale 30×30: proteggere almeno il 30% dell’oceano entro il 2030. Ad oggi, i parchi marini coprono meno del 3% degli oceani del mondo.

Earle è convinta che ogni strumento sia utile, dalle leggi internazionali agli incentivi per una blue economy basata sulla sostenibilità. Cita spesso le blue carbon bonds, obbligazioni che finanziano la protezione delle mangrovie e degli ecosistemi costieri capaci di assorbire CO₂. Ma per lei nulla è più potente dell’etica.

Se un pesce è stato pescato con un palamito, non compratelo. Non mangiatelo. Potete essere parte della soluzione. Un pesce alla volta.

Nel pantheon dell’ambientalismo moderno, la Earle non ha mai nascosto la propria ammirazione per Rachel Carson. Non si tratta solo di una genealogia femminile nel campo delle scienze marine, ma di un legame intellettuale profondo, che unisce due visioni capaci di sfidare l’immaginario dominante del loro tempo. Carson, biologa e scrittrice, fu tra le prime a suggerire che la natura non dovesse essere osservata attraverso la lente dello sfruttamento, ma piuttosto come un organismo vivente, complesso, interconnesso e fragile. Con la sua trilogia dedicata al mare — Under the Sea Wind, The Sea Around Us, The Edge of the Sea — costruì un racconto nuovo, dove l’oceano non è un vuoto da colmare con progetti industriali, ma un’unità pulsante di vita, un sistema poetico e biologico che chiede ascolto e rispetto.

La sua opera non fu solo pionieristica per i contenuti, ma anche per lo stile chiaro e immaginifico. E in quel gesto narrativo c’era già la premessa di un’etica. Non si protegge ciò che non si ama, e non si può amare ciò che non si conosce. Ma la conoscenza, per diventare coinvolgente, ha bisogno anche di bellezza. Sylvia Earle ha ereditato questa lezione e l’ha tradotta in azione, portando la scienza fuori dai laboratori, nei fondali e poi nei media, nelle scuole, nelle coscienze collettive.

Sylvia Earle

C’è una consapevolezza di base nel suo lavoro, che ha contribuito a scardinare le narrazioni dominanti dell’evoluzione: la simbiogenesi. La teoria dell’evoluzione di Charles Darwin, per come è stata largamente recepita, si fonda sull’idea che la selezione naturale favorisca la competizione: i più adatti sopravvivono, gli altri soccombono. Una visione potente, ma anche parziale, soprattutto quando viene interpretata come una legge di sopraffazione universale, un modello esportabile in ogni ambito.
Ma come dimostrato dalla scienziata Lynn Margulis, l’origine della diversità biologica è spesso cooperativa.

Piccoli organismi inglobano altri organismi diventando organismi nuovi: è la formazione di nuovi tipi di vita basati su relazioni simbiotiche stabili. L’ecosistema non è una somma di interessi in conflitto, ma una rete dinamica di relazioni in equilibrio, dove ogni elemento è al tempo stesso individuo e parte. Un corallo, un’alga, un pesce, un uomo: tutti interdipendenti, tutti parte di uno stesso respiro. Per la Earle, questa prospettiva non è solo scientifica ma politica, morale, quasi spirituale. Per usare le su parole: “Dobbiamo progredire in empatia“.

Non si tratta di un sentimento generico, ma di un principio operativo, di una postura cognitiva: imparare a vedere il mondo dalla prospettiva dell’altro, anche quando quell’altro è un organismo marino, invisibile, muto. E nel fare questo, riconoscere che non esistono specie superiori, ma solo equilibri da custodire. 

La simbiogenesi è una teoria evolutiva formulata dalla biologa Lynn Margulis, secondo cui l’origine di molte forme di vita complesse non deriva dalla competizione, ma dalla cooperazione tra organismi distinti. In particolare, la Margulis ha dimostrato che alcune cellule eucariote — come quelle degli animali e delle piante — si sono evolute grazie all’unione stabile di microrganismi più semplici, in una relazione simbiotica così profonda da diventare un nuovo organismo. Mitocondri e cloroplasti, per esempio, erano anticamente batteri autonomi. La simbiogenesi offre così una visione dell’evoluzione basata sull’integrazione e sulla collaborazione, suggerendo che la diversità della vita sia nata, almeno in parte, non dalla sopraffazione, ma dall’alleanza.

Oggi, a oltre novant’anni, Sylvia Earle sogna ancora. Sogna un paio di sottomarini capaci di portare i bambini nella zona crepuscolare dell’oceano per mostrare loro la bellezza che esiste al di sotto della superficie. Sogna un mondo in cui la scienza non sia separata dall’etica, e la conoscenza non sia solo informazione, ma trasformazione. Il mare, per lei, non è mai stato solo un oggetto di studio, ma un interlocutore, un alleato, un insegnante. Ascoltarlo, oggi più che mai, è un atto di sopravvivenza.

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