gabriele gravina
Foto: Vincenzo Livieri - LaPresse

Sostiene Gravina

Sostiene Gravina che “forse ci eravamo un po’ illusi, che i risultati delle squadre italiane avrebbero dato un appeal“. Sostiene Gravina che il calcio italiano è in un cul-de-sac, qualcosa non funziona.

Sostiene Gravina che se questo articolo lo avessimo immaginato un paio di mesi fa sarebbe stato molto diverso. Pensando ad un Napoli stellare che si sarebbe potuto distinguere anche in Champions League, o solo pensando alle tre italiane in finale di tutte le competizioni europee, l’articolo avrebbe avuto un tono speranzoso, entusiastico. Le sconfitte di Inter, Fiorentina e Roma nelle finali europee hanno riportato tutti i nodi del calcio italiano al pettine, forse con un tono persino troppo catastrofico. Ma non sono solo finali europee a demoralizzare il calcio italiano. Il mercato imbastito dai club arabi (ma non solo) stanno mettendo in discussione le basi di un calcio che vanta una storia, in una nazione che vive di calcio. 

La cessione di Tonali agli inglesi del Newcastle ha aperto una polemica tra tifosi legati al calciatore, visto come una futura bandiera rossonera, e realisti. Ma la questione ovviamente non si è fermata a Sandro Tonali, gioiello di casa Italia, le polemiche sono cresciute con gli acquisti (alcuni solo probabili ad ora) di Koulibaly, Edouard Mendy, Ruben Neves, Hakim Ziyech, Pierre-Emerick Aubameyang, oltre a quello già consumato di Marcelo Brozović. Quello che appare un flusso continuo e irreversibile ovviamente ha già avuto una ricaduta immediata sul calcio internazionale, ma ancora di più sul calcio nostrano. 

sandro tonali newcastle

Sostiene Gravina, espugnando gli esperti da bianchino senza servizio al tavolo della loro capacità di analisi, che il problema dell’impoverimento del calcio nazionale è venuto a galla con ancora maggiore evidenza dopo il termine delle coppe europee. L’euforia di una (almeno) possibile vittoria nelle competizioni europee aveva distolto l’attenzione da un problema qualitativo che invece, sostiene Gravina, è stingente: “Perché è chiaro che l’offerta debba essere direttamente proporzionale anche alla qualità del prodotto che viene messo sul mercato“. 

Noi viviamo all’80% sui ricavi collegati ai diritti tv. Dove il nostro mondo, quello legato alla Figc e tutte le componenti per caduta, siamo soci di minoranza, in base alla legge Melandri.

La legge a cui si riferisce Gravina è il DL. del 9 gennaio 2008 n. 9. Nata dal consistente crescere delle offerte sui diritti televisivi, una volta rotto il vincolo con la Rai dal 1990, questa legge voleva recuperare la pecca iniziale di aver concesso la contrattazione delle singole partite in capo alle società stesse. Se di ciò ovviamente giovavano le squadre più blasonate, irrimediabilmente venivano castigate le squadre minori con minor appeal televisivo. Per recuperare quella falla, il decreto Melandri impose che la contrattazione fosse collettiva e che a guidarla sarebbe stata la FIGC, individuato come organizzatore. 

Ora nell’intervento di Gravina non viene contestata la contrattazione collettiva, ma altri due punti che sottendono a caduta i nervi scoperti del calcio italiano. Il primo punto ad essere messo in discussione è quello della triennalità dei contratti, che secondo molti rende meno appetibile l’acquisizione del nostro campionato, bloccando investimenti a lungo termine e progettualità. Il punto messo in discussione è contenuto nell’articolo 10 comma 1. Fin qui la critica di Gravina appare decisamente ponderata, a maggior ragione dopo aver visto la debolezza del servizio DAZN a fronte di un esborso non indifferente da parte dei telespettatori. Il servizio di streaming ha faticato a trovare la quadra per proporre l’80% delle partite del campionato (altro limite della legge Melandri), ora che l’ha trovata dovrà cedere o riacquistare i diritti per il triennio 2024-27. Conoscendo la filiera di costi che una società deve mettere in campo per poter far fronte alla gestione di una macchina impegnativa come il campionato italiano (operatori, presentatori, trasferte, tecnologie, logistica), immaginare di rientrare in soli tre anni può apparire utopico e limitare la proposta in quanto troppo schiacciata nel tempo. Questo giustifica la difficoltà della FIGC a vendere a prezzi adeguati i diritti televisivi italiani, trovandosi di fronte a compratori scettici sulle modalità di rientro e oggi (ahimè) sull’appeal del calcio italiano.

gabriele gravina
Foto: Vincenzo Livieri – LaPresse

La domanda che ci dobbiamo porre sul made in Italy, che l’Italia ha perché ha una forza scolpita nella storia, è se sia giusta la qualità del prodotto che noi offriamo. Su questo probabilmente dobbiamo fare una riflessione su un progetto molto più ampio e complesso.

Il fascino del calcio italiano può rimanere intatto mentre tutti i top player vanno a giocare in Inghilterra o in nei Paesi arabi? Il calcio italiano sta offrendo una giusta qualità per essere riconosciuto? Quello di Gravina più che un appello sembra un urlo di disperazione, ma intanto i buoi sono già scappati e i recinti non sono ancora stati chiusi. Potrebbe davvero una nuova legge sui diritti cambiare il flusso di denaro dal Medio Oriente all’Italia? Basterebbe questo a trasformare il nostro calcio in un mercato attraente per gli investitori internazionali? La risposta è no. 

Sostiene Gravina che: “si sta perdendo il radicamento al territorio e l’appartenenza ai club […] c’è un mercato di soggetti che hanno voglia di veicolare sempre di più gli atleti, sganciandoli da impegni contrattuali a fronte di vantaggi economici“. Non è una fase del mercato in cui si può sperare di invertire la rotta con dei piccoli aggiustamenti, ma solo investendo su progetti a medio-lungo termine che modifichino la competitività del nostro calcio. Ci sono le infrastrutture, ci sono gli stadi, ci sono la gestione degli eventi, tutti aspetti sostanziali di cui tener conto se vogliamo far diventare competitivo il nostro campionato. C’è però anche un aspetto che non deve sfuggire nell’analisi della situazione odierna del calcio italiano. Prendiamo come esempi il Napoli e l’Inter. 

Se il Napoli è riuscito a far sognare i tifosi di tutto il mondo almeno fino a febbraio e quelli italiani con la vittoria del campionato, lo ha fatto contando su un gruppo costruito con intelligenza e sulla maestria dallo staff tecnico. Nessun nome, anzi ricordiamo le polemiche per l’arrivo a Napoli di giocatori sconosciuti come Kim e lo stesso Kvaratskhelia, ma la saggezza di costruire una squadra partendo da un’idea e da una scommessa a tasso zero. C’è poi l’esempio dell’Inter che in una stagione decisamente oscillante è riuscita a tener testa al Manchester City, rischiando persino di portarli ai supplementari. Una squadra quella nerazzurra costruita sui parametri zero e i prestiti. 

Appaiono poche le alternative plausibili per riportare in auge il calcio italiano: una è sicuramente quella del know how nostrano, una moneta non ripetibile nell’immediato. Follow the money è una sentenza caustica e realista, a cui oggi non si può opporre nulla di altrettanto potente. La riforma del calcio italiano deve partire dai luoghi, dalla storia e dalla capacità di dirigenti tecnici e amministratori di valorizzare il patrimonio culturale italiano anche in ambito calcistico. Lo sostiene Gravina. Tutto giusto, peccato se ne sia accorto dopo 10 anni.

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