james james cannibalismo

James Jameson. L’orrore.

Attenzione! Questo articolo contiene descrizioni dettagliate di eventi storici cruenti. Si consiglia la lettura con cautela, soprattutto a chi potrebbe trovare questi contenuti particolarmente angoscianti.

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James Jameson non era un uomo comune. La John Jameson & Son Irish Whiskey Company affondava le sue radici nel 1780, quando John Jameson senior fondò a Dublino quella che divenne una delle distillerie più celebri d’Irlanda. James, il rampollo di questa dinastia, era nato in una grande casa neogotica ad Alloa nella contea di Clackmannanshire in Scozia, nel 1856. Avrebbe potuto trascorrere i suoi giorni tra le pareti di legno scuro di un club per gentiluomini, discorrendo di affari e di botti di whiskey invecchiate, ma qualcosa in lui anelava al viaggio, un’inquietudine senza nome lo spingeva a oltrepassare le frontiere conosciute per immergersi nell’ignoto.

Salpò giovane, ancora acerbo, verso l’Estremo Oriente. Il suo viaggio lo portò dapprima a Ceylon, la lacrima dell’India. Là, sulla vetta di Sri Pada, si dice che Adamo stesso abbia posato il piede in esilio. Navigò per giorni, superando tempeste e bonacce, fino a che la sua nave trovò ormeggio a Singapore. Perla della corona britannica, la città pulsava di vita: le sue strade rigurgitavano di commercianti cinesi, di coolies sudati, di mercanti arabi con le mani tintinnanti d’oro. Il profumo di spezie e oppio aleggiava nell’aria calda, e James ne restò inebriato. Ma non vi rimase a lungo: c’era un mondo oltre. Fu così che lo portarono a Borneo, dove la giungla si chiudeva su se stessa come una bestia primordiale. Qui, il giovane esploratore trovò la sua vera passione: uccelli dai becchi sghembi, piumaggi iridescenti, suoni che nessun europeo aveva mai ascoltato. Gli parve che la natura stessa fosse un arabesco vivente, un affresco capriccioso dipinto con la tavolozza dell’infinito. E fu qui che James scoprì un volatile mai registrato prima d’allora: il Black Pern. Lo prese, lo studiò, lo catalogò con la cura meticolosa del collezionista e la febbre del cacciatore di meraviglie.

Ma l’irrequietezza era il suo marchio, e così ripartì. Questa volta verso il Sudafrica, dove il deserto del Kalahari bruciava sotto il sole e la terra stessa pareva insidiare chi osasse calpestarla. Risalì il Transvaal, si spinse fino al cuore del territorio boero, attraversò il Limpopo e i territori selvaggi del Mozambico. Là incontrò Lobengula, il grande capo degli Ndebele, uomo imponente, ancora ignaro che il destino lo avrebbe tradito nelle mani di Cecil Rhodes, spietato uomo d’affari britannico. Con il cacciatore Selous, si inoltrò sempre più nell’Africa nera, in terre dove la legge era quella della giungla e la caccia grossa era un’arte sanguinaria. Si caricò le spalle di trofei: pelli di leone, crani di rinoceronte, coleotteri infilzati sotto vetro come gioielli macabri. E quando finalmente fece ritorno, la sua stiva era colma di resti di quel mondo selvaggio che aveva attraversato con occhi avidi.

Ma il richiamo della scoperta non lo lasciava in pace. Si spinse nelle Montagne Rocciose, a fianco del fratello, a caccia dei grizzly. Poi fu la volta di Spagna, Algeria, e ancora oltre, fino a che il destino gli tese un agguato. Quella spedizione maledetta, che avrebbe segnato la fine di ogni sua corsa.

James Jameson
James Jameson

1886. Nell’Africa coloniale della Regina Vittoria, il Sudan era sotto il fuoco della rivolta mahdista, in guerra contro gli oppressori turco-egiziani e i loro protettori d’oltremare. A Khartum, il governatore inglese Charles Gordon, imprigionato tra le mura della città assediata, attese invano i soccorsi di Londra. Quando i dervisci infine strapparono i cancelli e presero la città, la sua testa, ancora intrisa di sangue, fu issata su una lancia e portata al cospetto del Mahdi come un trofeo. Le regge d’Europa tremarono. Non per Gordon, forse, ma per un rigurgito anticolonialista che avrebbe potuto distruggere commerci e ricchezze.

