Rivoluzioni lampo, illusioni social: come nascono davvero le rivolte

Un nuovo libro sostiene che ciò che diciamo – e come lo diciamo – può determinare se le idee radicali riusciranno davvero a cambiare il mondo.

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Foto: FlickrVision / Getty Images

Nel 2010 un giovane egiziano, Khaled Said, venne picchiato a morte dalla polizia ad Alessandria. Le foto del suo volto deturpato fecero il giro di Facebook, trasformandolo in un simbolo, e in pochi mesi, un’ondata di protesta culminò con la caduta del presidente Hosni Mubarak. Era l’alba delle “rivoluzioni social”: rapide, digitali, apparentemente indolori. Ma anche effimere.

Se di recente vi siete imbattuti in qualche appassionato di storia politica, è probabile che abbiate sentito citare Antonio Gramsci: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si manifestano i fenomeni morbosi più svariati.” Una formula più drammatica, proposta dal filosofo Slavoj Žižek, suona così:

Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo fatica a nascere: questo è il tempo dei mostri.

Una frase che oggi si trova ovunque, e non a caso. Anche se Gramsci scriveva nel 1930 – e il “mostro” al centro dei suoi timori era Mussolini – l’idea di una crisi di autorità, in cui le masse smettono di credere nelle ideologie tradizionali, ha ancora oggi un’aria sorprendentemente attuale. Viviamo in una fase sospesa, in cui le ideologie tradizionali si sgretolano e nessuna nuova narrazione ha ancora preso forma. Basta qualche ora sui social per rendersi conto che i “sintomi morbosi” abbondano. Ma se tutti riconoscono la malattia, nessuno sa con certezza quale nuovo ordine nascerà né come.

Nel suo ambizioso e coinvolgente libro, The Quiet Before. On the Unexpected Origins of Radical Ideas, Gal Beckerman propone una chiave di lettura inaspettata: ogni grande trasformazione inizia con una conversazione. Non tra leader carismatici o strateghi politici, ma tra visionari, intellettuali ai margini, artisti ribelli. E soprattutto, conta non solo cosa dicono, ma come e dove lo dicono: manifesti, ciclostilati, newsletter, chat criptate. Il mezzo, sostiene Beckerman, rafforza il messaggio.

Editor di lunga data per The Atlantic e studioso di comunicazione, Beckerman ci accompagna in un viaggio che attraversa secoli e continenti: dalla Provenza del XVII secolo alla Mosca sovietica, dalla California cyber degli anni Ottanta alla rabbia disordinata dell’alt-right. Il suo filo conduttore? Mostrare come le idee radicali maturino in spazi discorsivi, prima ancora di esplodere nella storia.

The Quiet Before. On the Unexpected Origins of Radical Ideas

Secondo Beckerman, la comunicazione anticipa sempre l’azione. Le rivoluzioni non iniziano con i forconi, ma con le risate, le confidenze, le battute che svuotano il potere del suo alone sacro. Come scrive, citando Saul Alinsky, ogni rivoluzione è un dramma in tre atti: il gran finale colpisce solo chi ha visto l’inizio.

Un esempio eloquente è quello di Nnamdi Azikiwe. Tornato in Ghana nel 1934 dopo gli studi negli Stati Uniti e deciso a combattere il colonialismo, fondò l’African Morning Post, un quotidiano indipendente che ospitava rubriche, lettere polemiche firmate da pseudonimi bizzarri come “Lobster” o “A. Native”. Un’operazione editoriale che era anche un progetto politico: formare una coscienza africana nuova, unita, post-tribale al punto che, anni dopo, Azikiwe divenne il primo presidente della Nigeria libera.

Certo, Beckerman non pretende che un giornale possa di per sé cambiare la storia. Non offre teorie assolute né scorciatoie causali. Sa bene che le rivoluzioni non si fanno solo a colpi di editoriali. Ma ricostruisce con finezza il contesto discorsivo in cui maturano certi cambiamenti. Nel 1936, l’African Morning Post contava appena diecimila abbonati e la maggior parte della popolazione non leggeva in inglese. Ma quando Azikiwe fu processato per sedizione – e clamorosamente assolto – divenne un eroe per molti. Il gesto di scrivere, discutere, stampare era diventato già di per sé un atto politico.

