Nel paesaggio dell’arte contemporanea italiana e internazionale, pochi nomi brillano con la forza simbolica di Arnaldo Pomodoro. Nato nel 1926 a Morciano di Romagna, Pomodoro ha trasformato il bronzo in materia viva, scolpendo forme che sembrano racchiudere segreti antichi e al tempo stesso rivolgersi al futuro. Le sue opere – monumentali, enigmatiche, profondamente moderne – non sono semplici sculture, ma dispositivi del pensiero, architetture della memoria e della tensione tra ordine e disfacimento.
La sua storia si intreccia con il tessuto della cultura italiana del dopoguerra. Cresciuto in un ambiente dove la creatività si intrecciava con la tecnica, Pomodoro inizia il suo percorso formativo come geometra e tecnico edile, prima di approdare all’arte.
Un aneddoto illuminante riguarda i suoi primi passi da scultore: “Nel dopoguerra, con mio fratello Giò, realizzavamo piccoli gioielli in oro e argento che incidevamo a mano. Era il nostro modo di entrare nell’arte, partendo dalla materia più intima e preziosa“, raccontò in un’intervista del 2010. È a Pesaro, poi a Milano, che comincia a frequentare ambienti intellettuali e artistici vivaci, entrando in contatto con figure fondamentali dell’avanguardia italiana ed europea.
Nel fermento culturale degli anni Cinquanta, Arnaldo Pomodoro entra in relazione con Lucio Fontana, Enrico Baj, Bruno Munari, e successivamente con artisti americani come Mark Rothko e Robert Rauschenberg. Ma la sua voce si distingue fin da subito per un linguaggio personale, fondato su una riflessione scultorea profonda, dove la materia non è mai solo superficie, ma sistema, organismo, cosmo.
Il simbolo assoluto del lavoro di Pomodoro è la sfera. Apparentemente perfetta, richiama il classicismo, la perfezione matematica e celeste. Ma Pomodoro la apre, la squarcia, la corrode dall’interno. Nelle sue Sfera con sfera, l’artista rivela meccanismi nascosti, ingranaggi, ferite, strutture misteriose che destabilizzano l’apparente armonia.
In una celebre dichiarazione, lo scultore affermò:
Voglio rompere la perfezione della sfera, scoprire ciò che è nascosto, come un archeologo che scava nel futuro.
Questa tensione tra involucro e interiorità, tra superficie e profondità, è la cifra poetica e filosofica della sua opera. Il bronzo, materia nobile e pesante, viene piegato a un discorso quasi metafisico. La scultura diventa una riflessione sull’essere e sulla memoria collettiva.
Non ha mai voluto chiudere la sua arte entro i confini del museo. Le sue opere sono disseminate nelle piazze, nei campus universitari, nei centri del potere economico e politico del mondo: da Roma a Milano, da Los Angeles a Dublino, da Brisbane a Teheran.
Un aneddoto curioso riguarda la Sfera davanti alla sede dell’ONU a New York. Durante l’installazione, un diplomatico gli chiese cosa rappresentasse e lui rispose:
È il cuore del mondo che pulsa e scricchiola sotto la pressione delle sue stesse creazioni. Un equilibrio instabile, ma necessario.
Ma è a Milano che Pomodoro ha lasciato il segno più profondo. Oltre alla sua intensa attività artistica, ha fondato nel 1995 la Fondazione Arnaldo Pomodoro, uno spazio culturale vivo e aperto che ospita mostre, ricerche, percorsi educativi e documentazione sul suo lavoro e su quello degli artisti contemporanei. La fondazione è il segno di un impegno civile e formativo che va oltre la scultura e abbraccia l’idea di arte come eredità attiva, non come reliquia.

L’universo di Pomodoro è un cortocircuito continuo tra mito e tecnologia. Le sue colonne traforate, le porte monumentali, i labirinti sotterranei e le superfici incise richiamano geroglifici futuribili. Si ha l’impressione che parlino una lingua perduta, o ancora da inventare.
A chi gli chiedeva da dove provenissero quei segni incisi sulle sue superfici, rispondeva:
Invento alfabeti che non hanno bisogno di essere decifrati. Parlano direttamente alla parte antica del nostro pensiero.
In opere come Il Grande Portale o il Teatro del Mondo, si coglie un dialogo costante tra architettura sacra, ingegneria moderna e scrittura astratta. Critici e filosofi hanno letto in Pomodoro un erede contemporaneo della scultura etrusca e rinascimentale, ma anche un artigiano del postmoderno, capace di unire Artaud e Leonardo, Piranesi e Kubrick.
Emblematica è, in tal senso, la collaborazione con Luca Ronconi per l’Orestea, quando progettò scenografie monumentali in bronzo e metallo che sembravano sculture viventi, dispositivi scenici capaci di trasformare lo spazio in rito.

Oggi Arnaldo Pomodoro è considerato uno dei più grandi scultori viventi. La sua opera ha valicato le mode, i linguaggi e le correnti. Non ha mai cercato il facile effetto o la provocazione, ma ha costruito nel tempo un linguaggio coerente, riconoscibile, eppure sempre misterioso.
Nel 2022, in occasione del suo 96° compleanno, Pomodoro dichiarò:
Continuo a lavorare ogni giorno, perché solo facendo si può pensare. La scultura è il mio modo di abitare il mondo.







