Gukesh Dommaraju scacchi

Dopo Carlsen: Gukesh Dommaraju, computer e la nuova era degli scacchi

Per comprendere davvero che cosa stia accadendo oggi negli scacchi bisogna partire da un equivoco che per anni ha deformato il modo in cui il pubblico non specialista ha guardato a questo gioco. Si è creduto, o almeno si è ripetuto con una certa ostinazione, che l’avvento dei computer avrebbe finito per svuotare gli scacchi del loro impatto umano. Se la macchina gioca meglio dell’uomo, ci si chiedeva, che senso ha continuare a guardare uomini che giocano? Ma il tempo ha mostrato con chiarezza che questa domanda era mal posta, perché gli scacchi non solo sono sopravvissuti alla supremazia dei computer, ma sono entrati, proprio grazie a essa, in una fase storica nuova, più globalizzata, più instabile e forse, per certi versi, perfino più umana di prima. È questo il paesaggio che Jordan Himelfarb prova a raccontare in Interregnum, seguendo i grandi protagonisti del 2024 lungo la corsa al titolo mondiale, e lo fa mostrando con notevole lucidità che ciò che oggi conta negli scacchi non è la nostalgia per un’epoca perduta, ma il modo in cui i giocatori continuano a misurarsi con il gioco dentro un mondo ormai irrevocabilmente dominato dalle macchine.

La figura centrale di questo nuovo paesaggio è Gukesh Dommaraju, il prodigio indiano che, dopo essere cresciuto a Chennai sotto l’ombra lunga di Viswanathan Anand, ha finito per incarnare la possibilità di una successione storica che sembrava destinata a maturare molto più lentamente. La sua vicenda è significativa non soltanto perché lo ha portato al titolo mondiale, ma perché smentisce alcuni luoghi comuni sul modo in cui i campioni del presente si formano. In un’epoca in cui l’apprendimento scacchistico d’élite passa quasi inevitabilmente attraverso l’uso intensivo degli algoritmi, Gukesh ha avuto una formazione anomala. Il suo allenatore, Vishnu Prasanna, evitava infatti l’uso dei computer per i giovani giocatori e riteneva che un talento in crescita dovesse prima costruire la propria comprensione del gioco in modo quasi artigianale, analogico. Si trattava di proteggere il momento in cui l’intelligenza del giocatore si forma ancora nella fatica di pensare da sé, di attraversare posizioni difficili senza l’immediato soccorso dell’oracolo algoritmico. È forse anche da qui che viene la capacità di Gukesh di restare calmo dentro l’incertezza. Il suo stile, elastico e di contrattacco, accompagnato da una preparazione psicologica inusualmente raffinata per un giocatore così giovane — lavora con un mental coach, fa meditazione prima delle partite — fa di lui non solo un campione precoce, ma un campione emblematico di questa nuova epoca, nella quale la foresta buia in cui l’avversario viene trascinato non è soltanto una metafora strategica, ma anche il luogo in cui si misura la qualità mentale del giocatore.

Da molto tempo gli esseri umani non hanno più alcuna possibilità reale contro i migliori computer, e tuttavia non per questo gli scacchi hanno perso il loro fascino. I grandi maestri trascorrono oggi una parte enorme della loro esistenza professionale studiando, memorizzando lunghe sequenze di mosse suggerite dai motori, tentando di incorporare nella propria preparazione una quantità di informazione che nessuna generazione precedente avrebbe potuto anche solo immaginare. Quando in una partita d’alto livello compare una novità teorica, il più delle volte non si tratta di un’intuizione improvvisa sorta davanti alla scacchiera, ma di una mossa già preparata in settimane se non mesi di lavoro. Tutto per condurre l’avversario fuori dalla sua preparazione, di trascinarlo, per usare la formulazione evocata nel libro, “nella fitta e oscura foresta”, cioè in una zona dove il sapere accumulato deve tornare a trasformarsi in scelta, nervo, paura, sangue freddo, ovvero in intuizione umana.

