Sebbene Mel Brooks sia noto per la sua capacità di infrangere le regole della comicità e sovvertire le convenzioni, in Frankenstein Junior c’è una forma di rispetto che conferisce al film una qualità più raffinata rispetto ad altre sue opere. Brooks ha spesso dichiarato di aver amato i film horror classici fin dall’infanzia, e in questa pellicola riesce a omaggiarli senza mai sfiorare la volgarità. Come osservato da molti critici, il film si muove entro una comicità disciplinata, dove l’anarchia del regista è incanalata in un’estetica e in una narrazione coerenti. Questo non significa che Frankenstein Junior sia privo delle caratteristiche che hanno reso celebre il regista: la comicità sovversiva, la risata scaturita dall’incredibile e dall’assurdo sono sempre presenti. Ma, qui troviamo anche un senso di misura, un controllo sulla materia che ne esalta l’efficacia.
Mi sono innamorato dei film di Frankenstein quando ero un bambino. Hanno un potere, un’innocenza e una magia che sono semplicemente incredibili. Con Young Frankenstein, non volevo ridicolizzare quella magia, ma portarla al pubblico in modo diverso.
Mel Brooks
In contrasto con il precedente Mezzogiorno e mezzo di fuoco, che abbonda di umorismo spinto e gag estreme, Frankenstein Junior si mantiene su toni più sottili, riuscendo a essere “più divertente a lungo termine“, come scrisse un critico del New York Times.

Frankenstein Junior è infatti una vera e propria dichiarazione d’amore ai film horror gotici degli anni Trenta, in particolare al celebre Frankenstein di James Whale del 1931, interpretato dall’immortale Boris Karloff. Brooks utilizza molti degli elementi iconici di quel film, come l’ambientazione nel castello gotico e i dettagli visivi dell’esperimento che dà vita alla creatura, per rendere omaggio al linguaggio cinematografico dell’epoca.
Non è un caso che Brooks e la sua troupe affittarono il laboratorio originale usato da Whale, ricreando con cura e dettaglio maniacale i macchinari, le scariche elettriche e la piattaforma per l’elevazione del corpo del mostro del film del 1931. E non è neppure una coincidenza che nonostante il colore fosse già ampiamente diffuso negli anni Settanta, Brooks decise di girare in bianco e nero per rimarcare il legame tra la sua opera e quella di Whale. Ogni inquadratura è composta in modo da richiamare l’estetica dell’epoca: luci e ombre, linee nette e angoli drammatici creano un’atmosfera che è quasi una fotografia in movimento dei vecchi film horror.
Quando Kenneth [Kenneth Strickfaden, designer degli effetti speciali] ha portato tutti i macchinari sul set, ci siamo sentiti come bambini in un negozio di caramelle. Era tutto così perfetto. Quegli strumenti non erano semplici oggetti di scena; erano la vera essenza del Frankenstein originale.
Mel Brooks
E i riferimenti culturali e gli omaggi ai classici del passato sono molteplici. Il personaggio di Igor, interpretato da Marty Feldman, ad esempio, rimanda al Fritz dell’originale Frankenstein e al personaggio di Ygor in Son of Frankenstein (1939). La sua presenza iconica, con gli occhi sporgenti e la gobba che misteriosamente si sposta da un lato all’altro, è un chiaro riferimento alle figure caricaturali dei servitori nei film gotici degli anni Venti e Trenta.
Un’altra componente fondamentale è la musica, utilizzata da Brooks con grande finezza. La colonna sonora di John Morris alterna momenti di suspense e terrore a passaggi più leggeri e comici, seguendo in maniera puntuale le atmosfere del film. L’opera riesce a integrare la musica come elemento di narrazione, regolando la tensione e l’ironia a seconda della scena, creando degli effetti quasi teatrali.
Ma se Frankenstein Junior è una pietra miliare della commedia, molto si deve anche alla straordinaria interpretazione di Gene Wilder nel ruolo del Dr. Frederick Frankenstein, pronipote del celebre scienziato Victor Frankenstein. Wilder riesce a dare vita a un personaggio complesso, che oscilla tra l’imbarazzo di essere associato alla terribile fama del suo antenato e la propria irresistibile curiosità scientifica. La sua interpretazione è caratterizzata da un umorismo nervoso, spesso contenuto ma esplosivo, capace di passare dalla calma all’isteria in pochi istanti. La scena del numero musicale Puttin’ on the Ritz fra il suo personaggio e la creatura (interpretata da Peter Boyle) è forse uno dei momenti più iconici del film. La scelta di una performance musicale per rappresentare l’intesa tra il creatore e la sua creatura è una soluzione geniale, che riesce a trasformare una scena potenzialmente drammatica in un momento di puro umorismo e leggerezza.
Come disse lo stesso Brooks: “Volevo fare un film che rispettasse i grandi classici e che, allo stesso tempo, facesse morire dal ridere. Non ci sono molti film che riescono a fare entrambe le cose.”






