Il regista portoghese Manoel de Oliveira, scomparso nel 2015 a centosei anni, è stato un po’ il Benjamin Button del cinema. Prima dei sessant’anni aveva girato solo due lungometraggi, poi ne ha realizzati altri trenta, ventidue dei quali tra gli ottantuno e i centotre. Però, più che il numero, a contare è la qualità straordinaria della sua arte.
A raccontare la sua storia, in fondo, ci ha pensato lui stesso in Porto della mia infanzia (2001), un piccolo gioiello di docufiction. Il film è una specie di esplosione silenziosa di memoria e gratitudine verso la Porto in cui è cresciuto, una città piena di meraviglie culturali e naturali. Tutto comincia da una casa ormai abbandonata su una collina, da cui si godeva una vista spettacolare: un simbolo della prosperità familiare di Oliveira, figlio di un industriale benestante. Il film lo mostra giovane, interpretato dal nipote Jorge Trêpa, mentre resta incantato a teatro davanti a un’operetta. E c’è anche il novantenne Oliveira che si diverte ad interpretare un ladro gentile.
Il regista rievoca poi le sue corse in macchina con l’autista di famiglia, facendo “viaggiare” la Porto moderna attraverso i finestrini di un’auto d’epoca, come se il tempo non fosse passato. Racconta dei bohémien che bighellonavano eleganti davanti a una panetteria, delle sue prime avventure nei locali notturni, del negozio di dolci trasformato in boutique di moda, delle passeggiate sul lungomare, dei primi amori innocenti e dei suoi amici artisti, alcuni dei quali costretti all’esilio dalla dittatura di Salazar.
E poi, naturalmente, ricorda la scoperta del cinema: le proiezioni nei teatri decorati della città e l’impressione lasciata dai primi film muti. Ricollega persino i suoi primissimi esperimenti cinematografici a quelle vie che conosceva da bambino. Quando racconta di come, nel 1931, abbia girato il suo primo corto Douro, Faina Fluvial, usando il garage di casa per sviluppare la pellicola, si percepisce chiaramente quanto la sua arte sia nata dall’amore per il cinema e non per una moda del momento.
Il montaggio di Porto della mia infanzia è un capolavoro in sé: un collage armonioso di documentari d’epoca, filmati contemporanei, fotografie e scene ricostruite che restituiscono la vivacità e il teatro spontaneo della Porto dei suoi ricordi. Oliveira intreccia la memoria personale con la storia del Portogallo, raccontando come i monumenti della città abbiano plasmato la sua consapevolezza politica e culturale.
Questi temi – l’eleganza decadente, il lusso vissuto con un certo scetticismo, l’attrazione per la bellezza e il peso della storia – sono un leitmotiv della sua filmografia. Le sue storie si concentrano spesso sull’aristocrazia e sull’alta borghesia: mondi raffinati, ma anche pieni di vanità e illusioni.
In La lettera (1999), adattamento del romanzo La principessa di Clèves di Madame de La Fayette, Oliveira porta la storia nella Francia contemporanea, ma lascia che i personaggi vivano ancora immersi in un universo fatto di formalità antiche, quasi impermeabile al tempo, finché l’arrivo di un cantante pop (interpretato da Pedro Abrunhosa) non rompe quell’equilibrio polveroso.
Come ogni grande regista prolifico, Oliveira aveva un suo “metodo”: lavorava spesso con lo stesso produttore (Paulo Branco) e con una compagnia di attori fidati, tra cui il nipote Ricardo Trêpa, Michel Piccoli, Leonor Silveira e Irene Papas. Tre di loro compaiono in Party (1996), un film che esplora l’ermetico romanticismo di un diverso tipo di aristocrazia: quella artistica, attraverso un nuovo intreccio tra documentario e finzione. La festa che dà il titolo al film si svolge nel rigoglioso giardino esterno della spettacolare villa su un’isola, proprietà di una giovane coppia ricca ed elegante, Leonor (Leonor Silveira) e Rogério (Rogério Samora).
Tra gli invitati spicca un’altra coppia più matura, Michel (Michel Piccoli) e Irene (Irene Papas). Mentre Rogério intrattiene Irene, Michel e Leonor si appartano in modo civettuolo lungo il lungomare. Le conversazioni lunghe, pungenti e ricche di aforismi sembrano destinate a riverberarsi nella vita reale. L’aria di mare accende i desideri dei partecipanti, ma un deus ex machina in forma di una tempesta di vento, grottesca e improvvisa, interrompe la festa prima che le pulsioni trovino compimento.
Cinque anni più tardi, i quattro si ritrovano nella stessa lussuosa dimora: immersi nell’imponente eredità storica della collezione d’arte e del patrimonio che li circonda, il nuovo vortice di parole altisonanti si carica di tensione, mentre il vecchio flirt minaccia di riesplodere, con esiti dolorosi. Ancora una volta, sarà un deus ex machina a interrompere il conflitto, liberando i protagonisti da un’altra bolla di lusso e oppressione.