È qui che Interregnum trova il suo vero centro, che non è tanto l’analisi tecnica degli scacchi quanto la psicologia dei giocatori. Himelfarb segue un gruppo di uomini eccezionalmente dotati mentre inseguono un solo obiettivo, il diritto di sfidare il campione del mondo. E nel farlo mostra che gli scacchi, a questi livelli, somigliano sempre più a una drammaturgia di caratteri estremi, ciascuno dei quali sembra incarnare una forma specifica di relazione con il proprio talento e con il proprio destino. Wesley So appare come il mite sognatore; Hikaru Nakamura come il provocatore che guarda al proprio successo di streamer quasi come a un titolo parallelo, forse non meno importante di quello mondiale; Anish Giri si muove in una costante nebbia ironica che rende opachi i suoi sentimenti autentici; Fabiano Caruana viene descritto come uno scienziato, lucidissimo, metodico, sempre vicinissimo al bersaglio e sempre sul bordo di una nuova frustrazione; Ding Liren, campione del mondo in carica, appare invece come la figura più fragile e poetica, un uomo segnato dalla depressione dopo il trionfo del 2023 e tuttavia ancora capace di una profondità che trascende la sola meccanica del punteggio. Sopra tutti, come presenza costante e quasi spettrale, resta naturalmente Magnus Carlsen, probabilmente il più grande giocatore della storia.

Il titolo stesso, Interregnum, allude precisamente al tempo successivo all’abdicazione di un re che continua però a restare la figura più potente del regno. Dopo Carlsen, gli scacchi sono entrati in una fase intermedia, febbrile. Chiunque salga al trono deve reggere la pressione vincere il titolo, ma anche abitare un mondo in cui il vero sovrano sembra non essersene mai davvero andato. Questo produce una tensione peculiare, perché priva il titolo della sua tradizionale pienezza sacrale e lo colloca dentro una lotta di legittimazione continua.

Ecco perché la vittoria di Gukesh assume un valore molto più ampio del semplice successo individuale, ma proprio perché il libro rifiuta ogni monumentalità facile, questo trionfo non viene presentato come l’inizio di una nuova stabilità. Anzi, quasi subito il testo ne problematizza la portata. Dopo il titolo, Gukesh gioca male, esce dalla top ten, e sulla scena emerge un nuovo talento ancora più feroce, l’uzbeko Javokhir Sindarov, ventenne, che domina il Torneo dei Candidati e si prepara a sfidarlo per la corona.

C’è qualcosa di profondamente rivelatore in questa instabilità. In altri sport, la successione al vertice può essere narrata ancora in termini relativamente lineari: il campione cade, un altro lo sostituisce, una nuova epoca comincia. Negli scacchi contemporanei, invece, l’epoca nuova sembra coincidere con la fine stessa di ogni durata tranquilla. Certo, esistono ancora figure eccezionali, e Carlsen resta la prova vivente che un’intelligenza superiore può ancora imporre la propria marca sul tempo, ma dietro di lui si vede chiaramente un mondo più feroce, più aperto, nel quale i prodigi si moltiplicano, i cicli si accorciano e il titolo è sempre esposto alla precarietà del prossimo adolescente geniale.

Se il computer gioca meglio di noi, se l’algoritmo suggerisce mosse che nessun uomo avrebbe immaginato, che cosa resta da ammirare nell’uomo? La risposta che affiora nel libro è di una semplicità quasi disarmante: resta tutto ciò che non coincide con il risultato puro. Restano il carattere, la paura, il desiderio, la fatica della preparazione, la disciplina interiore, il collasso nervoso, la gestione dell’errore, la capacità di sopportare le aspettative di una famiglia o di un Paese. La bellezza degli scacchi, ci si suggerisce, non sta solo nella sequenza delle mosse migliori, ma nel fatto che quella sequenza viene cercata da esseri umani combattuti tra desiderio, vulnerabilità, vanità, tristezza, concentrazione e orgoglio.

Nessuno può più illudersi di essere superiore a un computer, e tuttavia continuiamo a guardare i grandi giocatori non per quello che la macchina saprebbe fare meglio, ma per ciò che accade nei loro cuori e nelle loro menti mentre affrontano l’impossibile. Dopo Carlsen gli scacchi sono davvero entrati in una nuova era: quella in cui l’umano, privato dell’illusione della superiorità assoluta, torna ad essere interessante proprio nella sua instabilità, nella sua fragilità e nella sua inesauribile capacità di dare forma, ancora una volta, a un gioco che gli algoritmi hanno trasformato senza riuscire a portar via davvero.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,