Thomas Barbèy è un fotografo noto per i suoi sorprendenti fotomontaggi surreali in bianco e nero. Le sue immagini, al tempo stesso visionarie e ricche di dettagli realistici, trasportano lo spettatore in mondi sospesi tra sogno e realtà. Con uno stile inconfondibile sviluppato in decenni di carriera cosmopolita, Barbèy si è ritagliato un posto originale nel panorama dell’arte contemporanea, affascinando sia il grande pubblico sia i critici più esigenti.
Ma come nascono visioni così straordinarie? Barbèy opera esclusivamente con tecniche analogiche, rifuggendo l’uso del fotoritocco digitale. Scatta in pellicola con le sue inseparabili fotocamere a rullino, dalle classiche reflex Canon AE-1 35mm fino alla medio formato Mamiya RB67, e realizza i montaggi in camera oscura. Per ottenere gli effetti desiderati combina sapientemente più negativi in un’unica stampa, attraverso procedimenti come la stampa a combinazione, il sandwich di negativi (stampati simultaneamente) o la doppia esposizione pianificata in fase di scatto. In alcuni casi arriva a creare collage fisici da più fotografie, ritoccandoli a mano e poi rifotografandoli nuovamente su pellicola, così da ottenere un negativo finale unico. Tutto avviene quindi con mezzi tradizionali, in un processo laborioso che richiede grande perizia tecnica ma che dona alle opere un aspetto incredibilmente omogeneo e realistico. È notevole il fatto che molte immagini nascono dall’unione di scatti realizzati ad anni di distanza l’uno dall’altro: Barbèy può infatti recuperare fotografie scattate anche vent’anni prima durante i suoi viaggi, quando finalmente “trovano il loro posto” come tasselli di un nuovo fotomontaggio.




Il suo modus operandi unisce pianificazione e serendipità. Talvolta l’artista concepisce un’idea fin dall’inizio e scatta immagini mirate per realizzarla; altre volte l’ispirazione viene dopo, a montaggio completato, quando è l’opera stessa a rivelare retrospettivamente il suo significato In entrambi i casi, ogni fotomontaggio deve superare quello che Barbèy definisce il suo “test del So what?“: in sostanza, l’immagine composta deve suscitare in lui un’emozione o veicolare un messaggio preciso, altrimenti viene scartata e l’idea ricomincia da capo.
Un elemento distintivo del suo approccio è anche l’uso dei titoli in chiave creativa: spesso il titolo di un’opera aggiunge un livello di interpretazione ironica o narrativa, dando un “senso” ulteriore alla scena rappresentata. Ad esempio, un fotomontaggio mostra un enorme transatlantico inghiottito da un gorgo nell’oceano; un’immagine di per sé assurda, che però acquista una sfumatura giocosa grazie al titolo Shortcut to China (“Scorciatoia per la Cina”). In un’altra opera, intitolata con arguzia Sunbathing (“Prendere il sole”), due persone apparentemente intente a passeggiare sulla spiaggia si trovano in realtà sul fondo di una piscina vuota. Questo connubio di tecnica sopraffina e immaginazione surreale, unito a un pizzico di humour, rende immediatamente riconoscibili le sue creazioni.


Nato nel 1957 a Greenwich e cresciuto a Ginevra, Thomas Barbèy sviluppa fin da giovanissimo una passione per l’arte, ispirato da maestri visionari e da un contesto stimolante. Dopo un periodo da cantautore pop con lo pseudonimo Tom Hooker, si stabilisce a Milano, dove lavora come fotografo di moda. Nel 1995 torna negli Stati Uniti, a Las Vegas, e si dedica alla fotografia d’arte, intraprendendo un percorso creativo autonomo che lo porterà a viaggiare in tutto il mondo alla ricerca di immagini da trasformare in mondi surreali.
La ricezione del lavoro di Thomas Barbèy riflette la singolarità della sua visione nel contesto odierno. La critica ha accostato il suo approccio a quello del maestro del fotomontaggio analogico Jerry Uelsmann, notando però come Barbèy aggiorni quella tradizione con uno sguardo e una sensibilità del tutto contemporanei.
Le fotografie di Barbèy sono state esposte in gallerie d’arte di tutto il mondo e oggi figurano in importanti collezioni permanenti. Alcuni musei hanno acquisito suoi lavori, come il New Britain Museum of American Art nel Connecticut e l’American Museum in Britain di Bath (Regno Unito). Non a caso Barbèy ha persino inaugurato una propria galleria monografica a Lahaina, nelle Hawaii. Oltre alle mostre, l’artista ha diffuso il suo immaginario attraverso varie pubblicazioni e collaborazioni editoriali: nel 2010 ha raccolto i suoi fotomontaggi in un volume intitolato Stripped to the Core: A Book of Photomontages, e molte sue immagini sono state riprodotte in poster, calendari e perfino in puzzle. La sua notorietà è attestata anche dalla presenza sulle pagine di numerose riviste d’arte e di cultura visiva: Barbèy ha ottenuto copertine e servizi dedicati su testate come Focus, Rangefinder e perfino sul quotidiano La Repubblica.


In un’epoca dominata dalla fotografia digitale e dalla post-produzione al computer, Thomas Barbèy rappresenta la persistenza di un approccio artigianale e visionario all’arte fotografica. Le sue composizioni, sospese tra tecnica e fantasia, dimostrano come la fotografia surrealista possa ancora stupire e far riflettere, rinnovandosi nel dialogo con la tradizione. La sua opera, con la sua poetica dell’assurdo e la sua impeccabile esecuzione tecnica, continua a ispirare nuove generazioni di artisti e a ricordare a tutti noi il potere evocativo dell’immagine nel trasportarci oltre i confini del reale.


















