Celler Abadal vigneto

Vino, tartufi e miele: così l’Europa prova a fermare gli incendi

Estate 2017, Catalogna. Un incendio boschivo avanza rapidamente attraverso una vasta area forestale dirigendosi verso le colline di terra rossa del Celler Abadal, vigneto di famiglia con una storia di otto secoli. Le fiamme hanno davanti ettari di pini e sottobosco, cioè il genere di continuità vegetale che innesca e alimenta i grandi fronti di fuoco. Eppure, quando raggiungono i filari ordinati della vigna, separati dal bosco da pochi metri di suolo nudo, l’incendio perde forza fino a spegnersi.

È da qui che bisogna partire per capire il nuovo lessico della gestione forestale e rurale in alcune regioni europee. Il vigneto è una struttura fisica che oppone resistenza al fuoco: le viti sono verdi, umide, difficili da incendiare; i filari sono distanziati, costringendo le fiamme a “saltare” da una linea all’altra invece di scorrere senza ostacoli; l’organizzazione dello spazio impone talvolta anche impianti idrici che in alta quota o in aree marginali non esisterebbero altrimenti e che, in caso di emergenza, diventano utili anche per i vigili del fuoco. In altre parole, il vigneto non è solo una produzione agricola dal valore commerciale o paesaggistico: può diventare una sorta di freno naturale dentro un territorio altrimenti esposto alla continuità combustibile del bosco.

Lo stesso vale per i tartufi e per il miele. Le aziende che li producono hanno infatti interesse a mantenere e gestire aree boschive che, in assenza di cura, si infittirebbero in modo incontrollato, accumulando biomassa secca, sterpaglia e dunque combustibile. Nel caso della tartuficoltura, la logica è persino più affascinante, perché i tartufi crescono alla base di alberi ben spaziati e il fungo agisce come una sorta di erbicida naturale, riducendo la vegetazione circostante. Queste piantagioni sono come isole sparse in quella che altrimenti sarebbe una foresta, con condutture d’acqua tra i filari e una vegetazione rada che rende il paesaggio meno vulnerabile alla corsa delle fiamme.

Su questo sfondo si capisce meglio il senso della nuova etichetta Fire Wine e, più in generale, del marchio Fire Product, sviluppati nell’ultimo anno con il coinvolgimento del Centro di Scienze e Tecnologie Forestali della Catalogna. La logica non è molto diversa da quella che ha reso riconoscibili altre certificazioni europee, dal biologico alle denominazioni territoriali: identificare pratiche virtuose, premiarle, renderle visibili ai consumatori e, così facendo, trasformarle anche in un vantaggio di mercato. Come ha dichiarato Elena Górriz Mifsud, ricercatrice senior del centro catalano che ha contribuito ad avviare il progetto, “non produciamo solo vino, produciamo sicurezza”.

Il Celler Abadal è stato il primo vigneto a ricevere il marchio “Fire Wine” per interventi molto concreti messi in atto dopo l’incendio del 2017, come l’uso degli asini che, pascolando nella foresta ai margini della proprietà, diradano la vegetazione, riducendo così il materiale disponibile per l’innesco o la propagazione del fuoco.

etichetta fire product

Il modello, per ora, è formalmente autorizzato in Catalogna, ma la portavoce della Commissione europea, Katerina Horakova, ha già chiarito che il quadro normativo è adattabile e che nulla impedisce di estenderlo ad altre regioni. E in effetti aziende del sud della Francia, della Bulgaria e delle Isole Canarie hanno manifestato attenzione per il programma, mentre in Spagna sei vigneti catalani e due galiziani hanno già ottenuto il marchio, e il centro forestale sta procedendo alla valutazione di circa altri trenta produttori.

Martín Códax Viticultores, consorzio di viticoltori della Galizia, si è rivolto agli esperti del centro forestale dopo che gli incendi si sono propagati per due settimane consecutive lo scorso anno. I consigli principali sono: mantenere fasce cuscinetto tra le vigne e il bosco, ridurre la vegetazione nella stagione a rischio e migliorare l’accesso all’acqua per le squadre antincendio.

Se il progetto catalano ha avuto una tale risonanza è anche perché arriva in un momento in cui i numeri europei rendono impossibile ogni compiacenza. Gli incendi boschivi nel continente stanno diventando più intensi e più catastrofici. L’anno scorso l’Europa ha vissuto la peggiore stagione di incendi da quando sono iniziate le rilevazioni nel 2006, con quasi 2.5 milioni di acri bruciati, e già ora la superficie cumulativa andata a fuoco nel 2026 ha superato la media annua del periodo 2006-2025. È per questo che l’Unione europea oltre ad investire in flotte aeree, sistemi di monitoraggio e strumenti avanzati di mappatura, sta aumentando la sensibilità verso una diversa gestione dei territori rurali e dei boschi, perché la sola risposta emergenziale rischia di arrivare sempre troppo tardi.

Ciò che rende interessante il marchio “Fire Wine” è che prova a costruire un ponte tra interesse privato e utilità collettiva. Se il consumatore riconosce e premia un vigneto o una tartufaia che, oltre a produrre un bene di qualità, contribuisce anche alla sicurezza del territorio, allora la prevenzione può diventare parte di un modello economico più sostenibile. Se l’Europa sta imparando qualcosa dagli incendi degli ultimi anni, è proprio questo: non basta spegnere meglio i roghi, bisogna rendere meno infiammabile il paesaggio. E per farlo servono agricolture intelligenti, filiere capaci di stare nel bosco senza lasciarlo andare a se stesso ed economie locali che producano al tempo stesso reddito e sicurezza.

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