L’Equatoria, ultimo avamposto della civiltà europea nel cuore del continente, si trovava tagliata fuori. A governarla vi era un uomo singolare, il tedesco Isaak Eduard Schnitzer, noto al mondo come Emin Pascià, medico e scienziato prestato alla politica. Equatoria, umida e malarica, era un lembo di terra che le grandi potenze si contendevano da tempo. Francesi e belgi a occidente, italiani e tedeschi a oriente, tutti bramosi di foreste e miniere, disposti a scannarsi per una concessione, un confine tracciato sulla carta con un colpo di penna e imposto sul terreno con il fuoco delle mitragliatrici. Poi, venne la notizia.

Nel novembre del 1886, l’esploratore russo Vasilij Vasil’evič Junker, sfuggito a marce interminabili e febbri letali, raggiunse Zanzibar, porto sospeso tra le acque turchesi e il vento profumato di spezie e schiavitù. Tra le sue mani portava lettere di Emin Pascià, richieste d’aiuto vergate con la disperazione di un uomo che sapeva di essere stato abbandonato. Il Mahdi avanzava ed Equatoria tremava. E le grandi potenze, pur fingendo sgomento per la sorte degli europei, vedevano nella crisi una ghiotta occasione. Non si poteva restare a guardare, dissero i gentiluomini di Londra. Ma ciò che non dissero fu che dietro il velo della filantropia si nascondeva la più classica delle brame imperiali. L’idea di una spedizione di soccorso per Emin Pascià si trasformò presto in una mossa di scacchi su scala mondiale. Non si trattava solo di salvare un uomo. Vi erano affari da concludere, trattati da firmare, e soprattutto c’era il sultano di Zanzibar, Barghash bin Saʿīd, da sedurre con promesse e minacce, affinché il suo regno fluttuante tra l’influenza britannica e le mire tedesche pendesse definitivamente verso Londra. Così si decise. A capo della Emin Pasha Relief Expedition fu posto un uomo il cui nome era già leggenda. Sir Henry Morton Stanley, il mercenario, l’avventuriero, l’esploratore che, anni prima, aveva sfidato la giungla per ritrovare il perduto David Livingstone sulle rive del lago Tanganica (“Dr. Livingstone, I presume?“).

Stanley tornava in Africa, questa volta con un esercito di portatori, carovane cariche di rifornimenti, attrezzature moderne e armi letali. Al suo fianco, uomini di ogni risma: soldati di carriera, cacciatori in cerca di trofei, scienziati avidi di scoperte e coloni sognatori. Tra loro, il giovane James Jameson, che sborsò mille sterline per acquistarsi un posto nella spedizione. Un biglietto di sola andata per l’ignoto, per l’Africa crudele. E così partirono, tra i brindisi dei salotti londinesi e le benedizioni dei lord che già calcolavano i dividendi di quella missione.

Raggiunta Zanzibar, si diressero nel Congo belga. Un abisso nero. Terra posseduta non da un sovrano, ma da un fantasma. Leopoldo II, re dei Belgi, padrone assoluto di un regno di morte. Non vi erano leggi, nel Congo. Vi erano fruste che si abbattevano sulle schiene curve, mani mozzate lasciate a imputridire ai bordi dei sentieri. Vi erano bambini che non conoscevano il gioco, ma soltanto il lavoro e la fame. Gli uomini di Leopoldo non erano soldati, non erano funzionari. Erano mercenari, tagliagole, predatori. La Force Publique, vestita d’una divisa che era parodia dell’ordine, scatenava il suo terrore sulle tribù annichilite.

Il fiume Congo scorreva lento, portando con sé le piroghe colme di carichi umani, le carcasse gonfie d’acqua, i cadaveri che nessuno si prendeva più la pena di seppellire. I missionari, quando osavano scrivere lettere ai loro vescovi in Europa, raccontavano di corpi privati di vita e dignità, di bambini senza arti, di uomini ridotti a spettri. Eppure, lontano, nei palazzi di vetro e oro, il mondo civilizzato alzava il calice alle conquiste coloniali, parlava di progresso, di ordine, di commercio. Ma il progresso non aveva occhi per vedere né cuore per sentire. E il Congo, il cuore di tenebra del mondo, continuava a pulsare sotto il peso del giogo.