I film di Oliveira sono attraversati dalle potenti correnti della storia, che si tratti di antichi conflitti impressi nelle città o di eventi più recenti che ancora segnano la memoria di molti. Viaggio all’inizio del mondo (1997) è un altro raffinato intreccio di documentario e finzione che fa della memoria — e dei suoi paradossi — il suo tema centrale. Qui, Oliveira si concede una personale fantasia romantica, affidando a Marcello Mastroianni (sarà il suo ultimo film) il ruolo di un anziano regista di nome Manoel.
Manoel parte da Parigi insieme a tre giovani attori: Judite (Leonor Silveira), Duarte (Diogo Dória), entrambi portoghesi, e Afonso (Jean-Yves Gautier), francese, figlio di un emigrato portoghese che aveva lasciato il suo Paese per combattere nella guerra civile spagnola. Il gruppo si dirige verso un remoto villaggio portoghese, terra d’origine del padre di Afonso, nella speranza di ricostruirne la storia familiare e di capire cosa accadde laggiù, durante e dopo il conflitto.
La premessa del film ha una base documentaristica sia perché ispirata alle esperienze reali dell’attore franco-portoghese Yves Afonso che per lo stile con cui è girato. Gli attori visitano luoghi carichi di storia e ne discutono tra loro, mescolando ricordi personali, tradizioni familiari e suggestioni letterarie. Afonso fatica a ritrovare il filo della memoria, mentre Manoel, più anziano, riempie i silenzi con racconti ricchi di dettagli ed emozioni.

Viaggio all’inizio del mondo, pur con la sua struttura narrativa libera e il gusto per l’indagine, è denso e letterario come gli altri lavori di Oliveira. Una visita alla casa natale di Manoel anticipa, per toni e leggerezza, la confessione nostalgica di Porto della mia infanzia. Ma nel film c’è anche una dimensione sorprendentemente teatrale, che emerge con forza quando il gruppo raggiunge il villaggio di Afonso e si perde in lunghe discussioni storiche: si parla della Prima Guerra Mondiale, delle guerre coloniali portoghesi e della nascita dell’Unione Europea.
E infine, forse la più bella metafora visiva che Oliveira ci regala per rappresentare il lavoro della memoria: la vista dal lunotto posteriore di un’auto in corsa, dove passato e presente si confondono in un’unica, struggente immagine.
Oliveira è stato, per necessità politica, un outsider del cinema durante la dittatura di Salazar. Questo lo ha reso, in un certo senso, un dilettante, nel senso più puro del termine. Pur utilizzando tecniche convenzionali, nei suoi film non c’era nulla di usuale: erano opere grandiosamente concepite ma realizzate in modo artigianale, quasi a mano.
Le sue riprese degli attori sembrano scolpite: più che l’azione, contano la postura, l’immobilità rispetto all’ambiente circostante. I suoi tableau, con un’illuminazione da pittura classica, mostrano personaggi che declamano, donando un candore disarmante a una sensibilità allo stesso tempo raffinata e astratta. Le narrazioni sembrano spesso emergere spontaneamente, come se venissero scoperte in corso d’opera, e questa naturalezza crea un affascinante effetto digressivo. Eppure l’eleganza e la cura rimangono sempre altissime. Nulla, nei suoi documentari o nelle sue ricostruzioni, risulta grezzo o improvvisato: ogni immagine è elegante, ogni inquadratura ha la grazia di un gesto pensato.
Forse il punto più alto di questa eleganza si trova in Torno a casa, girato nello stesso anno di Porto della mia infanzia. Qui Michel Piccoli interpreta Gilbert Valence, un attore ormai anziano, ma ancora all’apice della propria arte. Quando Gilbert viene colpito da una grave perdita personale, reagisce gettandosi nel lavoro e riscoprendo con nuova sensibilità i piccoli piaceri quotidiani: il tempo passato con il giovane nipote Serge (Jean Koeltgen), le passeggiate per la città, l’osservazione delle vetrine e dei caffè. Accetta anche di recitare in un ambizioso film diretto da un regista americano (interpretato da John Malkovich), solo per scoprire che, mentre la sua arte si è affinata come non mai, il suo corpo non sempre riesce a reggere il peso dell’ispirazione.
Concentrandosi con intensità su un unico personaggio, Oliveira riesce a costruire una soggettività cinematografica rara e raffinatissima. Torno a casa è attraversato dalla gioia per un linguaggio grandioso – basti pensare alle scene in cui Gilbert recita Il re muore di Ionesco, La tempesta di Shakespeare o brani tratti dall’Ulisse di Joyce – ma è anche pieno di momenti estatici e silenziosi: brevi scorci senza parole della vita parigina, osservata attraverso vetrine e strade, come un balletto urbano improvvisato.
Gilbert, immerso nel lutto, arriva a chiamare la sua nuova compagna di vita “solitudine” (usando proprio il termine in italiano), coltivandola come si coltiverebbe un’amicizia preziosa. Oliveira ne condivide la contemplazione, il piacere silenzioso di quel vuoto pieno di memoria. Così, nel film più intimo di uno dei registi più sofisticati del Novecento, l’esperienza si dilata fino a diventare grande storia: un’intera vita d’arte e dedizione racchiusa in piccoli gesti di travolgente potenza.







