La Guerra di Secessione americana poteva essere evitata?

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Fonte: Libreria del Congresso

La Guerra Civile americana, nella memoria collettiva, ha assunto tinte epiche: atroce, ma tragica ed eroica, intrisa di malinconici violini appalachiani. Ma domandarsi se potesse essere evitata – se un compromesso pragmatico avrebbe potuto risparmiare al Paese centinaia di migliaia di morti – sembra quasi blasfemo. Nessuna guerra, niente Lincoln, nessun Proclama di Emancipazione, nessuna Gettysburg: eppure, dopo 750.000 morti, gli ex schiavi rimasero in gran parte prigionieri di un regime segregazionista.

È su questa possibilità che si interroga Jay Winik in 1861: The Lost Peace. Il titolo è ambizioso e restituisce l’immagine di due Americhe che si parlano addosso, incapaci di ascoltarsi. Tuttavia, nel raccontare i tentativi di evitare la guerra, emerge con forza l’ostinata volontà di Lincoln di trovare una mediazione, almeno all’inizio.

Lincoln non veniva né da Boston né da New York: era un uomo della frontiera. Non era un prodotto della macchina politica, ma un outsider che riuscì a conquistare la nomination repubblicana battendo il favorito William Henry Seward, per poi vincere le elezioni presidenziali contro il candidato democratico John Breckinridge, sostenitore della schiavitù.

Pochi mesi dopo la sua elezione, iniziarono a circolare voci su possibili complotti per assassinarlo. Per questo fu costretto a raggiungere Washington sotto scorta, nel massimo riserbo, accompagnato dagli agenti della neonata agenzia investigativa Pinkerton. Il suo arrivo quasi in incognito contribuì a diffondere l’idea di un presidente sì eletto, ma già sotto assedio. Nel frattempo, gli Stati del Sud cominciavano a dichiarare la secessione dall’Unione, uno dopo l’altro. A Charleston, intanto, le truppe confederate stringevano d’assedio Fort Sumter.

Nonostante il tentativo di presentarsi come figura di equilibrio, Lincoln aveva un solo, pressante pensiero al centro del suo programma: la schiavitù, da lui rifiutata con assoluta fermezza. “Una casa divisa contro se stessa non può reggere.” – disse – “Credo che questo governo non possa durare in eterno per metà schiavo e per metà libero“.

Ma se il giudizio morale era netto, la strategia politica era più sfumata. Lincoln non era un abolizionista militante nel senso più radicale del termine né un difensore dello status quo schiavista, come qualcuno ha tentato di ritrarlo in seguito. Era, piuttosto, un abile uomo politico che cercava di tenere insieme un’ampia coalizione. Comprendeva perfettamente che spingere per un’abolizione immediata e totale avrebbe alienato gli Stati di confine. Così, optò per un approccio più cauto: contenere la schiavitù, impedirne la diffusione nei nuovi territori, lasciando intendere che in questo modo sarebbe finita per esaurirsi da sola.

Durante quel delicato interregno che precedette l’insediamento ufficiale, intraprese un epistolario con Alexander Stephens, georgiano e suo ex collega al Congresso, poi destinato a diventare vicepresidente della Confederazione. Lo scambio mise subito in chiaro l’abisso ideologico che separava Nord e Sud. Stephens non lasciava spazio a interpretazioni. “Noi del Sud pensiamo che la schiavitù africana, così come esiste da noi, sia giusta… Questa opinione si fonda sull’inferiorità della razza nera” – scriveva senza remore – “Voi, invece – e forse la maggioranza del Nord – la ritenete sbagliata. Esiste, dunque, una differenza di opinioni.

Dinanzi a una simile frattura morale, ogni tentativo di conciliazione sembrava già compromesso. E tuttavia, come sottolinea Winik nel suo studio, non mancò un ultimo, estremo tentativo di evitare il conflitto: una Conferenza di pace tenutasi tra il 4 e il 27 febbraio 1861, a Washington, presso il Willard Hotel. All’epoca, il Willard era un centro nevralgico della vita politica cittadina, forse più della Casa Bianca o del Campidoglio, che ancora attendeva il completamento della sua cupola in ghisa.

Alla conferenza parteciparono delegati provenienti da ventuno dei trentaquattro Stati dell’Unione. Vi erano rappresentanti del Sud, in particolare della Virginia – culla dei presidenti americani e non ancora formalmente secessionista – e repubblicani del Nord, molti dei quali agivano sotto la supervisione, più o meno diretta, di William Seward. Tra i presenti figurava anche John Tyler, già presidente degli Stati Uniti e ancora figura influente, sebbene priva di un incarico ufficiale.