Stanley, emissario del tiranno, e gli uomini della spedizione impararono presto che il loro cammino sarebbe stato lastricato di cadaveri. Le acque limacciose del fiume Congo li portarono oltre le cascate Livingstone, tra foreste dove il sole non penetrava e paludi in cui l’aria vibrava di lamenti invisibili. Nel villaggio di Yambuya, al confine tra il conosciuto e l’ignoto, la spedizione si divise. Jameson rimase nel villaggio trasformato in fortino, in attesa di rifornimenti da Tippu Tip, il più grande negriero d’Africa, mentre Stanley avanzava nel verde soffocante dell’Equatoria.

Tippu Tip. Nome che rimbalzava tra le onde dell’Oceano Indiano, bisbigliato nei mercati delle spezie, pronunciato con terrore nei villaggi dell’entroterra, sussurrato con deferenza nelle stanze del potere di Zanzibar. Un uomo, dicevano. Un’ombra, forse. Un mercante, certo. Ma anche un sovrano, un signore della guerra. Veniva da una stirpe potente, nata dall’incrocio tra il sangue swahili e l’aristocrazia dell’Oman. Tippu Tip non commerciava soltanto avorio. Il suo vero tesoro erano le vite umane. I suoi uomini si spargevano come un morbo nelle terre dell’interno in cerca di nuova carne da vendere. Tippu Tip aveva accumulato fortune inimmaginabili; pare che avesse diecimila schiavi e un harem che faceva invidia ai sultani del Golfo. Era un prezioso collaboratore degli europei. Li ascoltava, li consigliava, li riforniva di uomini, di cibo, di informazioni. Per loro, Tippu Tip non era un mostro. Era un alleato, un intermediario, un uomo colto che parlava lingue diverse e conosceva i segreti dell’Africa più profonda. Quando Stanley giunse in quelle terre con il pretesto di salvare Emin Pascià, fu lui a fornire le carovane, gli schiavi e i portatori. In cambio, ottenne il comando di vaste regioni del Congo. Ma di Tippu Tip non ci si poteva fidare. Stanley lo sapeva. Lo sapevano tutti coloro che avevano avuto a che fare con lui.

Il caldo era una colata d’ottone fuso sopra Yambuya. L’aria sembrava fermarsi tra le palme e le capanne, come se la foresta trattenesse il respiro, soffocata dal peso di un’attesa senza fine. Le notti erano lunghe, senza stelle, popolate dal ronzio incessante delle zanzare, dalle ombre danzanti delle torce che illuminavano i volti sudati e disperati degli uomini. Il maggiore Barttelot, un ufficiale sadico e paranoico rimasto a fare le veci di Stanley, divenne giorno dopo giorno più pazzo.

Nel frattempo, lontano, nella giungla, Stanley e la sua colonna arrancavano nel verde soffocante dell’Ituri. Il sole era solo un ricordo, filtrato da un tetto di foglie che non lasciava scampo. Le frecce dei pigmei Mbuti piovevano dal nulla, silenziose, avvelenate. E alla fine, dopo un anno di marcia e di malattie trovarono Emin Pascià sulle rive del lago Alberto. Lo trovarono, ma capirono che la missione era un fallimento. Emin non voleva essere salvato. Il tedesco era interessato principalmente a munizioni e altre forniture, e a una via di comunicazione. Tutto ciò lo avrebbe aiutato a rimanere in Equatoria, mentre l’obiettivo principale di Stanley era di far uscire Emin, in modo tale che quel prezioso pezzo di terra potesse passare nelle mani della Compagnia dell’Africa Orientale Inglese. Un mese di discussioni non produsse alcun accordo, e il 24 maggio 1888 Stanley tornò indietro. Ma Yambuya non era più il fortino che avevano lasciato.

Sulla strada del ritorno, incontrò i resti della colonna di Barttelot: un unico ufficiale bianco, accompagnato da uomini ridotti a spettri. Il rapporto del sopravvissuto era una discesa nell’abisso. Barttelot, ormai preda di un delirio senza nome, aveva deciso di marciare verso Stanley. Ma la sua spedizione si era sgretolata in poche settimane. Diserzioni, morti, ammutinamenti. I portatori Manyema, stremati dalle angherie e dalla fame, non obbedivano più. Poi, una mattina, il maggiore era uscito dalla sua tenda con gli occhi fuori dalle orbite e il revolver in pugno. I Manyema stavano celebrando una cerimonia sacra, tamburi e canti nella penombra della foresta. Barttelot non tollerava il loro tempo, la loro lentezza. Gridò loro di muoversi. Strappò il ritmo ai tamburi con il suono della sua voce spezzata dalla febbre. Poi colpì con il calcio della pistola una donna, davanti a tutti. Il marito non esitò. Gli strappò l’arma dalle mani e lo uccise con un solo colpo.

