Waldsiedlung Krumme Lanke è, a prima vista, un piccolo paradiso. Un quartiere fiabesco a sud-ovest di Berlino, tra alberi secolari e sentieri silenziosi, dove le auto sono rare e il profumo dei pini si mescola a quello dei giardini curati. Le casette, tutte simili, hanno tetti spioventi e persiane di legno. E d’estate, bastano un paio di infradito per raggiungere a piedi il lago e tuffarsi nell’acqua.
Ma questa idilliaca pace è costruita su fondamenta cupe. Krumme Lanke nacque alla vigilia della Seconda guerra mondiale come insediamento residenziale per gli ufficiali delle SS, l’élite del Terzo Reich. Qui vivevano, con le loro famiglie, uomini incaricati di progettare e attuare l’Olocausto.
Oggi, un cartello posto all’ingresso del quartiere invita a ricordare. Ma lo fa con parole che suonano quasi incerte:
L’atmosfera serena che la zona trasmette rende difficile ricordare la sua storia.
Eppure, quella storia continua a riaffiorare, nei modi più imprevisti. A volte sotto forma di oggetti – una moneta con la svastica, un vecchio cucchiaio d’alluminio – portati alla luce da un cane che scava in giardino; altre volte attraverso racconti tramandati, sussurri e ricerche storiche. Come quelle di Matthias Donath, studioso di architettura nazista, che ha ricostruito il legame diretto tra il quartiere e Auschwitz: uno degli abitanti, Joachim Caesar, era a capo delle coltivazioni nel campo di sterminio.
“La banalità del male, l’avrebbe chiamata Hannah Arendt” – scrive Donath – “Gli abitanti vivevano in un’oasi. E intanto pianificavano crimini inimmaginabili“.
Per decenni, tutto questo fu rimosso. Dopo la guerra, la Germania aveva bisogno di sopravvivere, e sopravvivere voleva dire dimenticare. Ma non tutti dimenticarono. Susanne Güthler, ad esempio, una maestra oggi in pensione, si trasferì qui nel 2000. E da allora non ha mai smesso di voler sapere.
Voglio conoscere la storia della mia casa. È difficile ascoltare certi racconti, come quelli delle famiglie che si gettarono nel lago per non cadere nelle mani dell’Armata Rossa. Ma il silenzio è più pericoloso.
Lo storico Christoph Kreutzmüller lo sa bene: “Il luogo è una connessione. Quando la memoria diretta scompare, restano i luoghi. E la gente vuole sapere dove vive“.
La vita quotidiana, qui, è avvolta da un paradosso inquietante. Il benessere degli abitanti delle SS si fondava sul saccheggio. “Nel 1943, quante donne avreste visto in pelliccia? Probabilmente tutte, e probabilmente le pellicce venivano da ebrei assassinati“, dice Kreutzmüller.
Quando le truppe sovietiche arrivarono, poi, alcuni fuggirono e altri si suicidarono.
“Nessun segno di proiettile sulle pareti” – racconta lo storico Hanno Hochmuth – “ma dietro quelle porte si nascondevano i cadaveri“.
Nel dopoguerra, le case furono riassegnate, preferibilmente a perseguitati, rifugiati, famiglie sfollate. Quelle stesse planimetrie, pensate per ospitare la “prole ariana”, divennero rifugio per chi aveva perso tutto. I nomi delle strade cambiarono, ma il passato è restato lì, silenzioso.
Waldsiedlung Krumme Lanke è un villaggio dove la bellezza e la barbarie si sono intrecciate in modo indissolubile. Dove ogni pietra conserva un’eco. Dove il passato, se lo si ascolta, continua a parlare.
Gisela Michaelis arrivò nel 1945, a cinque anni. Ricorda un’infanzia felice, fatta di giochi nel bosco e mele rubate dagli alberi. Solo più tardi avrebbe capito chi abitava prima di lei.
Anche Michael Joachim, arrivato nel 1946, crebbe tra quei viali. Ma la memoria, nel suo caso, lo portò oltre: si convertì all’ebraismo, divenne presidente della comunità ebraica berlinese, e quando accoglieva gli ospiti nella sua casa, nessuno obiettava. “Per me, è stato un modo per riprendermi il passato“.
Eppure, la consapevolezza per molti arrivò tardi. Ingrid Fiedler si trasferì qui nel 1985, senza sapere nulla. Un giorno, durante una passeggiata, qualcuno le chiese indicazioni per il “villaggio delle SS“. Tornò a casa confusa. Il giorno dopo, un collega le disse: “Ma non lo sai che vivi proprio lì?“.
Solo nel 2009 fu installato un cartello. Alcuni temevano che attirasse nostalgici nazisti, ma altri, come Dora Dick — ebrea, comunista, sopravvissuta — erano determinati a raccontare. Un giorno, indicò a un giornalista il pianoforte della sua casa: la famiglia delle SS che viveva lì prima di lei aveva provato a reclamarlo.
Viviamo in un luogo costruito dai carnefici, per i carnefici.
Susanne Bücker, una delle abitanti di Waldsiedlung Krumme Lanke
Elmar Bassen e Caroline Frey, coppia berlinese, comprarono la loro casa nel 2011. Dopo la visita, la venditrice consegnò loro un libro: Medicina senza umanità. Raccontava gli orrori commessi da Joachim Mrugowsky, medico delle SS, che aveva vissuto proprio lì. Esperimenti su prigionieri, veleni iniettati nei proiettili, osservazioni cliniche sulla morte.
“Ci siamo guardati: possiamo davvero vivere qui?” – ricorda Frey – “I mattoni possono essere malvagi?“
Alla fine, decisero di restare. “La colpa non è della casa” – dice Bassen – “Forse è proprio il nostro sguardo critico a dare un senso nuovo a questo luogo“.
Oggi vivono sereni, insieme al figlio affidatario Juan. Hanno partecipato alla protesta contro l’AfD, esponendo cartelli alle finestre. “Vogliamo ricordare. Perché ricordare l’orrore forse ci aiuterà a non ripeterlo“.
Non tutti ci pensano ogni giorno, ma nessuno riesce davvero a separare il presente dal passato.
“Non so se altrove riescano a capirlo” – dice Henning Müller, che abita con la moglie Milena e i loro figli in una luminosa mansarda – “Noi qui viviamo bene. Ma allo stesso tempo, viviamo con la consapevolezza quotidiana di ciò che è stato“.
Milena lavora al Museo Ebraico. Quando si presentò l’occasione di trasferirsi qui, lei e il marito accettarono con entusiasmo.
Ora i nostri bambini crescono come quelli di allora. Giocano, imparano a nuotare nel lago. E pensare che chi viveva qui andava ogni mattina nei campi di concentramento… È qualcosa che non riesco a spiegarmi.
Questo articolo si basa su un reportage di Sally McGrane per il New York Times