I toni dei colloqui furono civili, persino cordiali. Venne persino redatto un progetto di tredicesimo emendamento (ben diverso da quello che, pochi anni dopo, avrebbe abolito la schiavitù), volto a garantire la tutela costituzionale dell’istituzione schiavista nei territori in cui era legale. Lincoln stesso, pur riluttante, sembrava pronto ad approvarlo.

Il nodo davvero irrisolvibile era l’espansione della schiavitù nei nuovi territori dell’Unione. Su questo punto, il confronto si fece serrato. Nonostante la cortesia formale dei toni e le aperture retoriche al compromesso (Lincoln arrivò persino ad ammettere, seppure con riluttanza, la possibilità che uno schiavo fuggitivo potesse essere legalmente catturato e restituito al proprio padrone), la distanza tra le parti si rivelò incolmabile. Le divergenze non si radicavano in mere contrapposizioni d’interesse, bensì in paure profonde e speculari, in visioni del mondo irriducibili.

Per i rappresentanti del Sud, ogni limitazione alla schiavitù era letta come un attacco esistenziale, un tentativo mascherato di accelerarne l’estinzione. Per il Nord, invece, qualunque riconoscimento costituzionale della schiavitù appariva come il cavallo di Troia per la sua diffusione illimitata. Entrambe le parti comprendevano, con chiarezza brutale, che non si trattava più di negoziare il presente, ma di decidere il futuro.

Ad amplificare tutto ciò, c’era la paura del Sud, alimentata dalla fallita, ma clamorosa rivolta guidata dall’abolizionista John Brown a Harpers Ferry. Non accadde allora, dato che gli schiavi non si erano uniti a Brown, e non accadrà nemmeno durante la breve stagione della Ricostruzione. Ma il terrore di una rivolta nera armata era radicato e incontrollabile nella mente dei sudisti.

Stephens lo scrisse a Lincoln: “Esempi di follia come il raid di John Brown… hanno ricevuto tanta simpatia da molti e nessuna condanna aperta da parte dei leader del vostro partito“.

Nonostante tutto, il presidente partecipò attivamente ai lavori della Conferenza. Ribadì con fermezza che il suo compito era semplicemente quello di far rispettare la Costituzione, che a suo avviso, vietava la secessione. Eppure, alla fine, pur dopo tanti tentativi di compromesso, la sua posizione appariva ormai chiara. Disse:

In una scelta tra i mali, la guerra potrebbe non essere sempre la peggiore. Tuttavia, farei tutto ciò che è in mio potere per evitarla, tranne trascurare un dovere costituzionale. Quanto alla schiavitù, deve accontentarsi di ciò che ha. La voce del mondo civile è contraria.

La sua strategia si basava sull’idea di accerchiare la schiavitù fino a renderla insostenibile, confidando che si sarebbe autodistrutta. La schiavitù aveva un passato maledetto e un presente da sopportare, ma nessun futuro. E così la Conferenza di pace del Willard Hotel si concluse senza fragore, affondando nel silenzio. Le sue risoluzioni vennero respinte al Senato e non arrivarono mai alla Camera. La guerra, ormai, era più vicina di qualsiasi accordo.

A posteriori, ciò che stupisce di più in quei giorni di trattative non è tanto il fallimento in sé, quanto l’assenza di una proposta concreta e razionale da parte del Nord per un piano di emancipazione graduale e compensata. Un’iniziativa di questo tipo, finanziata dall’enorme capitale industriale già accumulato nel Nord, avrebbe potuto rappresentare una soluzione di compromesso: lenta, imperfetta, certo, ma potenzialmente capace di evitare la catastrofe.

Non si trattava di un’idea inedita. La Pennsylvania l’aveva già attuata alla fine del Settecento, e persino Thomas Jefferson l’aveva proposta per la Virginia. Eppure, nel 1861, nessuno a Willard la riprese in mano. E quando Lincoln, nel pieno del conflitto, tornò a suggerirla fu ostacolato anche da chi avrebbe dovuto esserne il naturale alleato. La schiavitù, a quel punto, era diventata qualcosa di più di un’istituzione economica: era un sistema di potere profondamente intrecciato alla cultura del terrore, soprattutto nel Sud, dove si temeva che la sua fine avrebbe scatenato una violenza catartica, vendicativa e incontrollabile.

Ma la tragedia fu doppia. Mentre il Sud era prigioniero delle sue paure (il timore ossessivo di essere colpito da una ribellione degli schiavi) il Nord si mostrava incapace di concepire la portata della violenza che stava, inconsapevolmente o meno, per accettare. Un’intera nazione, nel suo insieme, si preparava a precipitare in una guerra che molti ritenevano ancora impossibile, e che invece sarebbe divenuta la più sanguinosa della sua storia.