Ma c’era di peggio.

James Jameson, il rampollo curioso, l’ornitologo raffinato, l’esploratore assetato di storie, si era spinto oltre. Lasciato Yambuya per cercare rifornimenti, aveva raggiunto Kasongo, dove lo attendeva Tippu Tip. Jameson ottenne da lui 400 uomini e insieme presero la strada del ritorno. Fecero tappa a Riba-Riba, un villaggio dei Manyema. Nella capanna del capo tribù discutevano di cannibalismo come si discute del tempo. Pare che James disse:

In Inghilterra sentiamo così tanto parlare di cannibali che mangiano le persone, ma dato che sono qui, mi piacerebbe vederlo con i miei occhi.

Tippu Tip sghignazzò, il suo scacciamosche d’avorio ondeggiava pigramente tra le mani. Parlò con il capo tribù, poi si voltò verso Jameson e, con il tono di chi vende un cavallo, gli disse che per vederlo avrebbe dovuto comprare una schiava da offrire ai cannibali. Gli sarebbe costata 6 fazzoletti. Jameson pagò. Gli portarono una bambina. Dieci anni, forse meno. La pioggia tropicale cessò, come se il cielo trattenesse il respiro. La portarono in un angolo del villaggio, la legarono a un albero. Cinque selvaggi affilarono i coltelli e poi, le lame affondarono nella sua carne. Una, due volte. Il corpo fu smembrato con ferocia belluina. Le gambe, le braccia, il petto, le viscere. Ognuno prese la sua parte e se la mangiò.

Jameson rimase serafico seduto nell’erba, il taccuino sulle ginocchia. Disegnava. Mostrò i disegni a Tippu Tip che sorrise.

Non sappiamo cosa abbia provato Jameson in quel momento. Se fosse il semplice brivido di un uomo che ha visto ciò che non avrebbe dovuto vedere. Se fosse la soddisfazione oscura di chi ha superato il confine ultimo della curiosità. Se fosse solo vuoto. Ma sappiamo che l’orrore ha molte forme, e che alcune di esse portano un taccuino e una matita. Ma non ebbe modo di raccontare la sua esperienza antropofoga. In quella prigione umida e canicolare, la febbre lo divorò nel silenzio. Morì nell’agosto del 1888, sepolto su un’isola sperduta del fiume Congo.

James Jameson
Ricostruzione degli schizzi disegnati da Jameson.

La sua storia sarebbe rimasta sepolta nel fango se non fosse stato per Assad Faran, il suo interprete, che raccontò tutto al New York Times due anni dopo. L’Europa rabbrividì. La famiglia Jameson tentò di salvare il nome del rampollo, ma le parole della sua ultima lettera lo condannarono per sempre: “Pensavo fosse solo uno scherzo“. La vedova Jameson si affrettò a difendere il nome del marito. Pubblicò una lettera, che diceva essere stata scritta da lui sul letto di morte. Un’ultima confessione, forse. Un tentativo di giustificazione. Una versione alternativa della storia: il massacro si sarebbe consumato troppo in fretta, troppo all’improvviso perché Jameson potesse impedirlo. L’uomo non era stato carnefice, ma testimone inerme. Eppure, tra le righe di quella lettera – che a molti parve un falso, cucito dagli amici per salvare un nome già irrimediabilmente macchiato – c’erano dettagli che confermavano la versione del testimone. Se lo scopo era ripulire la memoria di Jameson, il risultato fu misero. Non si può lavare il sangue con l’inchiostro.

Poi arrivò la smentita di Assad. Ritrattò, affermò di essere stato frainteso (probabilmente minacciato da ufficiali belgi). Eppure, le ombre rimanevano. Non vi erano certezze assolute, ma neppure dubbi ragionevoli: la tragedia era accaduta. Qualcuno ricordava Jameson parlarne con leggerezza, come si discute di un incidente lontano, una nota di colore nel grigio dell’esistenza quotidiana.

“La vita è a buon mercato in Africa Centrale.”

E mentre il mondo civile scuoteva il capo con orrore, nel cuore della giungla il fiume continuava a scorrere. Lento, inarrestabile, indifferente. Come se nulla fosse accaduto. Come se nulla fosse mai accaduto.

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