la chimera

“La chimera” è un gioiello tutto italiano. Alice Rohrwacher firma una storia nascosta tra secoli

Non è detto che le recensioni influiscano sulle scelte del pubblico. Quindi per bucare il pubblico forse bisognerebbe solo dire una cosa riguardo a La chimera: andate a vederlo, fatelo subito e fatelo in tanti.

I motivi sono fin troppo semplici, ma chiariamoli subito prima di analizzare cosa c’è in questo film. “Costretta” ad un annuncio insieme al protagonista Josh O’Connor, la regista Alice Rohrwacher ha dovuto chiedere che la distribuzione del film fosse più capillare per permettere ad un pubblico più ampio di poterselo godere nella propria città. Fatto che avrebbe dell’incredibile visti i successi della regista (la sua popolarità in Italia e non, l’investimento di quasi 10 milioni di euro) se non fosse per il cattivo pregiudizio di chi gestisce la macchina cinema per cui “il pubblico non apprezza i film raffinati”. Pregiudizio falso per almeno due motivi. Il primo è che il pubblico sceglie quando ha la possibilità di farlo e la qualità alla lunga paga sempre, come ben sanno i produttori americani che analizzano i successi dalla terza settimana di botteghino in poi. Il secondo motivo è che La chimera non è un film raffinato, dove questa parola funge da sinonimo di museo e di fragile. La chimera è un film di qualità, con contenuto e carattere, pur rimanendo deliziosamente popolare.

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Andarlo a vedere al cinema, ebbene si, è un gesto di indirizzo, con cui stiamo dicendo che i produttori italiani fanno bene ad investire su sceneggiature alte, colte, evocative, senza avere il pregiudizio che il pubblico non capirà. L’Italia è il Paese che con la propria qualità popolare, colta e poetica, ha potuto dare una grande impronta al cinema mondiale di fianco a colossi come Stati Uniti e Francia dove gli investimenti per questa arte sono di ben diversa caratura.

Tutta questa riflessione viene voglia di farla perché La chimera è un piccolo gioiellino da proteggere e da analizzare in ogni suo parte. Per quanto riguarda la sceneggiatura (chissà se vi sia nel titolo una citazione al libro omonimo di Sebastiano Vassalli), scritta da Alice Rohrwacher, Marco Pettenello e Carmela Covino, troviamo un perfetto equilibrio di riflessione, rapporto con la storia, introspezione, poesia e denuncia. Un gruppo strampalato di tombaroli, coloro che durante gli anni Ottanta hanno spogliato i nostri beni archeologici, con grande disinvoltura saccheggia i sepolcri degli antichi etruschi per ricavarne denaro sonante. A guidarli, a metà strada tra il guru e lo scemo del villaggio c’è Artur (Josh O’Connor), uno straniero allampanato e longilineo che sente la presenza degli antichi morti. Uno straniero non a caso, una sorta di Candido spaesato che ci apre gli occhi sull’oro che avevamo sotto i piedi. Dote che gli permette di trovare le cose nascoste durante i secoli di invisibilità. Ovviamente Arthur è un personaggio in bilico tra l’onirico e la concretezza che si accompagna ad un gruppo di cinici cialtroni che lo venerano e lo deridono. Siamo nel gioco shakespeariano dell’Amleto, in cui alle riflessioni metafisiche del protagonista fa da contro canto la concretezza dei becchini che “giocano” con le ossa e che fanno dire ad Orazio che l’abitudine rende indifferenti anche ai morti. Su questo impianto scopriamo che la dote di Arthur è foriera anche di una realtà parallela in cui il protagonista dialoga con la fidanzata morta alcuni anni prima. Un filo rosso quello fra i due amanti, sottolineato con grande eleganza nel film, che la morte apparentemente non ha ancora spezzato.

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Ad osservare e a beneficiarne delle vicissitudini di questo gruppo di squinternati c’è Spartaco, un’entità invisibile che sfrutta il lavoro sporco dei tombaroli per arricchire e privatizzare il mondo dell’archeologia. Un continuo rimbalzare fra pesci sempre grandi permette allo spettatore di sospendere il giudizio morale e lasciarsi portare dalla storia. Le immagini corrono in un centro Italia di metà anni Ottanta, dove troneggiano Fiat 135, maglioni pesanti, Malboro in una perfetta ricostruzione storica.

Il lavoro con gli attori è ottimo e si riconosce (per fortuna) un lavoro prima teatrale, laboratoriale, in cui il gruppo lavora per il singolo e viceversa. Le scene corali sono curate e preparate con meticolosità in modo da avere la sensazione forte di un gruppo di personaggi che lavora intorno al protagonista, senza mai perdersi nel gruppo. In una delle scene finali i tombaroli discutono con un  venditore la cifra a cui si possa vendere il pezzo di una statua, dando vita ad una sorta di lotta tra bestie grottesche. Una metafora che cattura più di mille parole la natura avida e cinica di ogni uomo e del suo sistema perfetto: il capitalismo.

Nel lavoro con gli attori Alice Rohrwacher di certo ha seguito la grande tradizione di Pasolini e di Fellini, andando a cogliere dalla strada personaggi fuori dal tempo per poi amplificarli grazie  curate strategie teatrali. Il lavoro degli attori ne La chimera è una delle cose che colpisce maggiormente di tutto l’impianto. Si percepisce un amore per il mondo del circo. Alice Rohrwacher dà la sensazione di aver imparato la lezione dei grandi maestri italiani, ma pure rifacendosi per alcuni aspetti a loro, non perde l’aggancio con la contemporaneità del suo tempo. Attorno ad un lavoro attoriale antico, compaiono scelte registiche delicate ed evocative, come quella di scegliere per le riprese i formati 16mm, super 16 mm e 35mm, a seconda dei momenti. Scelta di libertà espressiva fatta senza però esasperare la faccenda, lasciando che queste piccole tracce di eleganza siano funzionali. Libertà che permette alla regista di accostare nella colonna sonora un cantastorie come Vasco Rossi alla musica elettronica.

Che il cinema debba essere poesia e quindi che la poesia possa essere denuncia (si veda Pasolini ne La ricotta) deve esserne convinta Alice Rohrwacher, visto che pur senza mai apparire didattica o didascalica, riesce a lanciare almeno due temi contemporanei molto sentiti come quello del ruolo femminile e della fluidità dei ruoli, e quello della difesa/offesa dei beni pubblici. La chimera è un gioiello da difendere perché parla di noi: senza appelli, senza prosopopea, solo con uno sguardo più antico, più profondo. Lo sguardo che permette oggi di guardare il nostro passato remoto per poterci proiettare in futuro prossimo ancora da scrivere. “Se fossero rimasti gli etruschi” dice a metà film una delle attrici “in Italia ci sarebbe meno machismo“. Una frase che non ha bisogno di essere commentata.

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