Lo stesso meccanismo torna nei racconti del movimento cartista nell’Inghilterra dell’Ottocento, nella relazione contraddittoria tra Futurismo e Fascismo nell’Italia del primo Novecento e nelle riviste autoprodotte delle riot grrrls negli anni Novanta.

Beckerman non cerca formule universali, ma traccia collegamenti, come quello tra Mina Loy, poetessa femminista nella Firenze del primo Novecento, e le giovani punk di Washington che, novant’anni dopo, fotocopiavano zine dai titoli feroci come Fuck Me Blind.

A metà del libro, entra in scena un nuovo protagonista e con lui il tono cambia: Internet. Se fino a quel momento la comunicazione appariva come un seme silenzioso e potente, ora diventa una forza ambivalente, capace di generare tanto slanci rivoluzionari quanto derive caotiche.

Il caso emblematico è proprio l’Egitto del 2010. Dopo l’assassinio di Khaled Said, le immagini del suo volto deturpato iniziarono a circolare online. Una pagina Facebook – We Are All Khaled Said – raccolse migliaia di follower; le veglie si trasformarono in proteste e la rabbia virtuale si riversò nelle strade. A gennaio 2011, l’appello a manifestare in piazza Tahrir segnò un punto di non ritorno: Mubarak cadde. L’artefice della mobilitazione si rivelò essere Wael Ghonim, giovane manager di Google, che da un giorno all’altro divenne il volto di una rivoluzione 2.0.

Ma l’euforia si dissolse in fretta. Dopo una breve parentesi democratica, l’Egitto è ricaduto sotto un regime autoritario, con al-Sisi al potere, più repressivo del suo precedente. E i social media, un tempo strumento di mobilitazione popolare, sono diventati strumenti di sorveglianza e manipolazione. Ghonim, disilluso, ha tentato di fondare una piattaforma per il dibattito civile, ma il progetto è miseramente fallito. Anni dopo, è apparso su YouTube con video sempre più disordinati, tra confessioni intime, performance bizzarre e tracce di un isolamento che sembra irreversibile.

Beckerman individua qui uno dei paradossi centrali della comunicazione digitale: la sua capacità di accelerare i processi, ma non di strutturarli. I social media soddisfano l’impulso all’azione immediata, ma non offrono lo spazio per un’elaborazione collettiva. Nel caso delle “primavere arabe” la stessa piattaforma che aveva reso possibile le rivolte è diventata, nel giro di poco, terreno fertile per la repressione e il disincanto.

Oggi, il volto della resistenza egiziana non è più Ghonim, ma Alaa Abd El Fattah, un intellettuale incarcerato da anni. In una rara intervista, El Fattah è stato lapidario:

Facebook è una trappola. Ti inghiotte. È fatto per discussioni emotive con i tuoi amici.

Non un’agorà pubblica, dunque, ma una macchina progettata per attivare i riflessi più viscerali.

Il merito del libro non è quello di offrire formule risolutive, ma nel suggerire una lente diversa. Non tutto ciò che è virale è duraturo. Non basta riempire le piazze. Perché un’idea attecchisca davvero, serve del tempo. Serve ascolto.

Beckerman lo dice con sobrietà: non ci sono media buoni o cattivi in sé. I giornali e le piattaforme digitali possono essere strumenti di emancipazione o di oppressione. Azikiwe possedeva davvero il suo giornale; Ghonim credeva di possedere la sua pagina, ma apparteneva a Facebook. La differenza non è solo tecnica: è politica.

The Quiet Before non pretende di spiegare tutto. Preferisce mostrarci, con eleganza e precisione, che le idee rivoluzionarie non nascono nei clamori delle folle, ma nei margini, nei tempi lenti, tra chi sceglie di parlare prima che il mondo sia pronto ad ascoltare.

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