L’argomentazione con cui Lincoln cercò di legare l’abolizione della schiavitù alla preservazione dell’Unione era sottile, ma decisiva. La secessione, sosteneva, non era soltanto una frattura territoriale: era una negazione del principio stesso di democrazia. La schiavitù, inoltre, non poteva più essere trattata come una questione locale, provinciale. Era una ferita nazionale. E la nazione, per sopravvivere, doveva affrontarla nel suo insieme.

Questa logica, oggi talmente familiare da sembrarci scontata, era alla base della celebre frase pronunciata da Lincoln nel Discorso di Gettysburg: “Una nazione così concepita e così votata” – cioè fondata sulla libertà – “può durare a lungo?“.

Nel suo studio Fear No Pharaoh, lo storico Richard Kreitner mostra come questa retorica sull’Unione avesse un effetto profondamente persuasivo, anche in ambienti inizialmente ostili. Persino Morris J. Raphall, rabbino di New York che aveva giustificato la schiavitù sulla base delle Scritture, cambiò radicalmente posizione dopo aver ascoltato l’appello all’unità lanciato dal presidente.

Perché quest’argomentazione abbia avuto tanto successo è ancora oggi oggetto di dibattito. Edmund Wilson, nel suo Patriotic Gore, suggeriva una spiegazione cruda: i grandi Stati inglobano quelli piccoli; la retorica dell’Unione era efficace proprio perché mascherava la realtà della conquista. Ma proprio come l’Unione cementò l’identità del Nord, la secessione fece lo stesso con il Sud, unito dalla paura dell’emancipazione e dalla fede in un’economia agraria mitizzata. La guerra, paradossalmente, divenne così un vettore di identità condivisa.

In Lincoln’s Peace, Michael Vorenberg mostra che, anche alla fine del conflitto, la mentalità suprematista del Sud rimase intatta. La guerra non finì davvero: continuò sotto altre forme, con la violenza paramilitare e la restaurazione dell’apartheid. Il compromesso che portò alla vicepresidenza di Andrew Johnson, ex democratico del Tennessee, fu l’ennesima manifestazione dell’incapacità del Nord di imporre un cambiamento radicale.

All’inizio Lincoln fu un uomo che intuì, con forza, che la schiavitù era profondamente sbagliata. Poi divenne un uomo colpito da un fatalismo tragico, dominato dalla consapevolezza di essere parte di una volontà più grande. Infine, nel mezzo della devastazione, riuscì a immaginare un orizzonte di speranza, come se da tanto dolore potesse davvero nascere una terra nuova e più giusta.

Ma riconoscere l’inevitabilità della guerra non significa dichiararne la giustezza. Valeva il prezzo pagato? Se qualcuno avesse avuto l’immaginazione e il coraggio di elaborare un piano per un’emancipazione graduale, forse la libertà sarebbe arrivata più tardi, ma avrebbe risparmiato la vita a centinaia di migliaia di persone. La storia avrebbe accettato lo stesso esito con meno sangue. Ma 800.000 americani morirono davvero – molti in condizioni atroci – e gli ex schiavi, per i quali la guerra era stata combattuta, furono abbandonati a un regime postbellico segnato dal terrore. È troppo facile, oggi, guardare indietro e assolvere tutto come necessario. La verità è che la morte collettiva non ci turba finché non la sentiamo vicina.

Tolstoj venerava Lincoln, definendolo “un Cristo in miniatura, un santo dell’umanità“. Ma nel suo Guerra e pace è stato forse più onesto: racconta il momento in cui un giovane soldato, colpito sul campo, guarda il cielo con uno sguardo vuoto e stupito, come se in quel suo ultimo attimo di vita si stesse chiedendo: perché devo morire per questo?

Il maggiore Sullivan Ballou scrisse alla moglie Sarah, poco prima della prima battaglia di Bull Run: “Se non tornerò, mia cara Sarah, non dimenticare mai quanto ti amo, né che, quando il mio ultimo respiro mi sfugge sul campo di battaglia, sussurrerà il tuo nome“. Una palla di cannone gli strappò una gamba. Morì pochi giorni dopo, in agonia. E forse non riuscì a sussurrare nulla.

Le parole di Lincoln a Gettysburg ci esortano a rinnovare l’impegno per la causa della libertà. Ma il fine della libertà non è morire per essa, bensì vivere senza paura. Ricordare la guerra significa anche questo: riconoscere il dolore nel cuore del mito. Anche se accettassimo che la guerra fosse la scelta meno peggiore, nulla potrebbe cambiare ciò che accadde a Bull Run, ad Antietam, a Gettysburg. Restare coscienti del dolore altrui, resistendo alla retorica eroica, alle razionalizzazioni retrospettive e ai miti tribali, è forse il compito morale più difficile che abbiamo, e in cui, troppo spesso, falliamo.

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